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Luigi Ferro

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Come le grandi aziende usano realtà virtuale e aumentata

Il report della Ar/Vr association sulla realtà virtuale e aumentata riporta anche qualche esempio di utilizzo nel mondo enterprise delle due tecnologie.

Per esempio la modalità XR (ossia la sigla che raggruppa le due tecnologie, realtà aumentata e realtà virtuale) può essere il supporto dal vivo di esperti che possono vedere esattamente ciò che un lavoratore in loco vede in quel momento. Il canale visivo è la base per un ciclo di feedback per il supporto guidato. E la modalità può comprendere anche annotazioni grafiche o assistenza vocale.

Sul lato ricevente (lavoratore sul posto), l’hardware è di solito un dispositivo di realtà aumentata da indossare con una telecamera, ma può anche essere portatile come un iPad. All’altro capo, l’hardware può essere un dispositivo touch screen per disegnare dal vivo annotazioni, o anche un headset VR.

Realtà aumentata per Caterpillar

Un prodotto di Remote AR è utilizzato, tra gli altri, dalle industrie dei servizi pubblici, delle telecomunicazioni e delle apparecchiature pesanti. Ad esempio, Scope AR collabora con Caterpillar per fornire supporto agli utenti finali di apparecchiature pesanti. La piattaforma di guida remota di ThirdEye con il metodo X1 Smart Glasses è utilizzata invece dal Dipartimento della Difesa per aiutare i soldati sul campo a connettersi a un esperto seduto in un centro di comando. Il soldato deve avere le mani libere mentre riceve l’aiuto dalla realtà aumentata.

Nel frattempo, Porsche Cars North America ha annunciato quello che definisce Tech Live Look, un progetto di realtà aumentata per migliorare i servizi tecnici presso i concessionari. Tech Live Look permette al dipendente di un concessionario di contattare il team per risolvere i problemi visualizzando la vettura contemporaneamente insieme in tempo reale.

Microsoft Hololens fornisce uno dei più noti casi di assistenza remota: 24.000 tecnici sono in grado di visualizzare e identificare i problemi con gli ascensori prima di un lavoro, e avere accesso remoto e vivavoce a un tecnico e informazioni esperte in loco. Questa soluzione viene implementata in diversi mercati come l’energia e la produzione.

La realtà virtuale trova posto in azienda quando è necessaria una maggiore immersione, come l’addestramento e la progettazione. Per quest’ultima, la VR può consentire ai professionisti ubicati in sedi diverse di collaborare da remoto e in modo più profondo rispetto alle modalità esistenti.

Un esempio di questa collaborazione riportata dal report è WorldViz, con sede a Santa Barbara. Il suo software di punta Vizible VR permette di interagire con colleghi e clienti lontani. In questo modo anche per prodotti di grandi dimensioni come i motori di aerei è possibile dimostrare a distanza i prodotti attraverso gli headset VR.

Le applicazioni non si limitano però all’assistenza remota. Ikea Place è una nuova e rivoluzionaria applicazione di realtà aumentata che permette ai clienti di visualizzare come saranno i mobili nella loro casa nelle esatte dimensioni. Questa è stata una delle prime applicazioni ARKit di Apple.

Skylyghts invece è una startup che fornisce film da guardare in VR per i lunghi voli. E sempre in tema di aerei Airbus, gigante mondiale delle compagnie aeree, utilizza Hololens per addestrare ingegneri e personale di cabina sulla complessità della nuova linea di aerei A350 Xwb.

Huawei, l’intelligenza artificiale guiderà lo sviluppo digitale

Grazie allo sviluppo dell’intelligenza artificiale nel 2025 l’economia 4.0 potrebbe valere 23mila miliardi, quasi il doppio dei 13mila miliardi stimati per il 2017.

Lo sostiene il Global connectivity index, il rapporto annuale di Huawei che misura l’impatto degli investimenti digitali sulle economie mondiali che analizza in dettaglio anche la situazione dei singoli Paesi.

A livello generale gli analisti sono convinti che l’intelligenza artificiale svolgerà un ruolo fondamentale spingendo le cinque tecnologie abilitanti della trasformazione digitale (banda larga, datacenter, cloud, big data, e IoT). L’espansione sarà trainata dal manifatturiero, Ict e servizi professionali.

La situazione italiana secondo Huawei

Riguardo l’Italia il rapporto afferma che l’offerta di fibre ottiche è relativamente in ritardo e quest’anno le famiglie proprietarie di pc sono scese di un punto percentuale. L’Italia vanta uno dei più alti indici di utilizzo mobile pro capite al mondo, ma le potenti reti 4G italiane sono ostacolate dalla mancanza di copertura. Si assiste però a un miglioramento della situazione con l’espansione della rete Lte da parte dei maggiori operatori con il miglioramento della copertura 4G, del tasso di penetrazione degli smartphone e della velocità di download della banda larga. Sono però necessari maggiori investimenti per servire la crescente base di abbonati soprattutto visto il piano digitale del governo che include anche le zone rurali. Anche l’Italia ha registrato un aumento degli investimenti nel cloud computing.

Il governo italiano ha approvato il suo piano triennale di trasformazione digitale, coordinando circa 4,6 miliardi di euro in azioni di eGovernment con l’obiettivo di rendere le pubbliche amministrazioni più efficienti. Il piano definisce il modello di riferimento per le tecnologie dell’informazione e comunicazione del settore pubblico e una strategia per la trasformazione digitale che dovrebbe consentire notevoli risparmi sui costi e investimenti nell’innovazione e nello sviluppo. I servizi pubblici saranno messi a disposizione dei cittadini e delle imprese in modo semplice, mediante un primo approccio mobile, con architetture affidabili, scalabili e a prova di errore, basate su Api chiaramente definite.

Il problema italiano però sono le competenze digitali. L’Italia, spiega il rapporto di Huawei deve colmare il suo grave divario in termini di competenze visto che la metà della popolazione italiana non possiede competenze digitali nemmeno a un livello adeguato. Ciò può costituire un importante ostacolo allo sviluppo economico del paese.

L’Italia ha anche una bassa percentuale di popolazione con una laurea Stem (scienza, tecnologia, ingegneria e matematica), che ostacola la nazione ad essere un’economia avanzata di alta tecnologia. Nel ranking del rapporto l’Italia è al 28° posto su 79 ed è collocata nel gruppo degli inseguitori. Ma il rapporto piazza la Penisola fra le 11 stelle nascenti, i Paesi che hanno ottime prospettive di crescita sui fronti analizzati.

Prospettive che devono essere coltivate perché l’intelligenza artificiale, con la sua fame di talenti, rischia di allargare il divario fra i Paesi più tecnologici e quelli meno avanzati.

Realtà virtuale e aumentata, il futuro è nelle aziende

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Quando si parla di realtà aumentata e virtuale i numeri possono cambiare molto, ma su una cosa sono tutti concordi: il mercato è in crescita.

L’ultimo rapporto arriva dalla Vr/Ar association che stima una dimensione totale del mercato di 108 miliardi di dollari che diventeranno 215 miliardi entro il 2021. Idc invece prevede che la proliferazione a livello mondiale delle cuffie per la realtà virtuale e quella aumentata dovrebbe proseguire con 59,2 milioni nel 2021, rispetto ai 9,6 milioni del 2017.

Con la recente introduzione del framework di realtà aumentata di Apple (ARKit) integrato in iOS 11, oltre 300 milioni di dispositivi saranno AR-ready. Ciò significa che utilizzando la fotocamera sul cellulare l’utente sarà in grado di rilevare e mappare il mondo che lo circonda.

Il telefono saprà dove si trovano i pavimenti e le pareti e le tabelle saranno in grado di collocare oggetti virtuali nel mondo reale.

Lo sviluppo degli headset per realtà aumentata e virtuale

Nei prossimi 3-5 anni si prevede l’adozione di massa di questa tecnologia da parte dei consumatori con gli headset Ar che domineranno il mercato. Il partner di ricerca ARtillry Intelligence della Vr/Ar association stima che l’Xr (il termine globale per Vr/Ar) hardware e i ricavi da software passeranno da 554 milioni di dollari nel 2016 a 39 miliardi di dollari nel 2021. Goldman Sachs parla invece di un mercato di 180 miliardi dollari entro il 2025.

L’ambito enterprise Xr vedrà una dimnuzione del fatturato nel 2019 a causa della discesa dei prezzi fruto dell’adozione da parte delle imprese. Come spesso accade nelle rivoluzioni tecnologiche, spiega il rapporto, la domanda si costruisce lentamente, mentre l’organizzazione vede diminuire altrettanto lentamente la resistenza all’interno delle grandi organizzazioni. La resistenza può essere un fattore potente ma non così potente come l’avanzamento tecnologico nel lungo periodo in particolare quando c’è di mezzo una tecnologia che dimostra un forte Roi, come Xr.

Idc però si aspetta una crescita perché crede che gli headset Ar giocheranno un ruolo fondamentale nel cambiare il modo in cui molte aziende fanno affari nel prossimo futuro e sempre di più è possibile osservare casi commerciali di uso per Vr.

La realtà aumentata sarà una tecnologia a disposizione della forza lavoro che non è mai stata in grado di beneficiare dei progressi tecnologici a causa della necessità di utilizzare le mani. E per la Vr i casi di uso commerciale che stanno emergendo più rapidamente riguardano l‘istruzione, la creazione di design/contenuti e la vendita al dettaglio.

Il Fintech inizia a diffondersi nelle banche italiane

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Il Fintech non è materia solamente per startup. Anche i gruppi bancari, per cogliere l’onda dell’innovazione, stanno cercando di proporre alla clientela servizi di questo tipo.

Il rapporto della Regione Lombardia “I servizi Fintech per le Pmi lombarde” cita un’indagine della Banca d’Italia che ha analizzato l’adozione delle innovazioni tecnologiche applicate ai servizi finanziari effettuata dalla Banca d’Italia nel dicembre 2017.

Dallo studio emerge con chiarezza che gli intermediari creditizi italiani sono attenti al fenomeno dell’evoluzione tecnologica, hanno avviato un ampio numero di progetti (283 censiti da circa 50 banche) ma al momento sono pochissime le iniziative che sono già sfociate in prodotti o servizi fruibili dalla clientela.

Fra queste però soltanto un numero esiguo si rivolge alle Pmi e le banche non hanno destinato a questi progetti risorse finanziarie in misura adeguata (soltanto 135 milioni di euro secondo la Banca d’Italia) rispetto ai circa 4 miliardi di euro che costituiscono il costo annuale per la gestione dei sistemi informativi presso tutte le aziende di credito.

Dall’indagine emerge che la categoria che attrae circa la metà degli investimenti è quella dell’automazione dei servizi per la clientela, senza peraltro che sia possibile distinguere se si tratti di quella privata o corporate.

La seconda voce per importanza è costituita dalle tecnologie a supporto dei processi operativi interni, che non ricadono direttamente sulle Pmi, mentre rivesto no un ruolo marginale gli investimenti in tecnologie per la conclusione di contratti a distanza e i servizi di pagamento. Resta invece bassa la rilevanza dei progetti di crowdinvesting e gli strumenti di finanziamento alternativo per le imprese.

Nonostante le osservazioni critiche, il rapporto elenca i servizi presenti nelle banche della regione (anche se in un ambito come quello tecnologico parlare di ambito regionel è un po’ fuori posto).

Banca Sella, Intesa e Gruppo Bpm

Le banche più attive sono quelle di grandi dimensioni, ma spicca l’attività di istituti di credito di minori dimensioni come Banca Sella in grado di proporre alcune soluzioni Fintech e soprattutto ha intrapreso un progetto molto vasto di sostegno all’ecosistema  dello sviluppo di nuove soluzioni anche mediante la promozione del Fintech District di Milano.

Altre banche di medie dimensioni, come per esempio Banca del Piemonte, perseguono una strategia Fintech di tipo indiretto, basato cioè sulla partecipazione al capitale di iniziative esterne. Questo è risultato vero per la maggior parte dei grandi gruppi, che percorrono sia la strada dello sviluppo interno sia quella dell’open innovation facendo leva su soggetti esterni in modo da accelerarne lo sviluppo.

Banca Intesa Sanpaolo ha previsto investimenti complessivi nell’innovazione, diversi dalla formazione, per circa 4,8 miliardi di euro complessivi nel piano industriale 2018-2021, di cui 2,8 miliardi per completare la trasformazione digitale. Un’altra banca di matrice lombarda, il Gruppo Banco Bpm, ha intrapreso un progetto significativo in tema Fintech denominato “Digital Omnichannel Transformation Dot”.

Il suo completamento è previsto nell’arco del piano industriale del triennio 2016/2019 e ha come fine quello di introdurre a tutti gli effetti la cultura digitale in modo attivo e proattivo e con un uso esterno ed interno dalla banca.

Il progetto si articola in 6 capitoli principali: l’attenzione ai clienti, con attenzione ai servizi e al momento dei disservizi; lo sviluppo dell’omnicanalità, con gestori remoti; l’implementazione di servizi digitali e credito alle imprese; il digital lending, con lo sviluppo del processo end-to-end totalmente digitale; l’evoluzione dei sistemi di pagamento con l’introduzione di strumenti e sistemi altamente innovativi; l’adozione di metodologia di analisi dei big data da porre al servizio di diversi processi della banca.

 

Il Fintech spiegato alle piccole e medie imprese

I servizi Fintech per le Pmi lombarde è il titolo di un documento online della Regione Lombardia che vuole presentare le possibilità della finanza tecnologica alle piccole e medie imprese.

Il documento, oltre a spiegare cosa significa il termine Fintech, illustra i vari comparti come quello relativo ai pagamenti, insurtech, crowdinvesting, invoice trading dedicando attenzione anche alla tecnologia blockchain.

La parte sicuramente più interessante è però quella che prevede la presentazione delle imprese lombarde che non sono poche visto che proprio a Milano recentemente è stato presentato il Fintech district che raggruppa 32 startup.

Scorrendo l’elenco delle aziende presentate dalla Regione Lombardia, si trovano nomi come Back to work 24 che offre soluzioni per favorire l’investimento di risorse finanziarie e competenze professionali da parte di manager e investitori, in piccole imprese e  startup. Obiettivo dell’azienda è di creare un circolo virtuoso in grado di favorire l’afflusso di finanza e know-how verso l’economia reale. Cash Trading invece mette in contatto diretto risorse finanziarie e settore produttivo, permettendo di superare il gap creato dalla stretta del credito provocato dalla crisi finanziaria. L’attività consiste nella gestione di una piattaforma che consente alle aziende di rendere disponibile il proprio credito commerciale a soggetti terzi investitori.

La moneta virtuale e la liquidità per le aziende

Totalmente diversa la proposta di Circuitolinx.net (partner di Sardex) che è un network di imprese che si scambiano beni e servizi attraverso il Credito Commerciale Linx, un’unità di conto spendibile esclusivamente all’interno del circuito. Ad ogni azienda è accordata, entro determinati limiti, una linea di credito per effettuare fin dall’iscrizione acquisti presso altri associati alla rete. A ogni acquisto il conto dell’acquirente viene addebitato per un ammontare pari al prezzo di vendita del bene o del servizio acquistato.

Viceversa il conto del fornitore sarà accreditato per un pari importo. Le aziende che evidenziano un saldo negativo potranno portare a pareggio il proprio saldo semplicemente effettuando vendite presso altre aziende aderenti al Circuito, e allo stesso modo le aziende con saldo attivo potranno monetizzare i Crediti Linx accu mulati facendo acquisti presso le altre imprese iscritte.

Credimi è un intermediario finanziario supervisionato e vigilato da Banca d’Italia fondato nel settembre 2015 che consente alle imprese di rendere liquido il proprio capitale  circolante in tempi rapidi (48 ore), permettendo di quotare e incassare le fatture verso i clienti in poche ore, direttamente dalla postazione di finanza e tesoreria aziendale o da qualunque device, senza costi di iscrizione o affidamento, né alcun canone o costo fisso, ma pagando solo il costo dell’anticipo. Le imprese sottopongono online la fattura commerciale e ricevono da Credimi un’offerta di acquisto, in funzione del rating attribuito al credito.

Con Lendix passiamo al settore dei finanziamenti. La filiale italiana è controlla da Lendix Sa, piattaforma leader in Francia nei prestiti online alle imprese e dal 2017 attiva anche in Spagna. Lendix è una piattaforma di finanziamento alternativa al tradizionale  canale bancario, che consente alle imprese di ottenere un finanziamento direttamente da investitori privati e istituzionali. In media,  occorre meno di una settimana per finanziare un progetto. In pratica, una volta che Lendix ha accettato un progetto e definito il tasso di interesse, lo rende disponibile agli investitori sulla piattaforma garantendo il buon esito dell’operazione grazie alle risorse messe a disposizione dagli investitori istituzionali e privati, i quali possono investire da € 20 a € 2.000 per ciascun progetto.

 

Fondazione Tilt cerca startup italiane da portare a Las Vegas

Quando pubblico e privato uniscono le forze per l’innovazione: Tilt, l’iniziativa congiunta Teorema engineering-Area science park di Trieste cerca di diventare grande e si trasforma in una Fondazione.

L’obiettivo è di sviluppare un progetto di knowledge transfer legato alle tecnologie emergenti, all’open innovation ma andando oltre il solo aspetto tecnologico. Nata per aiutare le startup nel loro percorso di crescita, l’iniziativa ha aggiustato il tiro verso l’open innovation per poi virare anche in direzione del coaching per gli imprenditori.

L’idea, spiega il direttore generale dell’Area science park Stefano Casaleggi, è di continuare a mantenere un forte legame con il territorio che è stato analizzato dal punto di vista della presenza e dell’attività delle imprese poi divise in cluster.

Un’azione di ricerca, selezione, e indirizzamento tecnologico e di business è parte della nostra missione – spiega Michele Balbi, fondatore e presidente di Teorema -. In questi anni infatti ci siamo resi conto che non dovevano solo assumere il compito di incubatore, bensì quella di promotore, supportando in particolare i processi di congiunzione tra il mondo delle imprese e le nuove tecnologie digitali”.

 

 

L’importanza dei soft skill per Tilt

Con Tilt non si è cercata quindi un’attività da venture capital, ma la creazione di un ecosistema per costruire un ambiente dove la tecnologia sia considerata imprescindibile. In questo percorso si è inserita anche la partecipazione al Ces di Las Vegas che ha messo in mostra le capacità tecnologiche delle startup italiane (poco più di una trentina) che in qualche caso hanno ricevuto concreti segnali di interesse da parte di investitori americani.

Ed è stata proprio la trasferta americana a fare comprendere come in realtà con le startup sia necessario lavorare anche sul fronte dei soft skill. Come racconta Casaleggi, il Ces ha messo in evidenza la differenza fra è riuscito a capitalizzare appieno la presenza cercando il contatto con i potenziali investitori e i molti distributori che cercavano nuovi prodotti e chi invece stava lì seduto ad aspettare.

I risultati positivi del Ces hanno spinto Teorema, che quest’anno compie vent’anni, e Area science park, che di anni ne compie quaranta, a ripetere l’esperienza. Per questo è stato pubblicato un bando che fino al 23 settembre selezionerà le startup desiderose di cimentarsi con il Ces di Las Vegas.

L’iniziativa che necessita di fondi ha già raccolto l’adesione di partner istituzionali, accademici e del mondo privato e ricevuto l’adesione del Mise (i primi contatti con il neonato governo promettono bene) e la collaborazione dell’ICe. Mobility, smart transportation, automotive, Industry 4.0, biotech, medtech, fashion tech, agrotech e food tech sono i settori di interesse per un numero totale di aziende intorno alle cinquanta unità.

Il bando prevede una prima call dedicata alle statup universitarie. La selezione finale avverrà con un hacktaon che si svolgerà il 16 novembre, mentre le aziende selezionate dovranno poi seguire un corso di formazione per preparale all’evento Usa. Nell’hackaton oltre alla tecnologia le startup dovranno dimostrare di essere in grado di poter reggere con le loro capacità di relazione la presenza al Ces.

Lavoro, per i manager italiani digitalizzazione e occupazione vanno d’accordo

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I robot non prenderanno il posto di lavoro dei dipendenti ma si affiancheranno. Questa almeno è l’opinione del 92% dei 20.000 datori di lavoro di 42 Paesi intervistati nell’ambito di Skills revolution, l’indagine condotta da Manpower che ha voluto sondare il futuro visto lo sviluppo dell’industria 4.0.

La quasi totalità dunque prevede di mantenere invariati o addirittura aumentare gli organici a causa dell’automazione.

Anche l’Italia è allineata con il resto del mondo. Lungo la Penisola la maggior parte degli imprenditori dichiara che, sul breve periodo, la digitalizzazione determinerà un guadagno netto in termini di occupazione, mentre solo il 6% prevede di diminuire gli organici a causa dell’automazione.

Con il passaggio al digitale, la maggior parte delle aziende avrà quindi bisogno di più persone, non di meno.

L’impatto però varia a seconda della funzione. C’è infatti una differenza fra reparti produttivi e i colletti bianchi. I primi sono quelli in cui è previsto il maggiore aumento di personale, mentre altre aree aziendali come contabilità, finanza e customer care prevedono le maggiori riduzioni di organico dovute all’automazione.

La maggior parte delle aziende in Italia – continua lo studio – prevede che il personale nel settore delle risorse umane resterà stabile, il settore finanziario sarà invece un po’ più debole con una differenza fra aumento e diminuzione del personale del -6%.
Secondo Riccardo Barberis, amministratore delegato di Manpower Italia, le più sacrificate saranno le attività routinarie, mentre si creeranno nuove opportunità lavorative legate all’innovazione e nuove competenze. Di certo saranno sempre più importanti i soft skill che i robot non potranno mai replicare.

Lavoro, l’importanza dei soft skill

Il 97% delle aziende che prevede di aumentare il personale dichiara infatti che la capacità di collaborare rappresenta la soft skill più preziosa, seguono quella di problem solving e di organizzazione. A queste capacità bisognerà però aggiungere le conoscenze tecniche e quelle digitali. Ma c’è dell’altro.

Anche la capacità di imparare sarà sempre più importante. Perché d’ora in poi la formazione sarà continua e non si potrà mai pensare di avere raggiunto il traguardo della conoscenza. E alle aziende non serviranno solo informatici e ingeneri elettronici, ma anche ingegneri di processo e persone che sappiano comunicare bene e gestire un gruppo di lavoro.

Leadership trasformativa è un concetto che farà strada e che significa la capacità di comprendere e interpretare il cambiamento. Le società hanno infatti bisogno di persone con questo tipo di leadership, una capacità che deve essere diffusa all’interno di tutta l’organizzazione e non sia solo nei ruoli apicali.

 

Con Fabrick Banca Sella si apre al mondo fintech

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La regione nordica europea diventerà un hub globale del fintech entro il 2020, ma il Regno Unito manterrà il suo status di principale nonostante i venti contrari economici e politici derivanti dalla Brexit. È questa la sentenza di un rapporto commissionato da Mastercard.

L’indagine, intitolata “Nordic Fintech Disruptors Report 2018” e pubblicata in occasione di Money2020 ad Amsterdam, riferisce che una maggiore cooperazione tra autorità di regolamentazione, banche e innovatori è essenziale per il successo dello status della regione nordica come polo leader nel settore del fintech.

Mentre la regione nordica e quella baltica rappresentano oltre la metà del valore degli unicorni fintech europei, la ricerca mostra che le maggiori sfide sono il risultato diretto o indiretto di uno scarso coordinamento normativo in materia. Il 37% degli intervistati dell’indagine di ricerca ha citato direttamente il regolamento, il 67% ha difficoltà a raggiungere la scala e il 33% ritiene che l’accesso ai finanziamenti resti una sfida. A partire dal 2017 la crescente concorrenza da parte degli operatori storici è balzata al 19%.

L’ecosistema di Fabrick

Nonostante il predominio del nord Europa, l’Italia ha cercato di farsi notare alla rassegna di Amsterdam, la principale in Europa per il fintech, con Fabrick, l’iniziativa nata in seno al Gruppo Sella, che punta a creare un modello collaborativo e aperto, tra banche, fintech e terze parti. Sullo sfondo c’è l’entrata in vigore (dal 13 gennaio) della Psd2, la nuova direttiva europea sui pagamenti che ha l’obiettivo di facilitare l’ingresso nel settore bancario di aziende di altri comparti.

In più anche le banche vogliono aprirsi al mondo e, come ha sottolineato il ceo di Fabrick, Paolo Zaccardi il nuovo modo di fare banca si fonda sull’apertura alla collaborazione a terze parti, al fintech, agli operatori big tech e anche agli attori tradizionali concorrenti e alle assicurazioni, in modo da poter creare servizi a valore aggiunto per il consumatore finale, che deve essere rimesso al centro del mercato. Tanto è vero che oltre a essere un ecosistema aperto dove tutti possono aggiungere e ricevere valore, anche la società è open a partecipazioni anche in termini di capitale.

Nata dall’esperienza e dal know-how innovativo del Gruppo Sella, che per primo in Italia ha dato vita a una Open Banking Platform, Fabrick si configura infatti come un ecosistema aperto che abilita e promuove la collaborazione tra banche, corporate e fintech. Inoltre mette a loro disposizione e delle realtà che le supportano nella trasformazione digitale – dai system integrator, alle digital factory, agli sviluppatori – competenze, tecnologie e servizi per governare il cambiamento, creare soluzioni innovative attraverso una piattaforma di Api.

La piattaforma tecnologica, dalle Api ai servizi

La piattaforma tecnologica è Fabrick Platform, che rappresenta l’evoluzione di Platfr.io di Sella, con il compito di aggregare, integrare e coordinare un numero sempre crescente di Api e servizi sviluppati dai soggetti che partecipano all’ecosistema.

Quanto all’ecosistema, Fabrick punta ad aggregare attorno a sé e alla sua piattaforma gli operatori bancari e finanziari, fintech e corporate, garantendo ai clienti l’accesso a un ambiente in cui proprio l’eterogeneità rappresenta un’opportunità di incontro, contaminazione culturale e crescita reciproca.

Su questi elementi Fabrick ha costruito un’offerta articolata di soluzioni che vanno da quelle studiate per offrire alle banche l’accesso semplice alla piena conformità della PSD2, ai più sofisticati e completi sistemi di gestione dei pagamenti online, delle fatture elettroniche e dei finanziamenti della supply chain fino alle soluzioni di supporto alle operazioni online di equity crowdfunding, nonché a una completa suite di funzionalità white-label per costruire servizi bancari innovativi, mobile only e digitali.

Oltre alle API e alle soluzioni tecnologiche, Fabrick fornisce anche consulenza per le aree di innovation management, customer experience design e business intelligence.

Fabrick è già operativa con circa 50 nuove società tra Fintech e corporate che operano anche a livello internazionale come Hype, Axerve, Vipera, Kubiquem dPixel, Codd&Date e Innoblue.

 

L’Unione europea investe 9,2 miliardi nel digitale

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L’Europa spinge l’acceleratore sul digitale. La Commissione europea ha proposto di istituire il programma Europa digitale che prevede investimenti per 9,2 miliardi di euro.

L’obiettivo è di “allineare alle crescenti sfide digitali il prossimo bilancio a lungo termine” per il periodo 2021-2027.

Con questa iniziativa l’organo esecutivo della UE vuole realizzare un quadro giuridico adeguato all’era digitale. “Tale quadro deve andare di pari passo con finanziamenti e investimenti altrettanto ambiziosi nel programma Europa digitale volto ad aumentare la competitività internazionale dell’Unione come pure a sviluppare e rafforzare le capacità digitali strategiche dell’Europa”.

Le capacità di cui parla la Commissione si traducono nel calcolo ad alte prestazioni, intelligenza artificiale, cibersicurezza e competenze digitali avanzate. Tecnologie che devono essere ampiamente accessibili e usate in tutti i settori dell’economia e della società da parte delle imprese e del settore pubblico. La proposta della Commissione si articola in cinque settori.

I cinque settori coinvolti nel piano UE

Supercomputer: 2,7 miliardi di euro serviranno a finanziare progetti di sviluppo e rafforzamento delle capacità di supercalcolo e trattamento dei dati in Europa, fondamentali per lo sviluppo di molti settori, dall’assistenza sanitaria alle energie rinnovabili, dalla sicurezza dei veicoli alla cibersicurezza. Il finanziamento assicurerà un uso più ampio ed efficiente del supercalcolo nel settore pubblico e in quello privato, comprese le piccole e medie imprese. Europa digitale mirerà a sviluppare un’infrastruttura di dati e supercomputer di livello mondiale con capacità a esascala, ossia un miliardo di miliardi (o 1018) di calcoli al secondo, entro il 2022/2023, e strutture di calcolo post esascala entro il 2026/2027, dotando l’Ue di un proprio parco tecnologico autonomo e concorrenziale che le consentirà di conseguire l’eccellenza in applicazioni di supercalcolo ampliandone al contempo la disponibilità e l’uso.

Intelligenza artificiale: 2,5 miliardi sono previsti per contribuire a diffondere l’intelligenza artificiale nell’economia e nella società europee. Questo bilancio si basa sull’approccio europeo all’intelligenza artificiale, presentato il 25 aprile 2018: lo scopo è stimolare gli investimenti per sfruttare al massimo l’intelligenza artificiale, tenendo conto dei cambiamenti socioeconomici che porta con sé e garantire un adeguato quadro etico e giuridico. I

l programma Europa digitale permetterà a pubblico e privato, in particolare alle aziende di piccole dimensioni, di avere un migliore accesso alle strutture di prova e sperimentazione in intelligenza artificiale negli Stati membri, mentre maggiori investimenti in ricerca e innovazione nell’ambito di Orizzonte Europa assicureranno che l’Ue rimanga all’avanguardia degli sviluppi scientifici e tecnologici nel campo dell’intelligenza artificiale. La Commissione propone di creare “biblioteche europee” comuni di algoritmi accessibili a tutti, per aiutare i settori pubblico e privato ad individuare e acquisire le soluzioni più adatte alle loro esigenze. Piattaforme aperte e accesso a spazi industriali di dati per l’intelligenza artificiale saranno resi disponibili in tutta l’UE in poli di innovazione digitale, che forniranno strutture di prova e di conoscenza alle piccole imprese e agli innovatori.

Cybersecurity e fiducia: 2 miliardi di euro saranno investiti nella salvaguardia dell’economia digitale, della società e delle democrazie dell’Ue promuovendo la ciberdifesa e la cibersicurezza dell’industria dell’Ue, finanziando attrezzature e infrastrutture d’avanguardia nel settore della cibersicurezza e sostenendo lo sviluppo delle capacità e delle conoscenze necessarie. La proposta si basa su un ampio pacchetto di misure sulla cibersicurezza, presentato a settembre 2017, e sulla prima legislazione a livello dell’UE in materia di cibersicurezza entrata in vigore a maggio 2018.

Competenze digitali: 700 milioni di euro per assicurare che attualmente e in futuro i lavoratori abbiano la possibilità di acquisire facilmente le competenza digitali con corsi di formazione a breve e lungo termine e con tirocini sul posto di lavoro, indipendentemente dal loro Stato membro di residenza. Nel programma Europa digitale, i poli di innovazione digitale svolgeranno programmi mirati per aiutare le piccole e medie imprese e le pubbliche amministrazioni a fornire al proprio personale le competenze avanzate necessarie per poter accedere alle nuove opportunità offerte dal supercalcolo, dall’intelligenza artificiale e dalla cibersicurezza.

Garantire un vasto uso delle tecnologie digitali nell’economia e nella società: 1,3 miliardi assicureranno la trasformazione digitale della pubblica amministrazione e dei servizi pubblici e la loro interoperabilità a livello Ue, inoltre faciliteranno l’accesso delle imprese, soprattutto delle Pmi, alla tecnologia e al know-how. I poli di innovazione digitale fungeranno da “sportelli unici” per le piccole e medie imprese e per le amministrazioni pubbliche e forniranno l’accesso a competenze tecnologiche e strutture di sperimentazione oltre a offrire consulenza per valutare meglio la fattibilità economica dei progetti di trasformazione digitale. Sarà inoltre dato sostegno a una rete di poli dell’innovazione digitale affinché sia garantita la copertura geografica europea più ampia possibile. I poli di innovazione digitale costituiscono oggi uno dei principali elementi della strategia sulla digitalizzazione dell’industria europea.

 

 

 

Mobility in azienda, la sorpresa è la realtà aumentata

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Essere concentrati sul cambiamento continuo, estendere le soluzioni di sicurezza all’edge, impianti o ambienti fisici, agire come centro di competenza d’azienda per la mobility e le next gen technology e infine identificare i partner ICT per l’affiancamento.

Sono le linee guida secondo i Cio elencate da Daniela Rao, research & consulting senior director di Idc, che ha aperto l’Idc Mobiz l’evento dedicato alla enterprise mobility.

L’opinione dei Cio arriva dopo un intervento in cui Rao ha descritto lo scenario dell’enterprise obility che vede oggi in Europa i mobile worker che valgono il 57% della forza lavoro totale, un’ottantina di milioni di persone che dovrebbero arrivare a breve a 90 milioni. Una ventina di milioni lavorano invece da casa.

Enterprise mobility, gli investimenti delle aziende

Anche l’Italia si sta muovendo in questa direzione con sei milioni di persone che hanno cambiato il modo di lavorare. Le aziende italiane stanno investendo per la progressiva mobilizzazione delle persone e l’estensione dei sistemi informativi .

È un mercato che vale sui cinque miliardi e mezzo di euro per superare i sette miliardi nel 2021 guidato dalla spesa per i device (40%) che crescerà con l’arrivo di nuovi oggetti. La connettività costa sempre lo stesso, mentre la spesa per servizi cresce lievemente e la quella per il software in modo rilevante anche se rimane un tassello del quadro complessivo.

La spesa software è di 190 milioni con la parte più importante dedicata sviluppo di applicazioni (42%), poi c’è il fronte security (21%), le piattaforme per i device mobili (27%) e l’enterprise mobility management con il 10%.

Le aziende comprano soprattuttto tablet (60%) e smartphone (57%), poi i ruggedized (34%), device protetti, telefonini normali (32%), speaker con digital assistant (30%), wireless speaker (28%) e Ar headset 26% e wearable 20%. Per quanto riguarda realtà aumentata e realtà virtuale, Idc pronostica un eccellente futuro nel mondo business.

Nel back office le piattaforme di enterprise mobility management hanno un focus sulla sicurezza e si muovono lungo quattro direzioni: mobile identity. che potrebbe essere in futuro anche una porta per i pagamenti e sostituire le carte di credito, multifactor authentication per l’accesso a luoghi e dati sensibili, le minacce interne ed esterne e audit trail analytics dove sono analizzati i dati raccolti dai device.

Le novità più grosse – spiega Rao – arriveranno da dati, contenuti e applicazioni che saranno al centro delle rivoluzione del prossimo anno. Abbiamo iniziato a vedere processi aziendali che viaggiano sulle app con Crm o applicazioni per attività aziendali e supply chain”.

Il focus delle aziende intanto si sposta verso la digitalizzazione dei processi. Dopo digitalizzazione postazione di lavoro si guarda al processo aziendale e all’integrazione con gli ambienti fisici di lavoro.

La sorpresa arriva dallo sviluppo della realtà virtuale o aumentata. Caschetti e occhiali sono utilizzati dal 28% delle aziende che ha prodotti dei piloti, l’11% ha progetti operativi, 11% trial, mentre il 33% non le utilizza.

Per quanto riguarda le previsioni entro il prossimo anno a livello mondiale il 20% delle applicazioni avrà un set per la realtà aumentata, al 2020 25% appplicazioni ml e Ia, 66% nel 2020 intgrerà sicurezza fisica, e nel 2021 nuove app e servizi con il 5G che porta maggiore velocità e bassisima latenza fondamentale per chi lavora in real time.

Datacenter in colocation, la crescita continua

Le aziende stanno dimostrando di avere sempre più fiducia nei datacenter in colocation per l’archiviazione, la protezione, il monitoraggio e la riparazione di infrastrutture e dati tecnologici critici.

Lo afferma un report di BCC Research secondo il quale il mercato di questo tipo di datacenter, dove è possibile noleggiare spazio fisico, larghezza di banda e network, crescerà a un ritmo del 15,4% annuo e raggiungerà i 54,8 miliardi di dollari in tutto il mondo nel 2020.

Mentre sempre più organizzazioni si rivolgono ai data center per alloggiare le loro apparecchiature mission-critical e proteggere i loro marchi, i data center di colocation stanno aggiungendo valore sviluppando e implementando piattaforme di business intelligence.

Questo movimento crescente permette agli operatori di monitorare lo stato di salute generale dell’impianto, per la manutenzione preventiva e anche per la previsione dei requisiti infrastrutturali. Queste stesse piattaforme forniscono aree di osservazioni personali per ogni cliente.

Nei datacenter in colocation cogni cliente deve affrontare sfide uniche, dalle diverse funzionalità It alle differenti esigenze di alimentazione e raffreddamento. Tali requisiti dipendono dall’età delle apparecchiature informatiche e dalle differenze tra produttori, marche e modelli.

Per l’operatore del data center i dati provenienti da una varietà di fonti, infrastrutture e sensori che consentono una moltitudine di protocolli e proprietà richiedono un mezzo per normalizzarli e unirli in un’unica vista, in modo che il personale tecnico e operativo possa applicare processi e pratiche coerenti.

Tutta questa diversità è alla base dell’esigenza generale di piattaforme di Business intelligence che aiutino i clienti a mantenere una visione personalizzata per gestire e proteggere l’infrastruttura It critica in queste strutture.

Gli odierni data center sono pieni di dispositivi IoT o, più specificamente, di una rete di sensori che vanno dai sensori di temperatura e umidità ai dispositivi di sicurezza biometrici e alle etichette delle apparecchiature Rfid. Questi dispositivi raccolgono dati sul consumo energetico e sull’ambiente oltre ad applicare diversi livelli di protezione fisica.

Unite ai dati aziendali, come i servizi acquistati e fatturati, lo stato dell’implementazione It, i cicli di aggiornamento o gli aumenti di capacità riservati e in sospeso, le informazioni ottenute da una piattaforma di Business intelligence consentono al personale tecnico e operativo di prevedere le tendenze e ottimizzare l’infrastruttura per mantenere il profilo operativo più efficiente.

Sia l’operatore che il cliente dovrebbero avere accesso alla piattaforma di Business intelligence in modo da poter esaminare regolarmente la capacità, il fabbisogno di raffreddamento e di energia, nonché le tendenze, il tutto su un unico schermo, e quindi prendere decisioni informate. Queste viste devono essere personalizzate in base alle esigenze del cliente e devono correlare in modo intelligente più punti dati per proteggere l’attività del cliente.

Google traduttore ora funziona anche offline

Il traduttore di Google fa passi avanti e permette di utilizzare il servizio anche offline. “Circa due anni fa abbiamo introdotto la traduzione automatica neurale (Neural machine translation, Nmt) in Google Translate – è scritto in un post sul blog della società – migliorando in modo significativo la precisione delle nostre traduzioni online. Oggi, stiamo portando la tecnologia Nmt sul dispositivo offline”.

Ciò significa che la tecnologia verrà eseguita nelle applicazioni Google Translate direttamente sul dispositivo Android o iOS, in modo da ottenere traduzioni anche quando non si dispone di una connessione Internet.

L’utilizzo della Neural machine translation

Grazie all’utilizzo della Neural machine translation, che permette di tradurre frasi intere invece che pezzo per pezzo, il traduttore di Google è migliorato notevolmente negli ultimi due anni.

La tecnologia utilizza un contesto più ampio per aiutare a determinare la traduzione più rilevante, che poi riorganizza e regola per suonare più come una persona reale che parla con la grammatica corretta. Questo rende i paragrafi e gli articoli tradotti molto più scorrevoli e facili da leggere.

Grazie a questa nuova possibilità sarà possibile utilizzare il traduttore quando si viaggia all’estero senza un piano dati locale, se non si ha accesso a Internet o se non si desidera utilizzare i dati cellulari. E poiché ogni set di lingue è di soli 35-45 Mb, la memoria del telefono non dovrebbe risentirne.

Per provare le traduzioni Nmt offline, bisogna utilizzare la app su Android o iOS. Se sono già state utilizzate le traduzioni offline in precedenza, nella schermata iniziale verrà visualizzato un banner che permetterà di aggiornare i file offline.

In caso contrario bisogna andare alle impostazioni di traduzione offline e toccare la freccia accanto al nome della lingua per scaricare il pacchetto per quella lingua. L’aggiornamento implementato riguarda 59 lingue.

Le norme etiche di Google per l’intelligenza artificiale

“L’intelligenza artificiale è la programmazione per computer che impara e si adatta. Non può risolvere ogni problema, ma il suo potenziale per migliorare la nostra vita è profondo. In Google utilizziamo l’intelligenza artificiale per rendere i prodotti più utili, dalle e-mail prive di spam e più facili da comporre, all’assistente digitale con cui puoi parlare naturalmente, alle foto che ti fanno venire voglia di divertirti”.

Inizia così il post che Sundar Pichai, ceo di Google, ha pubblicato sul blog della società per spiegare quali sono i principi seguiti dal colosso di Mountain View nello sviluppo dell’intelligenza artificiale.

Sundar Pichai, ceo di Google

“Oltre ai nostri prodotti – prosegue – usiamo intelligenza artificiale per aiutare le persone ad affrontare problemi urgenti. Una coppia di studenti delle scuole superiori sta costruendo sensori a intelligenza artificiale per prevedere il rischio di incendi. Gli agricoltori lo utilizzano per monitorare lo stato di salute delle loro mandrie. I medici stanno iniziando ad usare l’intelligenza artificiale per aiutare a diagnosticare il cancro e prevenire la cecità. Questi chiari vantaggi sono il motivo per cui Google investe molto nella ricerca e nello sviluppo dell’Ia e rende le tecnologie dell’intelligenza artificiale ampiamente disponibili agli altri attraverso i nostri strumenti e il codice open-source”.

Ma questo tipo di tecnologia, viste le sue enormi potenzialità solleva molte questioni. Per questo, spiega, come leader del settore Google sente molto la responsabilità degli effetti che potrà avere il suo lavoro. Così Sundar Pichai elenca sette principi ai quali la società vuole ispirarsi. “Non si tratta di concetti teorici, ma di standard concreti che regoleranno attivamente la nostra ricerca e lo sviluppo dei prodotti e influenzeranno le nostre decisioni aziendali”.

Le tavole della legge di Google per l’intelligenza artificiale

Quelle che seguono sono i principi e le intenzioni di utilizzo di intelligenza artificiale che Google ha espresso sul proprio blog.

I principi sono stati pubblicati dopo che Google, in seguito alla forti proteste dei dipendenti, ha annullato il contratto con il dipartimento alla Difesa Usa per un contratto da nove milioni di dollari che prevedeva l’uso di intelligenza artificiale per analizzare le immagini dei velivoli a pilotaggio remoto e identificare gli obiettivi.

Essere socialmente vantaggiosi. L’estensione delle nuove tecnologie tocca sempre di più la società nel suo insieme. I progressi avranno un impatto trasformativo in un’ampia gamma di settori, tra cui assistenza sanitaria, sicurezza, energia, trasporti, industria manifatturiera e intrattenimento. Nel considerare lo sviluppo potenziale e l’utilizzo delle tecnologie dell’Ia, terremo conto di un’ampia gamma di fattori sociali ed economici e procederemo laddove riteniamo che i probabili benefici complessivi superino sostanzialmente i rischi e gli svantaggi prevedibili. Così Google si impegna a rendere facilmente disponibili informazioni accurate e di alta qualità, pur continuando a rispettare le norme culturali, sociali e legali dei paesi in cui operiamo. E continuerà a valutare attentamente quando rendere disponibili le nostre tecnologie su base non commerciale.

Evitare di creare o rafforzare distorsioni inique. Gli algoritmi e i set di dati di intelligenza artificiale possono riflettere, rafforzare o ridurre errori sistematici non corretti.  Riconosciamo che distinguere tra pregiudizi equi e pregiudizi ingiusti non è sempre semplice e differisce a seconda delle culture e delle società. Cercheremo di evitare impatti ingiusti sulle persone, in particolare quelli relativi a caratteristiche sensibili quali razza, etnia, genere, nazionalità, reddito, orientamento sessuale, capacità e credo politico o religioso.

Essere costruito e testato per la sicurezza. Continueremo a sviluppare e applicare solide pratiche di sicurezza per evitare risultati indesiderati che possano creare rischi di danni. Progetteremo i nostri sistemi di intelligenza artificiale con la dovuta cautela e cercheremo di svilupparli in conformità con le migliori pratiche nella ricerca sulla sicurezza. Nei casi appropriati, testeremo le tecnologie di intelligenza artifciiale in ambienti con limitazioni e ne monitoreremo il funzionamento dopo la distribuzione.

Siate responsabili nei confronti delle persone. Progetteremo sistemi Ia che forniscano opportunità appropriate di feedback, spiegazioni pertinenti e attrattive. Le nostre tecnologie per l’intelligenza artificiale saranno soggette a un’adeguata direzione e controllo umano.

Integrare i principi di progettazione della privacy. Incorporeremo i nostri principi sulla privacy nello sviluppo e nell’uso delle nostre tecnologie Ia. Offriremo opportunità di notifica e consenso, incoraggeremo le architetture con salvaguardie per la privacy e forniremo adeguata trasparenza e controllo sull’uso dei dati.

Sostenere elevati standard di eccellenza scientifica. L’innovazione tecnologica è radicata nel metodo scientifico e nell’impegno per un’indagine aperta, il rigore intellettuale, l’integrità e la collaborazione. Gli strumenti dell’intelligenza artificiale hanno il potenziale di aprire nuovi orizzonti di ricerca e conoscenza scientifica in settori critici come la biologia, la chimica, la medicina e le scienze ambientali. Aspiriamo a standard elevati di eccellenza scientifica mentre lavoriamo per progredire nello sviluppo dell’intelligenza artificiale.

Collaboreremo con una serie di parti interessate per promuovere una leadership ponderata in questo settore, sulla base di approcci scientificamente rigorosi e multidisciplinari. E condivideremo responsabilmente la conoscenza dell’intelligenza artificiale pubblicando materiali didattici, migliori pratiche e ricerche che consentano a più persone di sviluppare applicazioni utili per l’intelligenza artificiale.

Metteremo a disposizione i prodotti per usi conformi a questi principi. Molte tecnologie sono destinate a molteplici usi. Lavoreremo per limitare le applicazioni potenzialmente dannose o abusive. Durante lo sviluppo e l’implementazione delle tecnologie dell’Ia, valuteremo gli usi probabili alla luce dei seguenti fattori:
Scopo e uso principali: scopo principale e probabile uso di una tecnologia e di un’applicazione, compreso il grado di correlazione o di adattabilità della soluzione a un uso nocivo.
Natura e unicità: se mettiamo a disposizione una tecnologia unica o più generale.
Scala: se l’uso di questa tecnologia avrà un impatto significativo.
Natura del coinvolgimento di Google: se stiamo fornendo strumenti generici, integrando strumenti per i clienti o sviluppando soluzioni personalizzate.

Applicazioni di intelligenza artificiale che non perseguiremo. Oltre agli obiettivi di cui sopra, non progettiamo né installiamo l’Ia nelle seguenti aree di applicazione: Tecnologie che causano o possono causare un danno globale.  In caso di rischio materiale di danni, procederemo solo se riteniamo che i benefici siano sostanzialmente superiori ai rischi e se incorporiamo adeguati vincoli di sicurezza. Armi o altre tecnologie il cui scopo principale o la cui applicazione è provocare o agevolare direttamente le lesioni alle persone. Tecnologie che raccolgono o utilizzano informazioni per la sorveglianza in violazione di norme accettate a livello internazionale. Tecnologie il cui scopo contravviene ai principi ampiamente accettati del diritto internazionale e dei diritti umani. Vogliamo essere chiari sul fatto che, mentre non stiamo sviluppando l’intelligenza artificiale per l’uso militare, continueremo a lavorare con i governi e i militari in molti altri settori. Questi includono la sicurezza informatica, l’addestramento, il reclutamento militare, l’assistenza sanitaria ai veterani e le attività di ricerca e salvataggio. Queste collaborazioni sono importanti e cercheremo attivamente altri modi per aumentare il lavoro critico di queste organizzazioni e mantenere al sicuro i membri del servizio e i civili.

 

HFarm e Pfizer fanno la digital transformation nella farmaceutica

HFarm e Pfizer hanno unito le forze per un progetto che unisce cultura digitale, formazione e ricerca nell’ambito della salute.

Il centro per l’innovazione fondato da Riccardo Donadon a Roncade in provincia di Treviso, darà vita a un Healthcare Hub per la ricerca e la condivisione di idee innovative.

Due gli obiettivi dell’iniziativa, identificare e selezionare startup per lo sviluppo di progetti a servizio del sistema salute e promuovere la cultura dell’innovazione tra i dipendenti di Pfizer.

In un panorama in cui l’industria farmaceutica italiana risulta tra le più competitive in Europa – recita un comunicato di HFarmPfizer Italia ha deciso di allearsi con noi, convinta che la digital transformation sia essenziale nel rispondere all’emergere di nuove esigenze nell’ambito della salute: il progressivo innalzamento dell’età media, con la conseguente necessità di ripensare al trattamento delle patologie croniche; l’urgenza di trovare soluzioni efficaci contro le malattie più diffuse; l’evoluzione della domanda di salute da parte della popolazione; lo sviluppo della medicina personalizzata”.

Le startup esaminate

Il progetto vede il coinvolgimento sinergico di due divisioni di HFarm. Si tratta dell’Industry – Human innovation culture e Open innovation. In più, oltre all’avvio di un processo di formazione interna è stato dato il via a uno scouting di startup a livello internazionale, che si avvale della esperienza della struttura veneta e del network sviluppato in oltre 13 anni di attività in progetti mirati all’innovazione.

Oltre cento startup sono state valutate sulla base di un brief creato per indagare diverse aree di interesse: aderenza alla terapia, educazione ed empowerment del paziente, diagnosi precoce e miglioramento screening e ottimizzazione dei flussi all’interno delle strutture sanitarie per offrire un servizio migliore ai pazienti.

Per far fronte al mutamento dei bisogni e governare le scelte del settore farmaceutico“, spiega Massimo Visentin, presidente e amministratore delegato di Pfizer in Italia. “L’innovazione tecnologica e scientifica passa necessariamente attraverso la contaminazione positiva fra competenze diverse e trasversali. Grazie alla massima integrazione dei differenti attori che mettono a fattor comune le proprie competenze specifiche, si può incidere significativamente sui grandi temi legati alla salute della nostra epoca. Per noi di Pfizer“, conclude Visentin, “significa capire, innanzitutto, come utilizzare i vantaggi offerti dalle nuove frontiere della tecnologia per dare risposte concrete a chi è da sempre al centro del nostro impegno: il paziente“.

Stampa 3D, crescono i sistemi industriali e professionali

Wohlers Associates ha pubblicato l’ultimo rapporto annuale sullo stato del settore della stampa 3D. Secondo i dati della società c’è stato un aumento significativo nella produzione di sistemi di additive manufacturing, con una crescita del 21% rispetto all’anno precedente, per un totale di 7,3 miliardi di dollari, frutto anche di una particolare attenzione alla stampa 3D su metallo.

Nel 2016 erano stati venduti circa 983 sistemi di produzione additiva metallici. Nel 2017, questo numero è salito dell’80% a 1.768. Questo, fa notare l’analista, è di gran lunga il più grande aumento dal 2000.

Wohlers Associates parla infatti di un “impressionante” aumento delle installazioni di sistemi di produzione additiva metallici.

Una crescita che accompagna il miglioramento del monitoraggio dei processi e delle misure di garanzia della qualità nella stampa 3D su metallo, ma contestualmente avverte che “c’è ancora molto da fare”.

La crescita non riguarda solamente le macchine. Il rapporto afferma che lo scorso anno 135 aziende in tutto il mondo producevano e vendevano sistemi di additive manufacturing di livello industriale, rispetto alle 97 nel 2016.

Nuovi produttori di sistemi stanno entrando nel mercato a un ritmo vertiginoso mentre rilasciano macchine con piattaforme di materiale aperte, velocità di stampa più elevate e prezzi più bassi.

Il nuovo rapporto Wohlers stima anche che il numero di stamptanti desktop vendute sia quasi doppio rispetto a quelle venduti nel 2015.

In poco più di due anni, si ritiene che siano state vendute 528.952 stampanti (o sistemi) desktop 3D.

Wohlers stima che i ricavi del segmento desktop siano stati di gran lunga superiori a 500 milioni di dollari nel 2017.

La stima totale del settore di 7,336 miliardi dollari, esclude perchè non censibili gli investimenti fatti internamente di grandi aziende (come Airbus, Adidas, Ford, Toyota) e di centinaia di altre aziende, che stanno investendo in ricerca e sviluppo in fatto di additive manufacturing.

 

Il retail ormai non può prescindere dalla georeferenziazione

La georeferenziazione, o geofencing, è una tecnologia per la definizione di varchi virtuali per un dispositivo elettronico. Quando il dispositivo su cui è in esecuzione il software di geofencing (di solito uno smartphone) supera un varco virtuale, entrando o uscendo dall’area, viene emesso un avviso.

La georeferenziazione si basa generalmente sul sistema di posizionamento globale (Gps) o sull’identificazione a radiofrequenza (Rfid). Molte applicazioni di geofencing incorporano anche Google Earth per definire una barriera geografica a parte la vista satellitare. Alcune applicazioni definiscono anche barriere virtuali basate su longitudini o latitudini o su mappe basate sul web.

I casi d’uso della georeferenziazione

Le barriere virtuali possono essere attive o passive. Quelle attive richiedono che un’applicazione sia aperta e che l’utente si colleghi a un servizio. Le barriere passive invece funzionano sempre in background e si basano su dati Wifi o cellulari oppure su Gps o Rfid.

Il geofencing è utilizzato in molte aree. Per la gestione del parco veicoli, è possibile ricevere un avviso se un autocarro devia dal suo percorso e nella gestione delle risorse umane, questa tecnologia può essere utilizzata per garantire che un dipendente non tenti di entrare in un’area non autorizzata.

Secondo gli analisti il mercato della georeferenziazione dovrebbe superare 1,7 miliardi di dollari entro il 2024. Si tratta di un mercato in rapido aumento grazie alla penetrazione globale dei dispositivi mobili e alla crescita favorevole dell’implementazione di servizi basati sulla localizzazione.

Le aziende che prestano dispositivi mobili come smartphone o tablet possono anche utilizzare la geofencing per ricevere un avviso se un dispositivo lascia l’area predefinita e la blocca. Funzioni simili possono quindi essere offerte dal software di gestione dei dispositivi mobili.

Anche i braccialetti elettronici utilizzati da persone agli arresti domiciliari si basano su questa tecnica per controllare che chi li indossa non tenti di uscire dal perimetro autorizzato. I dispositivi Smart Home, come i termostati intelligenti, possono invece modificare la temperatura quando il proprietario entra in casa.

Nel campo del marketing, il geofencing è sempre più utilizzato a tal punto da far emergere un termine specifico: geomarketing. Ad esempio, è possibile definire una barriera virtuale intorno a un negozio. Così, quando un potenziale cliente supera la barriera, è possibile inviargli un’offerta promozionale o un annuncio mobile sul suo smartphone per incoraggiarlo ad acquistare.

Analogamente, è possibile definire una barriera virtuale intorno a un negozio concorrente per offrire ai propri clienti offerte promozionali competitive. Inoltre, anche se la georeferenziazione non spinge sistematicamente la chiatta all’acquisto, è possibile utilizzare questa tecnologia per monitorare il comportamento dei clienti all’interno di un negozio fisico, al fine di utilizzare queste informazioni per sviluppare campagne di marketing più efficaci.

Poiché le aziende stanno realizzando sempre più i vantaggi del monitoraggio e della gestione delle risorse mobili basati sulla posizione per aumentare la forza lavoro e la produttività dei processi, si prevede che il mercato mostrerà una forte crescita nel corso degli anni.

La crescente adozione di campagne di marketing georeferenziate sta guidando la crescita del mercato nel settore automobilistico e del retail. Con la creazione di geofence in prossimità di stabilimenti commerciali concorrenti, le imprese si rivolgono a potenziali clienti nel perimetro offrendo offerte redditizie sui loro prodotti.

Il mercato è spinto anche dall’aumento dell’adozione di soluzioni di questo tipo nei trasporti e nella logistica. Poiché il geofencing offre una soluzione efficiente per la gestione di grandi flotte in diverse aree geografiche, diventa gestibile per monitorare la posizione e la movimentazione dei singoli veicoli.

Un’applicazione emergente di geofencing è utilizzata anche come strumento di reclutamento. Alcune aziende stanno sfruttando la tecnologia per rivolgersi a potenziali dipendenti. Con un database di potenziali talenti, le aziende creano geofence nelle aree in cui queste ricercate persone vivono o lavorano. Quando una persona con credenziali rilevanti entra in questa rea sul suo telefono cellulare viene inserito un annuncio che invita a candidarsi per la posizione disponibile.

 

Blockchain, una voce fuori dal coro: potrebbe essere una bolla

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Blockchain oggi è al top della popolarità. Nuovi progetti prendono il via sull’onda dell’entusiasmo per la nuova tecnologia. Ma sono in molti a lasciar perdere.

Questo sostiene una ricerca di GlobalData secondo la quale molti dei primi progetti saranno accantonati a favore di approcci più tradizionali o si evolveranno in un modo che riduce la loro dipendenza da blockchain.

Il rapporto “Blockchain – Thematic Research” rivela infatti che “mentre il mercato è pieno di assurde affermazioni sui vantaggi della tecnologia blockchain, vi sono alcuni settori chiave in cui la capacità di eseguire transazioni distribuite senza fare affidamento su un’unica autorità centrale apporterà un valore significativo. Anche se la tecnologia blockchain avrà perso gran parte della sua brillantezza entro il 2025, sarà entrata nel cuore di molti processi aziendali chiave, soprattutto quelli che coinvolgono più partecipanti, diversi tra loro”.

Secondo Gary Barnett, capo analista, ricerca tematica di tecnologia a GlobalData, stiamo entrando in una nuova fase nell’evoluzione della tecnologia; nel corso dei prossimi 24 mesi le affermazioni più stravaganti fatte dai sostenitori di blockchain saranno smentite e fornitori e gli utenti di tecnologia cominceranno a prendere visione dei casi d’uso in cui la tecnologia della catena del blocco e del libro mastro distribuito può aggiungere valore reale.

Fine della bolla blockchain

“Tranquilli che la bolla finisce”, sembra dire Global Data che stima per ogni dollaro speso per blockchain tra i 5 ei 20 dollari spesi per la trasformazione e la modernizzazione.

La maggior parte dei progetti di trasformazione troverà che il difficile e spesso costoso lavoro di modernizzazione dei processi, integrazione e, in molti casi, il componente di blockchain o di contabilità distribuita costituirà una parte minore della soluzione globale.

Gran parte dell’hype che circonda la catena del blocco si è proposto di conferire proprietà magiche alla tecnologia. Ma nonostate questo, afferma la società di ricerca, la catena a blocchi non ha la capacità soprannaturale di trasformare i processi.

E ancora. Le affermazioni secondo cui la tecnologia blockchain ridurrà i costi dei servizi finanziari o della logistica del 30% sono fantasiose al punto da essere disoneste, poiché la maggior parte di questi risparmi proverrà dalla digitalizzazione e modernizzazione dei processi piuttosto che dalla blockchain.

Le iniziative di maggior successo saranno sviluppate da consorzi che riuniranno fornitori di tecnologia e operatori del settore disposti ad investire nella trasformazione e integrazione dei processi necessari per trasformare complessi processi.

I progetti interni sono quelli che Global Data considera più a rischio. Non esiste infatti un caso di utilizzo per le catene a blocchi all’interno di una singola organizzazione, il valore della tecnologia risiede infatti nella loro capacità di fornire una piattaforma di transazioni per più parti disparate.

La robotizzazione dei processi guadagna sempre più spazio

I processi operativi saranno sempre più automatizzati: la dimensione del mercato della Robot Process Automation dovrebbe raggiungere gli 8,6 miliardi di dollari entro il 2023, con una crescita del 36,2% nel periodo 2018-2023.

Si prevede una crescita significativa della domanda del mercato, dovuta al rapido aumento dell’adozione di soluzioni avanzate di automazione aziendale e all’aumento della domanda di forza lavoro virtuale per eliminare le attività umane ripetitive nel business, in tutto il mondo. Inoltre, lo sviluppo di software di automazione a basso costo e facilmente disponibili sta alimentando ulteriormente la crescita del mercato, a livello globale.

Questo racconta un report di P&S market research che spiega come il crescente progresso nell’intelligenza artificiale e nel calcolo cognitivo, che includono tecniche di machine learning e una maggiore potenza di calcolo, e l’adozione di entrambe le tecnologie nell’automazione dei processi robotizzati consente all’industria di crescere in modo efficiente.

In precedenza l’intelligenza artificiale e la robot process automation erano considerate due tecnologie diverse, ma ora si completano a vicenda per elaborare enormi volumi di dati e fornire un migliore processo decisionale alle organizzazioni.

L’informatica cognitiva, che include apprendimento adattivo, riconoscimento vocale e algoritmo di identificazione del modello, viene ereditata dall’automazione dei processi robotici per trasformare il business e portare l’organizzazione ad un livello di crescita superiore.

Rimane però qualche criticità. I frequenti cambiamenti nella tecnologia di automazione ostacolano la crescita e ci sono problemi di resistenza dei dipendenti e di onboarding. L’implementazione di qualsiasi nuova tecnologia sembra essere stressante per un dipendente in quanto porta una maggiore responsabilità.

Banche e risorse umane

Un’altra indagine stima un aumento sostanziale dell’uso del software Rpa (Robotic process automation) in numerose funzioni di conformità, dal 41% nella raccolta dei documenti al 32% nei sistemi off-boarding per le banche. Secondo il sondaggio gli intervistati hanno identificato nell’Rpa una delle nuove tecnologie più promettenti per automatizzare i processi di conformità, risparmiare tempo al personale, ridurre gli errori e migliorare l’esperienza del cliente. Più lenta appare invece l’adozione nel settore delle risorse umane  dove il cammino sembra più lento.

Lassunzione di nuovi membri del personale e la loro messa al lavoro dopo l’assunzione richiede generalmente circa un mese. I diversi processi – l’acquisizione di referenze, la verifica delle identità, la valutazione della salute e della sicurezza, la comprensione delle pratiche, delle politiche e della cultura aziendali da parte dei collaboratori – richiedono un complesso insieme di azioni e di strumenti non facilmente automatizzabili. Tuttavia, c’è molto da guadagnare. Oltre a guidare l’efficienza riducendo il tempo speso per i processi e la conformità, automatizzando attività come questa sarà possibile liberare lavoratori qualificati per applicarli a lavori più creativi.

Infatti, i potenziali aspetti positivi rendono inevitabile l’automazione delle funzioni di supporto, poiché le forze di mercato spingono le aziende a perseguire una sempre maggiore efficienza. L’indagine lo conferma, con il 72% dei datori di lavoro che prevede che alcune assunzioni e ruoli HR saranno completamente automatizzati entro il 2028.

IT manager e trasformazione digitale giudicati dai lavoratori

C’è forse una cesura fra lavoratori e IT manager: in molti, infatti, sono convinti che i loro responsabili abbiano perso il filo dell’evoluzione digitale che siano un po’ distanti dal corso degli eventi.

Lo afferma un’indagine di Gartner secondo il quale meno del 50% dei lavoratori (IT e non IT) ritiene che i propri IT manager siano consapevoli dei problemi relativi alla tecnologia digitale. I responsabili IT europei riscuotono però maggiore fiducia (58%) rispetto a quelli americani (41%).

L’indagine ha rivelato che è meno probabile che i millennial si rivolgano ai team di supporto informatico con mezzi convenzionali. Circa il 53% dei giovani intervistati al di fuori del reparto It ha dichiarato che uno dei primi tre modi per risolvere un problema con la tecnologia digitale sarebbe quello di cercare una risposta su Internet.

Nel complesso, i lavoratori non It hanno avuto più probabilità dei lavoratori IT di esprimere insoddisfazione per le tecnologie fornite per il loro lavoro. I lavoratori It esprimono maggiore soddisfazione per i loro dispositivi rispetto a chi lavora al di fuori dei reparti IT. Solo il 41% dei lavoratori non It si è detto molto o completamente soddisfatto dei propri dispositivi, rispetto al 59% dei lavoratori IT intervistati.

Molti reparti IT avranno più successo se saranno in grado di fornire ciò che i dipendenti dicono di avere bisogno e di fornire ispirazione per aumentare l’abilità digitale della forza lavoro.

I lavoratori IT si sentono più fiduciosi rispetto ai colleghi nell’uso della tecnologia digitale. L’analisi di Gartner dice infatti che il 32% dei lavoratori IT si caratterizza come esperto nelle tecnologie digitali che utilizza sul posto di lavoro. Solo il 7% dei lavoratori non IT si sente nella stessa condizione.

Il 67% dei lavoratori non IT ritiene che la propria organizzazione non sfrutti le proprie competenze digitali. “Le organizzazioni che cercano di maturare ed espandere il proprio ambiente di lavoro digitale scopriranno che l’espansione della capacità digitale accelererà questo processo in tutta l’organizzazione”.

Circa tre lavoratori digitali su quattro sono d’accordo (48%) o sono fortemente d’accordo (24%) sul fatto che la tecnologia digitale fornita dalla loro organizzazione consente loro di svolgere il proprio lavoro e le tecnologie più utilizzate sono la messaggistica in tempo reale (58%), gli strumenti di condivisione (55%) e i social media sul luogo di lavoro (52%).

Tuttavia, esistono distinzioni significative sul posto di lavoro. I lavoratori digitali millennial infatti sono più inclini a utilizzare applicazioni e dispositivi sul posto di lavoro che non sono forniti dalla loro organizzazione, siano essi tollerati o meno. Inoltre hanno anche opinioni più forti sugli strumenti di collaborazione che scelgono per se stessi.

È più probabile che indichino che dovrebbero avere la possibilità di utilizzare i social media che preferiscono per motivi di lavoro.

Rispetto al totale della forza lavoro, una percentuale maggiore di millennial considera le applicazioni che utilizza nella sua vita personale più utili di quelle che gli vengono fornite sul posto di lavoro. L’indagine ha rilevato che che il 26% dei lavoratori di età compresa tra i 18 e i 24 anni utilizza applicazioni non approvate per collaborare con altri lavoratori, rispetto a solo il 10% di quelli di età compresa tra i 55 e i 74 anni.

Realtà aumentata e virtuale, il mercato non conosce limiti

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Una crescita esplosiva: è questo che promette il 2018 per realtà aumentata (Ar) e realtà virtuale (Vr). Lo afferma uno studio di Idc secondo il quale la spesa mondiale per prodotti e servizi Ar e Vr raggiungerà i 27 miliardi di dollari nel 2018, con un incremento del 92% rispetto all’anno precedente. La spesa per queste tecnologie e servizi raggiungerà un tasso di crescita annuo composto (Cagr) del 72% nel periodo 2017-2022.

L’industria dei beni di consumo mantiene la sua posizione di principale fonte di spesa per i prodotti e i servizi di realtà aumentata e virtuale nel corso del periodo di previsione, raggiungendo i 53 miliardi di dollari nel 2022. Seguono le spese nei settori della vendita al dettaglio, del discrete manufacturing e dei trasporti, per un totale di 56 miliardi di dollari entro il 2022.

Il settore della distribuzione e dei servizi dovrebbe registrare un tasso di crescita annuo medio del 34% nel periodo di riferimento, con una spesa prevista di quasi 72 miliardi di dollari entro il 2022. La produzione e le risorse seguono con un tasso di crescita annuo stimato del 19%, mentre il settore pubblico dovrebbe raggiungere i 33,5 miliardi di dollari entro il 2022.

Il settore dei videogame continua a essere dominante per l’utilizzo delle due tecnologie. nel 2018, con una spesa che si prevede raggiungerà i 7 miliardi di dollari. Nel corso del periodo di previsione, l’esposizione nel retail rappresenta però il caso di utilizzo con il tasso di crescita più elevato. I nuovi casi d’uso per il 2018 comprendono però anche la manutenzione delle infrastrutture pubbliche e la visione di video educativi a 360 gradi.

I nuovi casi d’uso per realtà aumentata e virtuale

Il rapporto esamina altri casi d’uso come la progettazione architettonica, l’augmented reality anatomy, test drive per le auto, gestione della logistica, i tour virtuali delle proprietà immobiliari, chirurgia a distanza e i camerini virtuali nel retail.

I dispositivi host rappresentano la principale categoria tecnologica per quest’anno, con una spesa prevista di 10 miliardi di dollari, seguita dal software di realtà virtuale a 5,7 miliardi di dollari.

L’interesse commerciale continua ad accelerare con l’arrivo di nuovo hardware, la comparsa di software migliorato e l’evoluzione di altri casi d’uso. La potenziale promessa di realtà aumentata ha inoltre attirato l’attenzione di Mastercard, che ha utilizzato Masterpass, la tecnologia mobile e il riconoscimento dell’iride per creare una “shopping experience” che si basa su “realtà aumentata fotorealistica e fornisce ai consumatori l’ultima esperienza d’acquisto personalizzata e incentrata sulla sicurezza”.

La realtà aumentata potrebbe anche sostenere pagamenti e compiti finanziari più tradizionali. La Banca nazionale dell’Oman ha creato infatti un processo in base al quale gli utenti possono localizzare la filiale bancaria o l’Atm più vicini utilizzando la realtà aumentata.

Anche Juniper è convinta delle ottime possibilità della realtà aumentata che avrà spazio nel retail e si incrocerà con l’assistenza vocale. Vuzix (un fornitore di servizi di realtà aumentata) ha già integrato Alexa di Amazon nella sua piattaforma di sviluppo.

Juniper prevede inoltre che le applicazioni mobili rappresenteranno un’area redditizia per la realtà aumentata nel prossimo futuro, con “giochi di realtà aumentata mobili che rappresentano il 44,9% di tutte le applicazioni mobili installate” entro il 2022. Il “valore primario del mercato dei giochi Ar proverrà da (monetizzazione pay-per-download) e dagli acquisti in-app, con poche variazioni tra le regioni”.

Cloud, Iot e intelligenza artificiale chiedono middleware

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Un cambiamento significativo verso modelli di business digitali che sfruttano le tendenze tecnologiche come il cloud computing, l’internet of things, l’analisi e l’intelligenza artificiale sta incrementando la spesa mondiale per application infrastricture e middleware (Aim).

È l’analisi di Gartner che indica anche i numeri della crescita. I ricavi del mercato Aim hanno raggiunto i 28,5 miliardi di dollari nel 2017, con un incremento del 12,1% rispetto al 2016.

Le tendenze tecnologiche più ampie che guidano l’Aim sono la migrazione verso piattaforme e servizi cloud, domanda sempre crescente di dati e analisi in tempo quasi reale, passaggio a un’economia Api, rapida proliferazione degli endpoint dell’Internet degli oggetti e diffusione dell’intelligenza artificiale.

AIM Software Market Share per revenue, Worldwide, 2016 e 2017 (milioni di dollari)

Società

2016 Revenue

2017 Revenue

2016-2017 crescita (%)

2017 Market Share (%)

IBM

5.963

6.124

2,7

21,5

Oracle

3.127

3.147

0.,6

11,1

Salesforce

1.353

1.785

31,9

6,3

Microsoft

1.239

1.325

6,9

4,7

Amazon

382

839

119,3

2,9

Other Vendors

13.297

15.221

14,5

53,5

Total

25.361

28.440

12,1

100,0

Fonte: Gartner (June 2018)

La crescita del middleware sarà maggiore quest’anno

Gartner prevede che il mercato Aim crescerà ancora più rapidamente nel 2018, dopodiché la crescita della spesa rallenterà ogni anno, raggiungendo circa il 5% nel 2022. Inoltre, la dinamica del mercato si sta spostando dagli operatori storici a nuovi player.

Nel 2016 e nel 2017, le offerte di suite di integrazione delle applicazioni in licenza e on-premise, che costituiscono segmenti più ampi serviti da operatori storici del mercato come Ibm e Oracle, hanno registrato una crescita a una cifra. Gartner prevede che questa crescita continuerà fino al 2022. “In generale, possiamo definire i prodotti di questo segmento in lenta crescita come al servizio di applicazioni legacy“, ha dichiarato Gartner.

I segmenti di mercato più piccoli, basati prevalentemente su offerte di integrazione di applicazioni (iPaaS) basate su cloud e open-source, continueranno a registrare una crescita a due cifre.

Nell’iPaaS troviamo le basi per un futuro digitale, in quanto i prodotti in questo segmento sono generalmente più leggeri, con un agile infrastruttura It adatta per i casi d’uso in rapida evoluzione intorno al business digitale – ha detto Bindi Bhullar, direttore della ricerca di Gartner – Il risultato è che ben finanziati, pure-play fornitori di iPaaS, open-source fornitori di strumenti di integrazione e strumenti di integrazione a basso costo stanno sfidando la posizione dominante dei fornitori tradizionali”.

Il segmento iPaaS è ancora una piccola parte del mercato complessivo, superando 1 miliardo di dollari di fatturato per la prima volta nel 2017 dopo una crescita di oltre il 60% nel 2016 e il 72% nel 2017. Questo rende iPaaS uno dei segmenti di software in più rapida crescita.

“Anche il mercato iPaaS sta iniziando a consolidarsi, in particolare con la recente acquisizione di MuleSoft da parte di Salesforce”, ha dichiarato Bhullar. “C’è ancora molto spazio per un ulteriore consolidamento, con più della metà del mercato detenuto da fornitori al di fuori dei primi cinque. Questo segmento “altri” sta registrando una crescita a due cifre, che probabilmente incoraggerà le acquisizioni da parte di grandi operatori a perdere quote di mercato a favore di concorrenti”.

Gartner ha aggiunto che gli sfidanti di maggior successo nell’Aim saranno quelli che posizionano i loro prodotti come complementari – piuttosto che sostitutivi – dell’infrastruttura software legacy esistente, che è comune nella maggior parte delle grandi organizzazioni.

Mentre i nuovi sfidanti possono sembrare più adatti a coloro che perseguono iniziative digitali, la realtà di fondo è che il middleware legacy e le piattaforme di integrazione software persisteranno. L’integrazione cloud pure-play è oggi un requisito di nicchia: la maggior parte degli acquirenti ha requisiti più estesi in quanto persegue modelli di integrazione ibrida. È probabile che la composizione del mercato a lungo termine consista di un ampio spettro, da suite di integrazione complete e generaliste ad offerte più specializzate per l’adattamento alle esigenze del cliente.

Fintech, i tre pilastri sono fiducia, reputazione e tecnologia

Lavoro e tecnologia era il tema del Festival dell’economia che si svolge ogni anno a Trento. In uno degli incontri Luigi Zingales, docente di Entrepreneurship and Finance presso l’Università di Chicago, ha affrontato il tema del fintech.

Secondo Zingales la l’affermazione della tecnologia finanziaria – intesa come fornitura di servizi e prodotti finanziari attraverso le più avanzate tecnologie dell’informazione – passa attraverso due fattori: fiducia (“La parola credito viene dal latino e significa fidarsi”) e reputazione, ovvero la conoscenza del livello di credibilità del mio interlocutore. Poi sono necessari anche fattori tecnologici come connessione, facilità di collezionare e conservare dati, capacità di elaborare i dati grazie all’intelligenza artificiale e lo sviluppo della crittografia.

Intelligenza artificiale e big data per il fintech

“La connessione – spiega Zingales – elimina i costi del transare a distanza,  permette la raccolta di dati e la sorveglianza a distanza. L’intelligenza artificiale e i big data consentono, attraverso algoritmi sempre più sofisticati in grado di analizzare milioni di dati, di individuare delle previsioni di comportamento e i risultati delle azioni compiute on line dai consumatori. Grazie alla crittografia è oggi possibile effettuare l’autentificazione delle operazioni a distanza”.

Luigi Zingales, docente dell’Università di Chicago

A questo proposito ha portato l’esempio del successo in Africa della lampada solare che ha scalzato le tradizionali (inquinanti e pericolose) lampade a cherosene: “Oltre ai benefici ambientali e alla comodità di una lampada che si carica di giorno e funziona la notte, il successo si deve anche al fatto che i pagamenti avvengono per smartphone  e con un codice. Se il codice non è attivato, la lampada non funziona”.

La tecnologia impatterà anche sull’industria dei pagamenti. L’accesso al mondo del credito digitale è possibile solo attraverso un’identità. “In India – ha osservato Zingales – è lo Stato a rilasciarla mentre negli Stati Uniti sono Google e Facebook”. Il denaro sarà sempre meno cartaceo e sempre più digitale e, paradossalmente, i maggiori problemi li hanno i Paesi più avanzati dove il sistema bancario, con le proprie regole non certo digitali, sono consolidate.

Ma se le criptovalute evidenziano problemi di trasparenza, la moneta digitale sembra avere la meglio perché le transazioni avvengono via smartphone e messaggi Facebook o Google. Un futuro incerto sembra invece attendere le carte di credito, troppo onerose e superate da un mercato liquido sia nell’utilizzo dei pagamenti digitali sia nell’accesso al credito.

“Prima le piattaforme peer to peer e oggi le consumer lending consentono l’accesso ai dati relativi alle abitudini di spesa e al comportamento dei clienti, con la possibilità di sviluppare da parte di soggetti terzi, che non siano banche, delle proposte di credito o finanziamento di gran lunga più competitive. Alle banche rimarrà il credito alle imprese perché sono molto meno prevedibili delle persone fisiche”. Tutto questo arriverà anche in Italia dove però persistono due fattori di criticità: la mancanza di computer literacy (alfabetizzazione) e una diffidenza iniziale da parte degli utenti”.

Banca d’Italia: l’opinione di Visco sul fintech

Anche il governatore della Banca d’Italia, Vincenzo Visco, si è occupato del fintech durante nelle sue considerazioni finali. L’industria finanziaria internazionale è interessata da un vasto processo di trasformazione – ha affermato Visco -. Dalla fine dello scorso decennio il ruolo delle banche nel finanziamento dell’economia si è progressivamente ridotto. È aumentato il peso del mercato dei capitali e di operatori non bancari che svolgono alcune funzioni tipiche della tradizionale intermediazione creditizia. La consistenza delle obbligazioni collocate sui mercati internazionali dai gruppi non finanziari è più che raddoppiata negli ultimi dieci anni, raggiungendo nel 2017 i 6.500  miliardi di dollari. Alla fine del 2016 le attività degli intermediari non bancari erano pari a 160.000 miliardi di dollari, quasi la metà di quelle detenute dal complesso degli intermediari finanziari. Il rapido sviluppo della tecnologia sta aprendo i mercati del credito e dell’intermediazione alla concorrenza di nuovi operatori, sia nelle economie avanzate sia nei paesi emergenti. Già oggi numerose imprese fintech offrono servizi innovativi e a basso costo nel comparto dei pagamenti elettronici, nella gestione del risparmio e nell’intermediazione mobiliare. Le maggiori imprese tecnologiche internazionali stanno inoltre facendo ingresso nel mondo del credito e della finanza.

L’esperienza mostra che un settore finanziario diversificato, caratterizzato dalla presenza di molteplici canali di finanziamento e di operatori di diversa natura, può favorire gli investimenti e la crescita, può aumentare la resistenza dell’economia a eventi avversi. Negli Stati Uniti le imprese hanno reagito alle restrizioni del credito bancario causate dalla crisi finanziaria sostituendolo  con emissioni obbligazionarie; severità e durata della recessione ne sono  risultate attenuate.

Ma lo sviluppo dell’intermediazione non bancaria, se non adeguatamente controllato, può anche costituire una fonte di rischio. Le strategie dei gestori di fondi di grandi dimensioni possono avere impatti rilevanti sui prezzi e sulla  liquidità degli strumenti oggetto di investimento. La diffusione di transazioni automatizzate ad alta frequenza può dare luogo ad aumenti repentini della volatilità dei corsi dei titoli, soprattutto qualora diversi intermediari reagiscano in maniera simile ai movimenti di mercato. Anche le interconnessioni indirette tra le banche e gli altri intermediari costituiscono potenziali fattori di rischio”.

Con Pharmanow, la farmacia online è anche intelligente

Medicinali, servizi e un po’ di intelligenza artificiale: è questa la ricetta di Pharmanow, “la farmacia che intuisce i bisogni della persona e la guida nell’acquisto dei prodotti più adatti alle proprie esigenze”.

Come si traduca in pratica tutto questo prova a spiegarlo Enrico Loda, social media manager che racconta come “in farmacia ci siano una pletora di prodotti parafarmaceutici che possono arrivare anche al 70% del fatturato totale”. Ma non si tratta solo di avere una vasta offerta perché la sfida è “replicare l’esperienza d’acquisto della farmacia”.

Sull’home page l’utente ha a disposizione uno spazio per formulare la sua richiesta che può essere inoltrata anche in linguaggio naturale. “Ho un dolore alla caviglia” dà luogo infatti a una serie di risposte, che possono migliorare visto che l’immobilizzatore per il braccio forse è poco utile, ma che suggeriscono una lista di prodotti utili. “Non daremo mai indicazioni mediche – avverte Loda – ma cerchiamo di replicare il lavoro del farmacista nel punto vendita”.

Farmacia fisica e intelligenza artificiale per Pharmanow

Dietro la piattaforma c’è il lavoro di una farmacia (“tutte le farmacie online devono avere dietro una farmacia fisica”) e una soluzione di intelligenza artificiale che si autoalimenta (è ancora nella fase beta) delle richieste degli utenti imparando a sua volta. Un team multidisciplinare con farmacisti, It, Ux, designer e marketing ha lavorato alla piattaforma che è in grado di consigliare anche prodotti affini alla richiesta con una selezione “fatta a monte a seconda del tipo di utente”.

Pharmanow unisce due piattaforme. Da una parte c’è l’ecommerce e dall’altra l’esperienza di Pharmawizard, l’app realizzata da Datawizard che offre una vasta serie di informazioni sui farmaci grazie alla collaborazione con l’Antica farmacia reale, la più antica di Roma. Oltre a cercare un farmaco Pharmawizard permette anche di individuare i sintomi, confrontare due farmaci e verificare le eventuali interazioni di due farmaci.

La vendita dei prodotti è uno degli aspetti del business di Pharmanow che è una piattaforma modulare integrabile in altre piattaforme in modo che i farmaci possano essere acquistati anche tramite altri siti che fanno da vetrina per portare poi l’utente su Pharmanow. Una sorta di affiliazione in stile Amazon. In più, aggiunge Loda, l’intenzione è di aggiungere altri servizi come Phhealth per il monitoraggio continuo dei parametri vitali. In più Pharmawizard ha intenzione di lanciare un servizio di remote pharmacist per rispondere via chat alle domande più comuni degli utenti.

Con la app di Pharmawizard è anche possibile tenere traccia di tutti i farmaci presenti in casa con le relative date di scadenza e impostare la propria terapia in modo da non dimenticare di prendere un farmaco.

I primi risultati dell’avvio di Pharmanow sono incoraggianti. Partendo da numeri bassi da aprile a maggio c’è stata una crescita dell’800% degli utenti unici, e in meno di un mese un incremento delle vendite del 200%. E siamo ancora in fase beta.

Nvidia crea il motore intelligente per i robot

Nvidia è impegnata a fondo nel mondo dell’intelligenza artificiale. Lo ha dimostrato anche al recente Computex dove ha presentato due nuovi prodotti: Nvidia Isaac, una nuova piattaforma di sviluppo, e Jetson Xavier, un computer con intelligenza artifciale, entrambi costruiti per alimentare i robot autonomi.

L’idea, come ha spiegato Jensen Huang, ceo della società, è di passare alla fase successiva dell’innovazione dell’intelligenza artificiale mentre passa dal software in esecuzione nel cloud ai robot che navigano nel mondo reale.

Perché ha spiegato Huang l’intelligenza artificiale, in combinazione con sensori e attuatori, sarà il cervello di una nuova generazione di macchine autonome tanto che un giorno ci saranno miliardi di macchine intelligenti nella produzione, nella consegna a domicilio, nella logistica di magazzino e molto altro ancora.

Quanto costa Jetson Xavier

La piattaforma Isaac è un insieme di strumenti software che semplificheranno lo sviluppo e la formazione dei robot da parte delle aziende. Comprende una raccolta di Api da collegare a telecamere e sensori 3D, una libreria di acceleratori Ia per mantenere gli algoritmi in esecuzione senza problemi e senza ritardi, un nuovo ambiente di simulazione, Isaac Sim, per l’addestramento e il test dei bot in uno spazio virtuale.

Jensen Huang, ceo di Nvidia

Jetson Xavier è il cuore della piattaforma Isaac. È un hardware compatto che comprende una Gpu Volta Tensor Core, una Cpu ARM64 a otto core, due acceleratori di apprendimento Nvdla e processori per immagini e video statici. In totale, Jetson Xavier contiene più di 9 miliardi di transistor e fornisce oltre 30 Tops (trilioni di operazioni al secondo) di calcolo. E consuma solo 30 watt di potenza, che è la metà dell’energia elettrica utilizzata dalla lampadina media.

Il costo di un Jetson Xavier (insieme all’accesso alla piattaforma Isaac) è di 1.299 dollari, e Huang sostiene che il computer fornisce la stessa potenza di elaborazione di una workstation da 10.000 dollari.

La cosa interessante non è tanto l’hardware ma ciò che gli sviluppatori riusciranno a fare con il suo utilizzo. D’altronde i robot alimentati ad intelligenza artificiale stanno diventando sempre più comuni; i casi di uso comprendono sicurezza,  consegna degli alimenti e la gestione delle scorte nei negozi al dettaglio.
La rivoluzione dei robot conb intelligenza artificiale è solo all’inizio.

 

 

Agid, i passi avanti della Pubblica amministrazione digitale

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L’Agid ha pubblicato i risultati del primo anno di lavoro del Piano Triennale durante il quale sono stati avviati i due terzi delle azioni sulle quali ha una regia (48 su 67, mentre le restanti saranno realizzate nel prossimo biennio in linea con la pianificazione triennale) e molte altre sono le attività progettuali completate.

Su 109 attività progettuali (deliverables) attese nel triennio di riferimento, a un anno dall’avvio del Piano 71 sono state avviate (65%) e di queste 43 risultano effettivamente conseguite.

Lanciato il 31 maggio 2017, il Piano ha toccato ambiti diversi focalizzandosi sulle azioni propedeutiche allo sviluppo di servizi digitali pubblici, che hanno beneficiato del potenziamento delle piattaforme abilitanti (come l’identità digitale o i pagamenti elettronici).

“In questi mesi fatti di incontri e confronti abbiamo ricevuto la conferma del fatto che dopo un prima fase dedicata alla “definizione delle regole del gioco”, spettasse ad Agid dar vita a un percorso che abilitasse la strategia di implementazione del Piano in maniera innovativa” ha spiegato con un post su Medium il direttore generale dell’Agid Antonio Samaritani.

Lo sviluppo del Piano

Così sono nate le community Developers e Designers, accompagnate dalla messa a disposizione di linee guida, toolkit e strumenti a supporto delle amministrazioni durante l’intera fase di prototipazione, sviluppo e diffusione di applicazioni e servizi.

Lo Spid (2.563.395 le identità rilasciate fino a oggi) negli ultimi mesi ha aperto all’ingresso di service provider privati, mentre continua la messa a regime del sistema dei pagamenti pubblici pagoPA, con la definizione dell’app mobile e l’avanzamento costante delle attività.

Sono in corso – e in linea con la tabella di marcia, sottolinea l’Agid – i gruppi di lavoro per la realizzazione degli ecosistemi e per far evolvere il Fascicolo sanitario elettronico attraverso la realizzazione dei sistemi Fse Regionali (dicembre 2018). Inoltre sono in consultazione le Linee guida per l’interoperabilità ed è in corso di definizione il catalogo Api, entrambi strumenti propedeutici all’adozione del Modello di interoperabilità da parte delle amministrazioni.

Antonio Samaritani, direttore generale dell’Agid

È quasi conclusa la seconda fase del censimento del patrimonio Ict, strumento che darà il via ad un grande progetto di razionalizzazione dei data center pubblici permettendo di ridurre costi di gestione, di uniformare e migliorare la qualità dei servizi offerti. Il censimento consentirà la messa a regime dei Poli strategici nazionali, spina dorsale delle infrastrutture materiali di Paese e ultimo miglio per la definizione del modello strategico evolutivo del cloud della Pa.

Sul fronte della sicurezza, sono state completate le attività relative allo sviluppo del Cert Pa, mentre sono in fase di completamento quelle relative all’architettura della sicurezza per servizi critici finalizzate a garantire l’integrità e la riservatezza delle informazioni del Sistema informativo della Pubblica amministrazione.

Anche l’architettura dei dati pubblici comincia ad essere delineata grazie alle attività di valorizzazione e monitoraggio degli open data e delle basi dati geografiche; a queste si aggiunge la prima release di servizi.gov.it, lo strumento che permette alle Pubbliche Amministrazioni il censimento guidato dei propri servizi indirizzando i cittadini al loro utilizzo.

L’attività di gestione del cambiamento si sostanzia poi nel coordinamento delle attività legate al modello di governance e all’evoluzione strategica del sistema informativo della Pubblica amministrazione, attraverso attività di monitoraggio, di catalogazione e profilazione delle competenze digitali  e di strumenti a supporto della promozione dei servizi digitali. Sempre nell’ottica di facilitare l’attuazione delle indicazioni del Piano, Agid ha definito insieme a Consip e il Team per la trasformazione digitale un “pacchetto” di 13 nuove gare a disposizione delle pubbliche amministrazioni.

Servono i big data per controllare i costi della sanità

L’Unione Europea investirà 24 miliardi di dollari in intelligenza artificiale entro il 2020, cercando di recuperare il ritardo rispetto all’Asia e agli Stati Uniti, che attualmente investono più del triplo rispetto al Vecchio continente.

Tra i settori che trarranno i maggiori benefici dalla promozione dello sviluppo dell’intelligenza artificiale vi è quello sanitario, un settore che si affida sempre più ai big data. Secondo un recente rapporto di Bri Research, i big data del mercato sanitario raggiungeranno 68,75 miliardi di dollari entro il 2025, con una crescita del 22,3% tra il 2017-2025.

Il rapporto è stato pubblicato prima che l’Ue annunciasse investimenti per 24 miliardi di dollari nell’Ia; pertanto, il numero previsto di investimenti nel settore sanitario potrebbe essere ancora più elevato.

A livello regionale, il Nord America è il più grande mercato di big data nel settore sanitario e si prevede che raggiungerà i 31,12 miliardi di dollari entro il 2025 – con gli Stati Uniti che fanno la parte del leone, con il 91% della spesa nordamericana proveniente dal paese nel 2017.

Il mercato dei dati sanitari si sta aprendo rapidamente, con l’emergere di nuove opportunità in molti settori della sanità. Ibm attraverso Watson Health è stata in grado di studiare, valutare e classificare i grandi sistemi sanitari. Ibm ambisce a diventare un nome familiare negli ospedali di tutto il mondo. Tra gli obiettivi, la creazione di un sistema per memorizzare e condividere i dati delle immagini e collegarli con la cartella clinica del paziente nel sistema dell’organizzazione.

Ma non è solo negli ospedali che i dati dei pazienti vengono sfruttati e monetizzati. Per esempio, Eyecarrot Innovations ha sviluppato Binovi Cloud per generare dati costruiti per assistere i vision care provider con un sistema di screening universale che utilizzava un dispositivo mobile e una piattaforma cloud Saas per i professionisti del settore oculistico per eseguire gli esami necessari.

L’emergere di servizi basati sul cloud e di modelli di abbonamento ha notevolmente ridotto gli investimenti iniziali e lo sviluppo di infrastrutture necessari per la gestione dei dati di grandi dimensioni. Pertanto, con i notevoli investimenti e i progressi che saranno realizzati nell’Ia, un aumento del tasso di adozione dei dispositivi indossabili, della mHealth e dei servizi di eHealth potrebbe solo aumentare ulteriormente la quantità di dati dei pazienti disponibili per la ricerca.

Secondo Bri Researchi big data del mercato sanitario saranno guidati dall’urgente necessità di controllare l’aumento dei costi sanitari e di migliorare i risultati per i pazienti e la gestione delle risorse. I servizi di analisi hanno fatto la parte del leone con 5,80 miliardi di dollari nel 2017. L’analisi clinica sarà una priorità d’investimento per la maggior parte degli ospedali a causa dei requisiti normativi per fare un uso significativo dei dati sanitari, la necessità di ridurre gli errori medici, e per migliorare la gestione della salute della popolazione.

 

Qualche lezione di automazione per la funzione finanziaria

L’ automazione è uno strumento importante per la finanza, perché la funzione riceve ed elabora le transazioni di una miriade di fornitori e clienti in diversi formati.

Dopo aver convertito tutte queste transazioni in dati, la finanza può condurre analisi e, in ultima analisi, trarre intuizioni che guidano il processo decisionale.

La funzione finanziaria occupa quindi un posto di primo piano nei piani di automazione delle organizzazioni.

Ai professionisti della tecnologia, questo potrebbe sembrare controintuitivo: dopo tutto, le funzioni di back office non sono spesso le prime a beneficiare degli investimenti in tecnologie digitali avanzate. Ma l’era dell’automazione intelligente offre l’opportunità di cambiare questo stato di cose.

La metà o quasi dei dirigenti finanziari intervistati da Capgemini ha dichiarato che il proprio team ha fatto molto per automatizzare completamente o quasi tutti i singoli processi. Quasi sette su dieci ritengono che questi e altri processi possano essere completamente o quasi automatizzati nell’arco di tre anni.

Le aspettative dei leader finanziari nei confronti dell’automazione sono elevate. Più della metà del gruppo di indagine – il 56% – ritiene che si tratti di uno sviluppo ad alto impatto per la funzione finanziaria, che influirà su molti dei suoi carichi di lavoro.

L’automazione è in grado di soddisfare le aspettative dei dirigenti finanziari in termini di ritorno sull’efficienza e risparmio sui costi.

Ma può aiutarli a raggiungere il loro obiettivo più ambizioso di elevare il profilo della funzione finanziaria come generatore di intuizioni per il resto del business?

Non molti dei dirigenti finanziari che hanno partecipato al recente studio di Capgemini guardano molto lontano.

La maggior parte sono focalizzati, per ora almeno, sull’utilizzo dei pilot per ottenere un quadro chiaro di ciò che le tecnologie di automazione possono fare, e sul consolidamento dei profitti che si stanno accumulando.

Il gruppo più avanzato dell’indagine, tuttavia, si aspetta che entro tre anni l’automazione lo aiuti a migliorare l’esperienza dei propri clienti e ad aprire nuove prospettive a vantaggio del business, in parte liberando il personale finanziario dall’impegno in attività a più alto valore aggiunto. I team finanziari stanno costruendo questa base un passo alla volta, piuttosto che in un “big bang”.

Le lezioni di automazione per le aziende

E la loro esperienza offre alcune lezioni per le aziende che stanno iniziando il proprio percorso di automazione finanziaria:

Pensare all’automazione prima di tutto, tradizionalmente, pensiamo alle persone e agli aggiramenti manuali come alle soluzioni ai problemi. Se vale la pena cambiare il processo, vale la pena pensare a come modificarlo in modo sostenibile e a come l’automazione può contribuire a migliorare i risultati.

La standardizzazione si presta a processi già altamente standardizzati. Le organizzazioni dovrebbero evitare di considerare l’automazione come una soluzione per le aree in cui non sono riuscitei a standardizzarsi. In definitiva, il premio più importante verrà da una combinazione di standardizzazione e automazione.

Automatizzare al proprio ritmo, ma non in modo isolato: i pilot iniziali possono essere protetti, ma mantenere aggiornati altri reparti sui progressi finanziari dell’automazione darà i suoi frutti. L’IT dovrebbe ovviamente avere una visione dei primi sforzi, ma dato il peso dei dati di front-office e di altri dati di back-office nei processi finanziari, dovrebbero avere lo stesso peso anche altri dipartimenti.

Generare conoscenze a partire dai dati: i robot più efficaci saranno quelli che si basano su una gestione intelligente delle conoscenze. L’archiviazione e il recupero dei dati sono fondamentali a tal fine e dovrebbero comportare l’uso di un archivio centrale. L’applicazione di tecniche di intelligenza artificiale alla gestione delle conoscenze consentirà a sua volta di potenziare le capacità dei robot.

 

La nuova tecnologia trova posto al ristorante

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Distinguiamo fra agrifood tech e food tech: mentre il primo termine accomuna le centinaia di startup che stanno lavorando per aumentare le risorse alimentari del pianeta, il secondo riguarda la tecnologia che si fa largo nel tradizionale ristorante.

Un buon punto di osservazione globale per questo secondo segmento è il National restaurant association show di che si è svolto recentemente a Chicago.

La fiera mette in mostra nuove tecnologie che possono per esempio aumentare la produttività del ristorantei e dei locale in genere. È il caso di Barsys, pioniere della tecnologia e della mixology, ha reso il concetto più accessibile grazie allo smart cocktail maker.

Le macchine per i cocktail

Un modello base della macchina Barsys può contenere fino a cinque distillati base e tre miscelatori, e impiega circa 25-45 secondi per creare un cocktail.

Gli utenti possono controllare le ricette di bevande del sistema e programmarle (fino a duemila) tramite un’applicazione corrispondente. Il sistema fornirà inoltre raccomandazioni in base alle preferenze dell’utente e alla cronologia.

Una versione d’elite più veloce ha anche una stazione di bottiglie gassate per servire cocktail frizzanti. Barsys sostiene che l’utilità della macchina è da vedere più sul lato dell’acquisizione dei dati per inventario e le tendenze di consumo rispetto alla sostituzione dei barmen.

Somabar è un’altra macchina da cocktail con connessione Wifi in grado di contenere liquori e mixer e preparare fino a trecento ricette. Somabar utilizza una “tecnologia proprietaria di miscelazione statica” per garantire che ogni bevanda sia miscelata in modo corretto e proporzionale e, come Barsys, formula anche raccomandazioni basate sulle ricette di bevande programmate in precedenza dall’utente.

Nell’Illinois si è parlato anche dei servizi di consegna dei piatti del ristorante. Ci stiamo dirigendo verso un mondo fatto di on-demand in cui ristoranti e servizi di terze parti si aiutano a vicenda per aumentare i margini di profitto, e il cibo di alta qualità arriva sempre a portata di mano in modo rapido ed efficiente.

Ma, a parte il problema delle consegne che incidono dal 15 al 40% dell’importo degli ordini, rischiando di non essere convenienti soprattutto per i piccoli locali, c’è da segnalare l’iniziativa di Apex che ha presentato la sua stazione di ritiro self-service automatizzata per alimenti.

L’Apex Hot-Holding Device è fondamentalmente un armadietto per alimenti a due lati che consente agli operatori di caricare cibo caldo da un lato e di avvisare il cliente, che riceve un codice di prelievo che vale solo per lui come succede per il ritiro dei pacchi di Amazon.

Questo significa che si può ordinare, pagare e prendere un ordine senza mai interagire con un altro essere umano. E’ una evoluzione ulteriore del cibo già pronto.

L’altra versione della stazione Apex consente una precisione di ordinazione ancora maggiore: è un sistema di scaffalatura che utilizza la tecnologia beacon per rilevare i dispositivi mobili dei clienti.

Una volta che quel particolare cliente entra nel ristorante e viene rilevato, lo scaffale che contiene l’ordine si accende. Non c’è codice da inserire.

 

OneDay e Pitti, la digital transformation applicata

Una ricerca di Talent Garden sulla digitalizzazione delle Pmi italiane ha messo a fuoco alcune case study che mostrano il percorso di alcune aziende verso la digital transformation.

La prima è OneDay è una capogruppo che offre supporto finanziario e operativo alle sue società partecipate e controllate, condividendo competenze in vari ambiti tra cui marketing e digital. L’azienda è presente in vari settori del mercato, tra cui editoria (ScuolaZoo), turismo (Travel4Target) e comunicazione (ZooCom, Dreamset). OneDay, costituita nel 2016, ha un’unica sede situata a Milano, in cui operano 89 dipendenti con un’età media di 27 anni. Nello scorso esercizio (2017), ha registrato una crescita del fatturato annuo arrivando fino a 11 milioni di euro: di questi, i ritorni più elevati sono stati fatti da WeRoad, un business appena entrato in OneDay che tratta viaggi per millennial in giro per il mondo.

OneDay sceglie il lavoro da remoto

Essendo un’azienda nata nell’era digital e sfruttando i propri canali, non ha avuto modo di percepire negli ultimi anni grandi cambi di organizzazione, ottimizzazione e automazione. Inoltre ha adottato un sistema che prevede di poter testare un nuovo metodo, una nuova app o un nuovo software appena viene immesso sul mercato.

Se gli esperimenti portano a miglioramenti significativi, vengono introdotti in pianta stabile nei diversi processi aziendali. In caso contrario, si torna a utilizzare metodi o strategie precedenti. Un esempio di approccio innovativo da loro adottato è lo smart working, grazie al quale viene data la possibilità a tutti i dipendenti di poter scegliere il luogo di lavoro ideale.

L’unica eccezione a questa regola avviene per un nuovo assunto, il quale viene coinvolto per un periodo di tempo iniziale nella sede al fine di potersi integrare con il team. L’obiettivo nel lungo termine di OneDay è quello di utilizzare sempre meno gli uffici fisici, facendo gestire ai propri dipendenti i propri task anche da casa.

Per questo viene utilizzato Google Drive per lo scambio di documenti, Whatsapp, Slack, Trello e un gruppo su Facebook per la comunicazione tra dipendenti; WordPress per tutto ciò che riguarda la parte editoriale, Google Keep per lo scambio di note; (Google e Facebook) Analytics per analizzare le statistiche sui visitatori dei vari siti web e social al fine di analizzare i dati per prendere decisioni di business data driven; il Crm con cui possono monitorare gli acquisti e le relazioni con i loro clienti; Zapier per automatizzare le pubblicazioni web; e piattaforme custom come l’ecommerce proprietario dedicato ai viaggi grazie al quale i clienti possono acquistare i servizi pubblicizzati.

Inoltre, OneDay utilizza il cloud per l’archiviazione, l’elaborazione o la trasmissione di dati: l’obiettivo finale è migrare tutti i propri server su cloud. Questo permetterebbe, dal punto di vista del cliente finale, di offrire più servizi online e funzionare con maggior efficacia, mentre dal punto di vista esterno il cloud permetterebbe di gestire al meglio i processi interni, abilitando i dipendenti a una collaborazione semplificata e abbattendo alcuni costi collegati alla gestione dei dati.

Per la parte online di contatto con i clienti e la gestione del funnel, sono utilizzati Facebook, Instagram e Google. OneDay non ha sperimentato invece sistemi come i chatbot, poiché preferiscono avere un contatto diretto con i propri clienti, motivo per il quale è a disposizione un canale dedicato WhatsApp.

Uno dei focus del loro percorso di Digital transformation è riuscire a utilizzare il più possibile servizi di terze parti a consumo (o a performance), cioè servizi che implicano il pagamento da parte dei clienti solo per ciò che viene effettivamente utilizzato. Tra i progetti in cantiere, ad esempio, OneDay vorrebbe offrire ai propri dipendenti l’utilizzo di auto in car sharing da pagare solo in caso di utilizzo. L’azienda possiede una figura dedicata alla digitalizzazione dei processi aziendali, rappresentata da un chief digital officer. Il tasso di crescita medio del gruppo OneDay, che si attesta al 40%

La fiera online di Pitti Immagine

Pitti Immagine è invece un’impresa che organizza manifestazioni per la promozione del Made in Italy nella moda e del lifestyle. Realizza alcune delle manifestazioni principali a livello internazionale tra cui Pitti Uomo, Bimbo e Filati.

La sede principale è a Firenze, città in cui due volte all’anno vengono organizzate le manifestazioni; è presente anche un ufficio a Milano e il personale impiegato è di circa 55 persone, ma durante la fase di organizzazione e dell’evento si arriva anche a 80 collaboratori. Nell’anno 2017 il fatturato è stato di circa 40 milioni di euro.

Pitti Immagine è stata una delle prime realtà nel settore fieristico ad adottare strumenti di virtualizzazione a supporto dell’organizzazione e della gestione delle manifestazioni.

Nella fase di organizzazione dell’evento, le attività chiave sono la gestione del rapporto con gli espositori e il processo di selezione e validazione degli stessi. In un’ottica di una gestione più efficace ed efficiente di questi processi, Pitti ha sviluppato un’interfaccia digitale frontend accessibile a tutti gli stakeholder. Il portale permette di validare la propria presenza e di gestire tutto il processo con gli espositori, dal contratto fino all’assegnazione dello spazio.

Una volta eseguita l’autenticazione, l’interlocutore può richiedere servizi e accedere in qualunque momento a informazioni, regolamenti, gestione dei nominativi dei dipendenti e badge, come pure tutta la parte amministrativa relativa a fatturazione e pagamenti. La stessa piattaforma è anche il mezzo di gestione dei rapporti con i buyer e con la stampa dalla quale si possono acquistare i biglietti, scaricare materiale informativo e contenuti digitali degli espositori in maniera autonoma e flessibile.

A fianco di queste iniziative di supporto per il business era fondamentale disporre di uno strumento digitale di emissione dei biglietti. Per questo Pitti ha lanciato la app PittiSmart dedicata ai visitatori come principale canale per l’acquisto dei biglietti ma anche a supporto della visita della manifestazione.

Un altro aspetto è la gestione degli ingressi. Pitti ha così sviluppato, oltre alle procedure di registrazione per le varie categorie, un sistema di controllo accessi con monobraccio dotato di tecnologia avanzata e innovativa. Per prolungare l’esperienza della manifestazione, è stata sviluppata e-Pitti, una piattaforma digitale che permette di poter navigare tra gli stand allestiti in manifestazione e mostrare i prodotti presentati dagli espositori, dando così la possibilità anche a coloro che non hanno partecipato alla fiera di esplorare le collezioni.

Pitti Immagine ha elaborato soluzioni proprietarie che hanno snellito la gestione di processi fondamentali e che sono un fattore differenziante per l’azienda. La gestione elettronica della biglietteria e PittiSmart hanno consentito ai partecipanti di acquistare i biglietti direttamente tramite l’app, mentre l’azienda ha beneficiato di un’ottimizzazione dei tempi di registrazione evitando il formarsi di code, garantendo nuove funzionalità e un’esperienza più piacevole al visitatore.

Nel futuro digital Pitti Immagine prevede di dotare sempre di più le risorse interne di strumenti innovativi al fine di migliorarne il loro lavoro, innalzarne il livello di produttività e soprattutto consentire loro di dedicare più tempo ad attività di ricerca e sviluppo, strategiche per l’azienda.

A oggi è già stata avviata la ricerca di tool per la social collaboration che consente di agevolare il lavoro di team eterogenei tramite la condivisione in tempo reale delle informazioni. Tra le dimensioni di valutazione di tali strumenti avranno un peso rilevante il livello di sicurezza dei dati garantito e il grado di integrazione con le piattaforme già oggi in utilizzo nell’azienda.

 

 

Agrifood tech, le sfide per il settore lattiero-caseario

Per l’ agrifood tech negli Usa il 2017 è stato un anno caldo, con 10,1 miliardi di dollari investiti in 994 operazioni nel 2017, secondo AgFunder.

All’interno del settore c’è un comparto, il lattiero-caseario che sta vedendo diminuire il reddito medio prodotto dagli animali dal 2014.

Per questo gli operatori del settore lattiero-caseario hanno la necessità di essere di essere più precisi, agili e reattivi ai cambiamenti.

Con i margini di profitto sotto pressione per molti produttori l’appetito per le tecnologie che non portano a un ritorno sugli investimenti chiaro e a breve termine è limitato.

Una notevole eccezione al Roi immediato è rappresentata dagli investimenti nell’infrastruttura di raccolta dati, come la connettività a livello di azienda agricola, che consente ai sensori e ai dispositivi di immettere dati nei sistemi di analisi.

Per realizzare la promessa dell’analisi dei dati, del machine learning e di tutte le sofisticate tecnologie di supporto alle decisioni, le aziende devono quindi prima affrontare gli ostacoli alla raccolta e alla pulizia dei dati.

Le mucche possono fisiologicamente dire cosa e come si sentono, ma i dati oggi non vengono raccolti in modo olistico, così da poter fornire informazioni ai produttori. C’è ancora molto lavoro da fare.

Verso le latterie digitali

Per compiere il salto progressivo verso latterie digitali più basate sui dati, spesso mancano ancora alcuni elementi di base il mancato collegamento fra i dati finanziari e quelli relativi all’attività di produzione.

Esiste un’immissione incoerente di dati a livello di campo o di fienile nei dispositivi digitali. Non è possibile migliorare ciò che non si misura. La connettività di rete, trattandosi di zone rurali, è spesso inadeguata o la mancanza di applicazioni che mettano in cache i contenuti offline fino al ripristino della connettività è un problema. La mancanza di norme sui dati aperti aggrava la difficoltà di adottare nuove tecnologie.

Gli attuali metodi di conservazione dei dati, come il taccuino, o decenni di memoria, sono solo una parte della sfida. Anche la conservazione informatizzata dei documenti, architettata decenni fa, non è riuscita ad evolversi con la tecnologia moderna.

Eppure, nell’economia in generale, la tecnologia di nuova generazione ha reso il software e le applicazioni più agili, flessibili e accessibili (e meno costosi). In effetti, i dati di base che sono così preziosi per lo sviluppo dell’ecosistema delle tecniche per l’allevamento di solito rimangono troppo difficili da accedere, non fornendo quindi ai produttori le conoscenze approfondite di cui hanno bisogno.

Tenendo presente che molte delle stesse barriere all’adozione della tecnologia esistono nel bestiame come in altri prodotti di base, vi sono alcune considerazioni strutturali uniche che ne fanno un mercato di destinazione attraente per gli investitori e i tecnologi.

L’industria lattiero-casearia è ben posizionata per sfruttare le tendenze di investimento nel più ampio panorama Agrifood Tech.

Nel settore lattiero-caseario esiste già l’adozione di una tecnologia; i grandi archivi di dati devono ancora essere sbloccati perché la digitalizzazione di base e la conservazione dei dati sono inaccessibili; è presente la pressione economica che determina la necessità di una maggiore precisione e di una riduzione dei costi; acquisire una consapevolezza della situazione in tempo reale può aiutare a eliminare le opportunità di guadagno perse.

Poiché i dati finanziari non sono ancora adeguatamente collegati all’attività o ai dati di produzione, mancano ancora i collegamenti critici necessari per sbloccare il valore della tecnologia. Ciò richiederà una maggiore integrazione, collaborazione e acquisizioni strategiche tra le diverse categorie di tecnologie per l’allevamento.

Le prospettive sul mercato sono decisamente positive, date le tendenze tecnologiche alla base del machine learning, dell’intelligenza artificiale, della mobilità e della potenza del cloud computing.

Detto questo, l’ecosistema è ancora giovane e per molti versi in un momento critico in cui le decisioni sugli standard e sulla digitalizzazione di base potrebbero diventare un fattore abilitante o inibitore a breve termine.

Perugina e Barilla, blockchain per il made in Italy

Il tracciamento della produzione sembra essere uno degli ambiti applicativi più adatti per lo sviluppo di blockchain al di fuori del classico mondo delle valute virtuali.

Succede anche in Italia dove Perugina, oggi controllats da Nestlé, e Barilla stanno adottando la nuova tecnologia.

Nel caso della fabbrica del famoso Bacio, il cioccolatino è sempre sotto controllo e quando esce dalla fabbrica viene seguito nel suo viaggio sui mercati esteri. In questo modo la società assicura al consumatore che quello è il vero Bacio.

Analoga il processo del basilico che Barilla utilizza per il pesto. A partire dai campi viene seguita la crescita delle piantine. Si parte con la semina per proseguire con la consegna al trasportatore fino allo stabilimento Barilla dove il basilico viene trasformato in pesto.

Anche in questo caso tutto è sotto controllo e non un singolo lotto può passare inosservato agli occhi dell’azienda. In entrambi i casi l’obiettivo è di rafforzare l’immagine di qualità della materia prima lungo l’intera filiera e il controllo anticontraffazione.

Ibm e Microsoft per blockchain

Il progetto di Barilla è stato avviato con Ibm ed è partito con una sperimentazione in cui è coinvolto un singolo produttore di basilico con una tracciatura “dal campo alla tavola”: il produttore ha già inserito nella blockchain, appoggiata sull’infrastruttura cloud di Ibm, tutti i dati relativi alla coltivazione, dall’irrigazione agli antiparassitari per garantire l’effettiva sostenibilità; poi al momento dello sfalcio, ogni singolo lotto sarà seguito fino alla consegna. Se il test darà esito positivo il progetto potrà essere esteso a tutti i prodotti del gruppo, a partire dal grano, dai pomodori e dal latte.

Nestlé come partner ha scelto invece Microsoft ma sempre con l’obiettivo di certificare la tracciabilità delle esportazioni del Bacio Perugina dalla fabbrica italiana agli importatori e distributori globali. Per questo nel progetto sono coinvolti i diversi attori della filiera, produttori, trasportatori, spedizionieri, operatori portuali, importatori e distributori. Microsoft utilizza l’infrastruttura cloud di Azure per questo e altri progetti italiani che hanno il vantaggio di essere snelli anche dal punto di vista dei costi.

 

Mozilla al lavoro contro tracciamento e criptomining

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Mozilla sta pianificando una migliore protezione dal tracciamento per Firefox 63, previsto per ottobre. L’aggiornamento attiva la protezione dal tracciamento come impostazione predefinita e aggiunge anche la protezione contro i siti Web di crittografia.

Abilitare la protezione del tracciamento come impostazione predefinita in Firefox 63 è il modo scelto da Mozilla per dare risalto a quella che viene ritenuta una parte essenziale della sicurezza Internet sconosciuta però alla maggior parte delle persone. La protezione dal tracciamento, infatti, blocca la raccolta di dati sugli utenti e la loro condivisione con altri siti Web.

“Spesso sono seguiti da script che raccolgono dati su dove sei stato e cosa hai fatto”, ha osservato Mozilla in un post sul proprio blog. “Questi script possono rallentare la tua esperienza su internet e farti vedere annunci pubblicitari per cose che potresti o non potresti voler ammettere di aver cercato”.

La protezione dal tracciamento fermerà quel processo renderà l’esperienza degli utenti più fluida e li protegge dal tracciamento dannoso e da altre minacce online come siti web che utilizzano segretamente le risorse del computer per estrarre la crittovaluta.

Questo aspetto è particolarmente importante per i professionisti e gli utenti aziendali: i crittogrammi, il monitoraggio dei cookie e altre minacce bloccate dal monitoraggio della protezione possono rappresentare infatti gravi rischi per la sicurezza.

Mozilla prevede non solo di attivare la protezione del tracciamento per impostazione predefinita, ma anche di aggiungere diversi elementi di interfaccia utente che rendano più facile trovare le impostazioni di protezione del tracciamento per attivare/disattivare la protezione senza richiedere un’immersione completa nella pagina delle impostazioni.

La protezione del tracciamento attualmente blocca elementi come i cookie pubblicitari, gli script di condivisione sociale e l’analisi, quindi anche se si adottano le misure per passare manualmente da un sito all’altro, non sarà in grado di bloccare i siti Web di crittografia fino all’aggiornamento.

Una volta che Firefox 63 sarà disponibile sarà in grado di bloccare gli script per il mining all’interno del browser e gli script di rilevamento delle impronte digitali del browser, che sono una grande notizia per coloro che sono preoccupati per la privacy e il danno che il malware crittografico può causare all’hardware.

 

Finanza e automazione unite nella trasformazione digitale

Quale ruolo dovrebbe svolgere la funzione finanziaria nella trasformazione digitale? Dovrebbe senza dubbio monitorare i progressi compiuti e aiutare i servizi di front-office e di back-office a finanziare le trasformazioni. Ma un gran numero di professionisti della finanza ritiene che la loro funzione abbia l’opportunità di svolgere un ruolo più determinante.

Al centro della loro visione c’è l’automazione intelligente. È uno dei risultati dello studio condotto da Capgemini su 500 dirigenti finanziari senior in Europa e Nord America e in cinque settori.

L’indagine “Reimagining finance for the digital age” ha rilevato che l’automazione dei processi finanziari con strumenti avanzati come l’automazione dei processi robotizzati (Rpa) è a buon punto. E molti team hanno anche in programma di gestire l’automazione dei processi con intelligenza artificiale e apprendimento automatico.

Gli obiettivi di automazione di molte aziende vanno ben oltre l’aspetto transazionale: in primo luogo c’è la trasformazione digitale della funzione finanziaria e in secondo luogo l’elevazione del suo ruolo nel business a fornitore di intuizioni che guidano il valore.

Per raggiungere questi obiettivi, le aziende dovranno accelerare gli sforzi di automazione. In particolare, essi dovranno sostenere l’automazione con tecnologie più avanzate e strategie di gestione delle conoscenze.

L’automazione di diversi processi finanziari sta avanzando. Circa la metà delle aziende intervistate dispone, ad esempio, di processi individuali completamente o quasi automatizzati come la gestione delle interrogazioni e i pagamenti. Poco meno della metà dei report lo stesso di riconciliazione di cassa, la gestione degli ordini, e la raccolta delle fatture. Circa due terzi ritengono che questi e altri processi possano essere quasi completamente automatizzati nel giro di tre anni.

Entro tre anni i benefici dell’automazione

Un gruppo elitario è all’avanguardia. Guidati da una strategia di trasformazione, i master hanno completamente o parzialmente automatizzato i processi di cui sopra e altri. Sono molto più fiduciosi dei ritorni attesi dall’automazione rispetto alle aziende “novizie”, che hanno solo iniziato ad attuare una strategia. Più della metà (58%) dei Master ritiene che l’automazione genererà i massimi benefici entro tre anni, rispetto a solo il 32% dei Novizi.

I benefici di fondo sono oggi la priorità, ma i benefici previsti, se realizzati, potrebbero essere trasformativi. La maggior parte delle aziende si sta concentrando sull’aumento dell’efficienza e sul risparmio derivante dall’automazione. Ma in tre anni, i Master si aspettano di fornire diversi tipi di valore ad altre parti del business. Ad esempio, il 60% si aspetta che tra tre anni l’automazione li aiuti a migliorare l’esperienza dei propri clienti e il 55% afferma che contribuirà a sbloccare nuove intuizioni che generano valore per l’azienda.

È più probabile che un approccio congiunto all’automazione sia efficace. La maggiore maturità e ambizione di automazione dei master può in parte derivare da quella che sembra essere una più stretta integrazione con le attività di automazione a livello aziendale. Più di otto master su dieci – l’85% – affermano che anche l’azienda nel suo complesso sta perseguendo una strategia di automazione, mentre il 51% riferisce che l’automazione è guidata a livello aziendale da un team dedicato.

Il problema del legacy

Per i più avanzati, le tecnologie legacy sono l’ostacolo principale. Mentre per i novizi la maggior parte dei problemi riguarda le persone e la conoscenza, per i master sono i sistemi legacy che sembrano causare maggiori difficoltà di automazione. La conclusione è la seguente: quanto più un team finanziario progredisce nell’automazione, tanto più è probabile che affronti in modo soddisfacente le sfide in termini di talenti e competenze e si trovi a dover affrontare blocchi tecnologici.

Il ruolo digitale della finanza viene potenziato nelle organizzazioni più avanzate. L’ambizione del Master è dimostrata da due statistiche: quasi due terzi (65%) afferma che l’automazione è più avanzata nella finanza che altrove nell’azienda e oltre la metà (54%) crede fermamente che la funzione finanziaria debba svolgere un ruolo di primo piano nel guidare l’automazione all’interno dell’organizzazione. Per queste aziende, la prospettiva che la finanza assuma un ruolo influente nella trasformazione digitale appare complessivamente promettente.

 

Così Tech Data costruisce il canale per fare IoT

Tech Data chiude a Milano l’IoT on wheels, un viaggio itinerante che ha fatto in dieci città europee con cui ha mostrato a partner e clienti finali le nuove soluzioni IoT di alcuni vendor.

Un meccanismo intelligente che velocizza i flussi di traffico, i sensori del truck utilizzato per il tour che offrono informazioni in tempo reale sul carico del motore e altri dettagli del funzionamento del veicolo, il frigorifero connesso e un caso d’uso relativo alla supply chain sono alcune delle soluzioni presentate da vendor come Microsoft, Cisco, Vodafone e Schneider che hanno partecipato all’iniziativa che mette in mostra quello “strabismo di business” che caratterizza il momento di Tech Data ma anche di altre società.

Come distributori – spiega Riccardo Nobili, Advanced solution director di Tech Data – abbiamo un piede nel core business che genera ancora gran parte del fatturato e un altro nelle nuove tecnologie che stanno dando già soddisfazioni”.

Cambio di pelle con l’IoT

L’IoT è una di queste e costringe il distributore a modificare il proprio modello di business che dall’impronta classica deve passare a una differente modalità che vede Tech Data come “un aggregatore di soluzioni che significa portare sul canale strumenti, skill e prodotti per affrontare queste nuove esigenze del mercato e utenti finali. La parte predominante è costituita dagli skill e per questo abbiamo fatto un investimento importante nella formazione che rappresenta una delle sfide per un distributore”.

Importanti sono anche le partnership con i vendor, anche loro impegnati nel cambio di pelle, anche perché con l’IoT è difficile essere dei tuttologi. “Per questo – prosegue Nobili – facilitiamo la creazione di un network fra i partner che devono creare un ecosistema simbiotico per affrontare insieme le opportunità che arrivano dal mercato”.

Ma ecosistema vuole dire lavorare anche con attori che oggi non sono vendor di Tech Data e anche istituzioni visto che molti progetti nascono dal mondo della ricerca pura.

Per muoversi nell’IoT, accanto ad accordi e partnership che arriva dall’internazionale, Tech Data si sta muovendo anche a livello locale con realtà che arrivano da realtà industriali e di startup con soluzioni che coprono pezzi specifici come Alleantia che ha una soluzione per la raccolta dati in ambito industriale che Td ha accolto nel portafoglio vendor.

Quattro i mercati di riferimento: retail, smart manufacturing, transport e logistic e smart space. Ovviamente ogni country ha poi la libertà di focalizzarsi sulle esigenze del territorio che per l’Italia si traducono nel retail e nell’Industry 4.0.

Sia nella parte del canale sia nell’end user – aggiunge Vincenzo Bocchi di Tech Data – il problema non è tanto l’aspetto tecnologico ma i modelli di business che stanno dietro a una soluzione IoT”.

E ogni progetto è divenrso da un altro tanto che in Tech Data si parla di learning by doing. Con la fila di aziende italiane che vogliono entrare in distribuzione e un canale tutto da costruire.

Tech Data però si è gia mossa selezionando una quindicina di partner pronti ad aggredire il mercato dell’IoT. Dopo essersi formati però non solo sulla tecnologia ma anche sui modelli di business.

 

Bsa, il software asset management fa risparmiare sulle licenze

L’avvento del cloud che non ha ancora dispiegato pienamente i suoi effetti, le preoccupazioni per Gdpr e sicurezza e mettiamoci anche la crisi: un mix che ha portato a una diminuzione del tasso di pirateria software nelle aziende italiane, passato dal 51% del 2006 al 43% del 2017 (-2% rispetto al 2016). Si poteva fare meglio, non c’è ancora il crollo verticale sperato, ma l’Italia si incammina su una buona strada anche se il tasso di pirateria rimane poco più del doppio di quello europeo, mentre quello mondiale arriva al 37%.

Paolo Paolo Valcher, chairman di Bsa Italia, punta il dito sulla maggiore attenzione che i cio hanno oggi rispetto al software senza licenza, sempre più rischioso e costoso. A parte la possibilità dei controlli, il vero problema è quello della sicurezza aumentato dall’entrata in vigore delle sanzioni della Gdpr. Se l’azienda subisce un furto dei dati può essere più difficile sostenere di avere fatto tutto il possibile per proteggersi con una sfilza di software non in regola.

Paolo Valcher, chairman di Bsa Italia

Aziende più internazionali

In più l’internazionalizzazione delle aziende italiane, la propensione verso l’export o il fare parte di filiere internazionali con relativo obbligo di certificazioni spinge molti ad adottare comportamenti virtuosi. Il sistema infatti tende verso il rispetto delle regole. Pena l’esclusione.

Mettere in regola il software poi è anche conveniente. Migliorare la compliance infatti secondo Bsa “rappresenta un abilitatore economico oltre che un imperativo di sicurezza: quando le aziende compiono azioni pragmatiche per migliorare la gestione dei software, possono migliorare i propri profitti dell’11%”.

Per aiutare le aziende a comprendere meglio le conseguenze dell’utilizzo di software senza licenza, Bsa ha pubblicato la 2018 Global software survey, un’indagine che ha coinvolto circa 23.000 utenti, dipendenti e cio per quantificare la diffusione e il valore dei software privi di licenza installati sui computer in oltre 110 Paesi e regioni.

Secondo l’indagine il 54% dei cio afferma che la principale ragione che spinge all’utilizzo di software con le adeguate licenze è la riduzione dei rischi di sicurezza, mentre il 46% dichiara che la propria preoccupazione principale riguarda la perdita dei dati.

Dopo che in passato Bsa aveva focalizzato la sua azione più sulla repressione, da tempo l’organizzazione alla quale partecipano le principali riprese del settore ha adottato un approccio più morbido impegnando le proprie forse per fare si che le aziende migliorino la gestione dei software.

È infatti dimostrato – spiega Valcher – che, implementando un piano efficace di software asset management e un programma di ottimizzazione delle licenze, le imprese possono risparmiare fino al 30% sui costi legati ai software”.

 

Irideos, banda larga per aziende e distretti industriali

La rete in fibra corre per 14.925 km lungo le aree industriali, dieci sono i centri di raccolta dati collegati alla fibra e 2.100 i punti di accesso.

Sono alcuni numeri di Irideos, l’ex Infracom, la società di F21 (dove la Cassa depositi e prestiti detiene il 14%) che ha come mission la digitalizzazione delle imprese del made in Italy.

Guidata da Mauro Maia, ex senior partner di F21, la società realizza oggi ricavi per 168,5 milioni ma l’obiettivo è di arrivare a 250 mettendosi in competizione diretta sul fronte delle imprese con le altre società della banda larga.

Irideos già attiva in Val di Fassa

Il manifatturiero è il target principale di Irideos che punta sui distretti industriali come quello della Val di Fassa in Trentino dove è già all’opera.

L’obiettivo è un rendimento annuo del 12%. A differenza di altri competitor Idideos vende fibra accesa con i servizi tra i quali ci sono anche dieci data center il più grande dei quali è a Milano in via Caldera dove, secondo la società, passa il 70% del traffico Internet italiano. Per questo F21 definisce Irideos strategica per il Paese.

L’obiettivo è di diventare il terzo operatore business to business dopo Telecom e Fastweb e partner di delle aziende medio-grandi per la gestione dei dati e la connessione in sicurezza.

Attualmente dalla rete arriva il 60% dei ricavi, mentre il resto proviene dalla gestione dei dati.

Nell’ultimo anno la società ha messo a segno cinque acquisizioni del valore di oltre cento milioni di euro e del gruppo fanno parte McLink di Trento e Roma, la Big Tlc di Bergamo e KpnqWest per il cloud.

Si muove Open Fiber

Nel frattempo si muove anche Open Fiber che ha inaugurato il primo cantiere nelle aree bianche (o a fallimento di mercato) della Valle d’Aosta.

Il cablaggio è iniziato a Issime nella valle del Lys dove le circa 400 unità immobiliari saranno collegate in modalità Ftth (Fiber to the home), con velocità fino a 1 gigabit al secondo. In tutta la Regione sono previsti stanziamenti di 10,6 milioni dal Fondo nazionale sviluppo e coesione (Fsc) e di 5,7 dai fondi Feasr della Regione. Saranno interessati circa 64 mila cittadini di 74 comuni.

La società ha vinto le prime due gare per le aree a fallimento di mercato dove ha in programma investimenti per circa 2,6 miliardi di euro. I due bandi riguardano in totale 6753 comuni per 9,3 milioni di abitazioni nelle aree C e D (a fallimento di mercato) da aggiungersi ai 9,5 milioni delle aree A e B.

Intanto in maggio è stato completato il piano di cablaggio di Catania con un’infrastruttura interamente in fibra ottica a banda ultra larga, realizzata da Open Fiber con un investimento di circa 30 milioni di euro.

La rete Open Fiber ha raggiunto nel comune etneo oltre 120mila unità immobiliari – tra case e aziende – in modalità Ftth (Fiber To The Home). Catania è la seconda città a essere completata tra le prime 10 del piano di Open Fiber per le aree di mercato, che comprende 271 città italiane, e la prima del Mezzogiorno.

 

Arriva Spindle, la democrazia nelle criptovalute

Ōshiro Gakuto, meglio conosciuto come Gakt, è un musicista e attore giapponese di fama internazionale che ha dei fan anche in Italia visto il bizzarro gruppetto di supporter che lo accoglie.

Racconta che un giorno si è accorto che i Cd non avrebbero avuto un futuro con conseguente declino dei suoi guadagni. I suoi concerti infatti avevano costi alti con scarsi margini di guadagno.

Così ha deciso di affiancare all’attività musicale quella di business man e oggi è chief strategy advisor di Spindle, una piattaforma che, come racconta Gakt alla stampa italiana, ha il modesto obiettivo di rendere “più equo, trasparente e con pari opportunità per tutti il mercato finanziario delle criptovalute”.

Un messaggio che visti i tempi potrebbe anche fare presa e che Gakt spiega così: “Oggi la maggior parte dei buoni investimenti viene fatta da una minoranza di persone ricche e queste informazioni non raggiungono mai il pubblico generale.Questa è la verità. Per poter cambiare la situazione abbiamo iniziato il progetto Spindle che ha lo scopo di fare si che queste opzioni di investimenti, a oggi privilegio dei ricchi, siano a disposizione di tutti”.

Ōshiro Gakuto, in arte Gakt

Così, rivolgendosi a “coloro che vogliono realizzare i propri sogni, coloro che vogliono continuare a fare ciò che amano e a chi vuole alzare la qualità della propria vita”, ha lanciato una Ico (Initial coin offering) per Spindle, una piattaforma che vuole connettere gli utenti ai fondi d’investimento in criptovalute.

La piattaforma basata su blockchain vuole permettere a tutti l’accesso al fantastico mondo di Bitcoin e affini. Per rendere tutto questo possibile Spindle utilizza la piattaforma Zeta che prevede l’impiego di blockchain e contratti intelligenti della rete Ethereum per garantire la massima trasparenza. L’obiettivo è di permettere una comunicazione diretta fra investitori e gestori dei fondi.

Realizzato da Blackstar group, Spindle prevede come primo step l’avvio di Zeta 1 piattaforma di servizi di monitoraggio e reporting blockchain fornita in modo gratuito a tutti gli utenti che può essere utilizzata per controllare i profili dei fondi e verificare le operazioni. Zeta 2 è invece la piattaforma per le transazioni decentralizzate ad alta velocità con tecnologia layer2 che propone un sistema di trading affidabile.

I dati utilizzati da Zeta 1 e 2 confluiranno in Zeta 3, un sistema distribuito per l’assegnazione di crediti. “Il sistema decentralizzato di credit scoring dello Zeta 3 – spiega un white paper dell’azienda – è fondamentalmente equo” e permette di effettuare un credit scoring autonomo. L’ultimo passaggio è quello dell’autonomia creditizia con l’intelligenza artificiale che sarà in grado di gestire un sistema di valutazione. Lo scopo è di rendere più democratico l’accesso alle criptovalute.

La tabella di marcia prevede per metà anno la realizzazione di Zeta 2 con la chiusura dei lavori entro fine 2019.

 

Trasformazione digitale, a che punto sono le Pmi italiane

Cloud computing (35%), Internet of Things (33%), Machine Learning (28%) e Blockchain (27%): sono queste le tecnologie innovative ritenute più efficaci per lo sviluppo strategico del business in chiave digitale e su cui le Pmi italiane investiranno nei prossimi tre anni.

Sono i dati che emergono dalla seconda edizione della ricerca nazionale sullo stato di digitalizzazione del Paese, svolta su oltre 500 aziende e realizzato dalla Scuola dell’Innovazione di Talent Garden, Cisco Italia, Enel e Intesa Sanpaolo, con il supporto dei ricercatori del Master in Digital Transformation per il Made in Italy, pensato per formare consulenti in grado di accompagnare le aziende verso il digitale e l’industria 4.0.

Pmi più consapevoli del digitale

La survey, che ha coinvolto aziende con un fatturato non superiore ai 50 milioni di euro, mostra una maggiore consapevolezza delle imprese che molto di più rispetto al passato mostrano di comprendere l’importanza e degli effetti positivi che la digitalizzazione potrebbe portare al proprio business.

Secondo i dati il 67% del campione ritiene che l’innovazione impatti principalmente sull’acquisizione di un vantaggio competitivo, il 49% sull’aumento della produttività, il 48% sul miglioramento della qualità percepita dei clienti e il 47% sulla qualità interna del lavoro.

Se da una parte la maggioranza delle imprese sembra interpretare correttamente il significato della Digital transformation che influenza la progettazione dei modelli di business (67%) e lo sviluppo di una strategia digitale (53%), mentre il 32% parla di implementare nuove tecnologie in ogni settore, dall’altra manca ancora il corretto approccio al cambiamento organizzativo che rimane limitato all’ambito della comunicazione e affidato a professionisti appartenenti al marketing (63%) e non a figure specifiche come il Digital officer.

Non a caso mentre il 54% degli intervistati riconosca l’importanza della formazione l’ostacolo maggiore all’evoluzione digitale delle organizzazioni arriva proprio dalla mancanza di competenze digitali (43%). Ma la formazione rimane un problema. Il 26% non eroga corsi di formazione digitale al personale, il 17% lo fa una volta l’anno, mentre il 24% ha scelto la formazione continua e il 25% eroga corsi più volte l’anno.

Spazio per migliorare ce n’è parecchio visto che il 16% raccoglie e analizza i dati della sua attività, il 23% li pone alla base della strategia aziendale, ma il 36% non li raccoglie e il 22% li raccoglie ma non li analizza.

Nonostante le difficoltà la ricerca spiega che le Pmi stanno vivendo un momento di relativo entusiasmo verso la digitalizzazione.

Sarà il piano 4.0 del governo, gli incentivi e la spinta che sta arrivando anche da parte delle organizzazioni industriali, ma l’86% delle aziende nel 2017 ha investito una percentuale del proprio fatturato in trasformazione digitale: il 38% del campione ha investito tra l’1% e il 10%, il 18% tra il 10% e il 20%, l’11% tra il 20% e il 30% e solo il 6% tra il 30% e il 40% del proprio fatturato.

In un contesto in cui si percepisce con chiarezza la necessità di aumentare gli investimenti per accelerare il processo di digitalizzazione, dalle interviste si evidenzia un fenomeno significativo.

Sono infatti le aziende più giovani, il 53% del campione intervistato, a investire una percentuale più alta del loro fatturato in digital transformation, rispetto al 47% delle Pmi presenti sul mercato da più di 25 anni.

Dati che confermano la difficoltà delle aziende non native digitali ad adattarsi ai trend delle tecnologie innovative. Per questo però c’è bisogno delle giuste figure professionali. E le aziende infatti sono alla ricerca di digital marketing specialist (34%), data analyst (26%) e digital officer (23%). Il problema sarà trovarli.

 

Assolombarda in campo per la cybersecurity

La cybersecurity è un problema per le aziende e Assolombarda cerca di contrastare i pericoli della rete grazie a un accordo con la Polizia postale.

L’associazione lombarda degli industriali ha varato un portale dedicato alle imprese dove ogni azienda avrà accesso in tempo reale alle informazioni fondamentali su malware, hackeraggi e tentativi di frode. Inoltre, ci sarà la possibilità di scaricare i programmi da utilizzare contro le minacce informatiche.

Cybersecurity alliance, la piattaforma di Assolombarda

Cybersecurity alliance è il nome della piattaforma di Assolombarda che attualmente è in fase di test con una quindicina di aziende dove opera un security manager. Da

settembre sarà disponibile per tutti gli associati e permetterà alle aziende di accedere agli articoli e alle segnalazioni della Polizia postale. In un altro senso le aziende potranno segnalare alla community (su richiesta, anche mantenendo l’anonimato) gli eventuali attacchi. Sarà possibile anche inoltrare denunce via web.

La piattaforma si inserisce nell’ambito di un protocollo sulla prevenzione degli attacchi informatici e delle frodi firmato tra Polizia di Stato e Assolombarda. In prospettiva potrebbe essere un servizio disponibile anche su base nazionale anche se nelle aziende ci sarebbe bisogno di persone in grado di maneggiare le informazioni. E se esiste un team che occupa di sicurezza probabilmente è già focalizzato su certi temi.

I dati della Banca d’Italia sulla spesa per la sicurezza

Oltre a numerose indagini anche la Banca d’Italia certifica il ritardo delle aziende italiane sul fronte della sicurezza informatica. Secondo via Nazionale in sette casi su dieci le imprese colpite da attacchi informatici devono destinare risorse aggiuntive al ripristino dei sistemi e sono costrette a rallentare l’attività. Tuttavia, in termini di importo, i danni restano abbastanza contenuti fatta eccezione per una parte delle imprese più grandi, quelle con più di 500 addetti.

La Relazione afferma che tra chi ha riportato almeno un attacco, nel 18,6% dei casi – quando si parla di imprese con oltre 500 addetti – il costo per rimediare ai danni varia tra 10mila e 50mila euro. La stessa spesa è affrontata dal 9,2% delle imprese tra 200 e 499 addetti e dal 13% di quelle nella fascia 50-199.

Le percentuali scendono visibilmente se si considerano costi tra 50mila e 200mila euro: si va dal 2,4% delle imprese più grandi allo 0,6% di quelle più piccole. Nel 92% dei casi, però, gli attacchi informatici costano meno di 10mila euro. Le aziende però continuano a spendere poco per proteggersi. Sempre Bankitalia stima che le imprese spendono in media circa 4.530 euro che diventano 3.500 per aziende a basso contenuto tecnologico mentre arrivano a quasi 20mila euro nelle grandi imprese dell’Ict.

Gli investimenti vanno in direzione soprattutto della formazione di base e per analisi sulla vulnerabilità delle reti. Un terzo arriva fino alla cifratura dei dati. E poi c’è quella che Banca d’Itailia definisce “asimmetria informativa” che permette a qualcuno di vendere soluzioni non adeguate contando sulla scarsa preparazione dei clienti.

A Bari e Matera le prime prove di 5G in Italia

Il 5G italiano muove i primi passi.

Il consorzio di cui fanno parte Tim, Fastweb e Huawei ha presentato le prime applicazioni che mostrano le potenzialità della nuova tecnologia mobile.

A Matera è stato mostrato il primo scenario d’uso reale end to end, sviluppato dal Consorzio Bari-Matera 5G, a supporto del turismo digitale relativo alla valorizzazione del patrimonio culturale e artistico della Capitale europea della cultura 2019, mentre a Bari, invece, è stata presentata la soluzione di realtà aumentata per la manutenzione dei motori delle navi.

Il progetto prevede un investimento complessivo di 60 milioni di euro in quattro anni e prevede di raggiungere nelle due città una copertura del 75% della popolazione già entro la fine di quest’anno per arrivare ad una copertura integrale entro il 2019. L’obiettivo è quello di trasformare questi territori in un vero e proprio laboratorio digitale.

La virtual reality di Matera

Matera è protagonista del primo scenario d’uso reale end to end. La soluzione di Virtual Reality presentata da Giorgio Castelli, responsabile services innovation Tim, consente di visitare da remoto alcuni luoghi turistici.

Il visitatore, indossando un visore, è libero di muoversi nelle aree previste, avvicinarsi alle pareti, toccare gli oggetti vivendo un’esperienza innovativa e immersiva, potendo incontrare nel nuovo mondo virtuale anche altri visitatori, ubicati in luoghi fisicamente distanti da quello in cui si trova, interagire con essi oltre che seguire le indicazioni date da guida di Matera.

A Bari, invece, è stata presentata da Michele Gramegna, responsabile attività industriali Isotta Fraschini Motori, la soluzione di realtà aumentata per la manutenzione dei motori delle navi sviluppata dal Consorzio Bari-Matera 5G.

Grazie all’utilizzo di uno Smart Helmet e alle performance della rete, ad alta velocità e bassa latenza, è possibile fornire assistenza remota agli operai impegnati nelle attività di montaggio e smontaggio del motore di una nave, attraverso l’assistenza e la ricezione di indicazioni tridimensionali che si sovrappongono all’immagine del motore. L’applicazione consente una maggiore velocità, efficacia e qualità delle attività manutentive e formative del personale.

 

Otto competence center per l’Industria 4.0 italiana

Otto competence center ammessi e due esclusi. L’ultimo atto del Ministero dello Sviluppo economico retto da Carlo Calenda è stata la comunicazione della lista di atenei ammessi alla fase negoziale per accedere ai finanziamenti pubblici.

La lista dei competence center vede al primo posto il Politecnico di Torino (Manufacturing 4.0), seguito dal Politecnico di Milano (Made in Italy 4.0), Alma Mater Studiorum Università di Bologna ( Bi-rex), Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa (Artes 4.0), Università di Padova (Smact), Federico II di Napoli (Industry 4.0), Consiglio nazionale delle ricerche (Start 4.0) e La Sapienza di Roma (Cyber 4.0). Fuori dai giochi il Centro siciliano di fisica nucleare, per mancanza di requisiti, e l’Università di Catania che ha raggiunto un punteggio non sufficiente.

Poli di ricerca e trasferimento tecnologico

Ai Competence center, nell’ambito del piano per l’Impresa 4.0 varato dal governo Renzi, spetta il compito di essere i poli di ricerca e trasferimento tecnologico con partner pubblici e privati. L’obiettivo è di sviluppare progetti negli ambiti di specializzazione e fornire servizi alle Pmi. In totale sono circa quattrocento le imprese che si sono alleate a una settantina tra università e organismi pubblici di ricerca pubblici.

La seconda fase del processo prevede che ogni singolo partenariato, che unisce componenti pubblici e imprese private discuta i progetti con i tecnici del ministero.

Poi, una volta raggiunto l’accordo sul progetto, per ogni competence center ammesso, sarà emanato il decreto di concessione che conterrà tra l’altro impegni, obiettivi, tempi e modalità di realizzazione dell’attività programmata, indicazione delle spese e dei costi ammissibili.

A disposizione ci sono 73 milioni di euro, una somma considerata sufficiente dal ministero. Una quota fino al 65% dei fondi dovrà supportare la costituzione e l’avviamento dei centri, nella misura del 50% delle spese sostenute per un massimo di 7,5 milioni per singola struttura. Almeno il 35%, invece, andrà a finanziare i progetti di innovazione presentati dalle imprese, sempre in misura del 50% e fino a 200mila euro.

Fra le Università coinvolte, il Politecnico di Milano sul Made in Italy 4.0 e i sistemi per il manifatturiero avanzato ha selezionato 34 aziende – da Comau a Brembo, da Bosch a Ibm – che offriranno servizi, competenze e sostegno economico. Altre 24 per il Poli di Torino (Fiat Chrysler Leonardo, Thales Alenia Space) mentre lo Smact dell’Università di Padovaha selezionato 30 imprese (Tim, Electrolux e Intesa San Paolo).

Sono 49 le imprese per il Bi-Rex di Bologna (Ducati a Siemens da Hera a Philp Morris) e 32 quelle per il competence center Start 4.0 guidato dal Cnr insieme a Iit e università di Genova e con big del calibro di Ansaldo Energia, Iren e Leonardo.

Intanto il ministero dello Sviluppo ha pubblicato il bando di gara per l’assegnazione di 3 milioni a progetti di potenziamento degli uffici di trasferimento tecnologico delle università e degli enti di ricerca pubblici. In particolare, 2,5 milioni sono destinati al rifinanziamento di progetti già agevolati negli anni scorsi e 500mila euro a nuovi progetti.

Abbigliamento smart: il vestito si trasforma in un hard disk

L’ abbigliamento sta diventando un terreno di sviluppo per le nuove tecnologie. E non stiamo parlando di wearable, ma di altre innovazioni come il tessuto che cambia colore con un colpo di smartphone.

Altra innovazione è quella che arriva dai ricercatori dell’Università di Washington che stanno cercando di memorizzare i dati direttamente sui capi di abbigliamento.

I ricercatori hanno scoperto un modo per memorizzare i dati direttamente nei vestiti attraverso l’utilizzo di un tessuto intelligente. E i vestiti in questo modo possono essere utilizzati come fossero un disco rigido.

Un filo di piombo magnetizzato, già presente nei guanti compatibili con touch screen, è attualmente in uso per i test. I dati sono codificati in una striscia di filettatura ricamata magnetizzata e le direzioni nord e sud sono programmate con un magnete.

I dati vengono quindi decodificati e letti utilizzando un magnetometro come quelli integrati negli smartphone.

Le parti non magnetizzate del filo separano i simboli per evitare interferenze. Per testare la tecnologia, gli ingegneri hanno memorizzato la password per una porta sicura in un pezzo di tessuto magnetizzato cucito direttamente sulla manica di una normale t-shirt.

Sfiorando la maniglia contro l’interfaccia della porta si sblocca.

La tecnologia funziona senza elettricità, a differenza degli attuali indumenti collegati, che possono essere utilizzati, ad esempio, per misurare le prestazioni sportive.

Questo è un grande vantaggio, perché l’elettricità nei vestiti è un problema per il lavaggio o in caso di pioggia.

Adesso i ricercatori di Washington stanno cercando di creare campi magnetici più forti per memorizzare più dati.

Una volta completata, questa tecnologia potrebbe anche rivoluzionare la memorizzazione dei dati.

I cambiamenti climatici si contrastano con blockchain

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I carbon credit sono un meccanismo comune utilizzato per contribuire a ridurre le emissioni di anidride carbonica che alimentano i cambiamenti climatici che possono rappresentare un ulteriore ambito di sviluppo per blockchain.

La società Veridium Labs, con l’assistenza di Ibm, ha sviluppato una soluzione che utilizza la blockchain per seguire le modalità di acquisto e vendita dei crediti da parte di aziende o altri soggetti.

Il tetto massimo per i crediti ha consentito il rilascio di anidride carbonica, ma ha permesso alle aziende che non lo raggiungono di vendere i crediti a coloro che lo superano. I sistemi di crediti consentono anche alle aziende di pagare altre aziende che si occupano di foreste per compensare le proprie emissioni.

Blockchain vuole dire fiducia

In questo ambito, come è nella sua natura, blockchain ha il compito di creare fiducia in qualsiasi tipo di sistema che registri le transazioni. La tecnologia infatti distribuisce copie del libro mastro su numerosi computer in modo che tutti in una rete lavorino su un singolo record di tutte le transazioni – un record resistente alla manomissione e facile da controllare. Si tratta di un enorme passo avanti rispetto ai laboriosi sistemi di riconciliazione e agli intermediari per garantire che tutti siano d’accordo sul fatto che l’azienda A ha davvero pagato l’azienda B.

Le risorse digitali basate su Blockchain, o token, consentono modi innovativi per acquistare e utilizzare la compensazione del carbonio sottostante, poiché possono muoversi e stabilirsi rapidamente sulle reti – spiega una nota di Ibm a proposito del progetto -. Integrando l’intero processo di contabilizzazione e compensazione del carbonio in un token digitale su una rete pubblica, si può contribuire a misurare l’impatto ambientale, trasferire i diritti di proprietà e riscattare la compensazione del carbonio sottostante in modo più efficiente“.

Come valutare le piattaforme per i chatbot

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In rete è possibile trovare numerose piattaforme per realizzare chatbot. Per valutarle bisogna tenere conto di una serie di parametri che vanno dal costo dell’abbonamento, agli elementi, (dopo aver costruito un bot come lo si può utilizzare?), le caratteristiche per l’utilizzo nel commercio elettronico (può un bot raccogliere i pagamenti?), i dati raccolti per le analisi sugli utenti, la loro integrazione con gli esseri umani che permette al dipendente di prendere in consegna una chat e l’integrazione con i Crm più diffusi.

Chatfuel negli ultimi 3 anni è diventata una delle piattaforme di chatbot building più popolari e facili da usare. Hanno iniziato a costruire bot per Telegram, ma sono diventati veramente famosi solo dopo aver aggiunto la possibilità di creare bot per Facebook. Un piano gratuito dà accesso a tutte le funzioni di base. Tuttavia, In questo caso però il bot avrà scritto “powered by Chatfuel”. Per utilizzare tutte le funzioni si devono pagare circa 30 dollari. Il bot può visualizzare video, audio e immagini. Inoltre, è possibile ritardare le risposte fino a 20 secondi. C’è anche un pulsante di condivisione e uno di chiamata. Il bot di Chatfuel accetta pagamenti e offre una serie di statistiche sull’utilizzo. E’ possibile anche creare modelli di risposta anche se non c’è una funzionalità che permette a un essere umano di prendere in consegna il bot. Sono previste anche numerose possibilità di integrazione con Google Site Search che visualizza la ricerca del sito nel bot, ma anche con Instagram, Google Docs, Youtube, ecc.

Molti scelgono Botsify perché non richiede abilità di codifica per creare un bot. È possibile utilizzare il piano gratuito o passare a quelli a pagamento da dieci dollari mensili. I bot di Botsify sono alimentati dal machine learning. È possibile registrare tutti i messaggi che i bot non sono riusciti a rispondere e insegnargli a rispondere a queste domande nel modo desiderato. Botsify permette l’integrazione con tutti i più diffusi sistemi di pagamento. È possibile anche fare promozioni push. Oltre a una buona quantità di dati per le analisi il sitema può essere integrato con i più diffusi sistemi di analisi come Dashbot. Inoltre, sulla base dei colloqui con il bot, un manager può estrarre la posizione di un utente, i nomi che un cliente ha usato. E se il bot non ce la fa può intervenire l’essere umano. L’integrazione con il Crm può essere fatte in modo molto semplice.

Manychat offre un piano gratuito con funzionalità limitate (un cliente vedrà il marchio di Maychat mentre parla con un bot). Per la personalizzazione bisogna sottoscrivere un abbonamento che parte da 15 dollari. Il bot comprende gallerie, accessori, tastiera emoji integrata, risposte rapide e ritardate, pulsante di chiamata, ma non accetta pagamenti. L’utente dovrà essere reindirizzato al sito web. E’ possibile visualizzare i report di monitoraggio dei messaggi inviati e aperti e può essere integrato con le piattaforme più diffuse.

Chattypeople è completamente gratuito per Messenger. Ha funzionalità semplici ma necessita di un agent per l’assistenza clienti. Può essere integrato con Shopify per monetizzare le fan page di Facebook. Non offre la possibilità di analisi avanzate e può essere disabilitato per permettere l’intervento di un operatore umano. Lo strumento utilizza l’elaborazione del linguaggio naturale in modo che sia comodo per un utente chattare con un bot. Inoltre, è possibile collegare il bot a qualsiasi canale di comunicazione. Accetta pagamenti e offre tutti i tipi di metriche riguardanti il processo di formazione del bot in modo da poterlo rendere più intelligente.

Vending di birra, la verifica dell’identità si fa con blockchain

A prima vista la vendita di birra dovrebbe avere poco a che fare con blockchain. Invece anche la bionda bevanda può incontrare la blockchain se fa parte della partnership tra la piattaforma di verifica dell’identità Civic, l’azienda distributrice di distributori automatici Innovative Vending Solutions, e il gigante della birra Anheuser-Busch.

Dall’iniziativa delle due aziende prende vita il primo distributore al mondo di “birra criptata“. Usando la tecnologia buzzworthy, questa nuova macchina può verificare l’età degli acquirenti prima di sbloccare una lattina di Budweiser.

Gli aspiranti bevitori eseguono la scansione di un codice Qr con l’applicazione Civic che verifica che la persona abbia superato l’età legale per bere e dispensa una lattina di Budweiser. Tutto questo in forma anonima, perché i sistemi Civic hanno già verificato i dati personali dei propri utenti, compresa l’età.

Una app per verificare l’età

Per utilizzare il nuovo distributore automatico, è necessario prima verificare la propria identità nell’applicazione che utilizza poi blockchain per interagire con il distributore automatico e assicurarsi che l’acquirente abbia più di 21 anni. Da lì, la macchina scansiona la faccia dell’utente per autenticare che la persona che tiene il telefono cellulare è chi dice di essere, e se tutto va come previsto, la macchina emette la lattina una birra fredda.

Al di là dell’esempio di un distributore automatico di birra, Civic ne fa un esempio per un sistema che potrebbe essere utilizzato per una migliore sistema di verifica dell’età in generale. “Con oltre 190 paesi e i relativi documenti d’identità, è difficile conoscerli tutti”, ha scritto l’azienda sul suo blog. “Inoltre, diamo potere decisionale a persone che spesso non sono qualificate per affrontare la complessità della verifica dell’identità. Sono i custodi scelti che permettono alle persone di entrare in bar, club, casinò o di acquistare prodotti limitati all’età come l’alcool“.

Attualmente, le macchine per la birra a distribuzione automatica, richiedono un tradizionale controllo di identificazione in qualche punto del processo, presso il punto di entrata o presso il punto vendita. Il sistema di verifica Civic potrebbe teoricamente automatizzare questo processo ed eliminare la necessità di “custodi” (oltre ad avere qualcuno intorno a che fare con eventuali problemi che sorgono), ma per ora Civic dice che non ha intenzione di commercializzare questo distributore automatico di birra. “È una dimostrazione per mostrare un modo pratico di portare la tecnologia crittografica a un pubblico mainstream“.

Perché secondo Civic la loro soluzione può essere utile anche per i siti web. I codici Id, è l’opinione della società, forniranno agli utenti un modo sicuro e indipendente per verificare i profili dei social media o blog, indipendentemente dalla piattaforma, con un link univoco e un profilo verificato tramite la catena di blocchi.

Business software alliance, il rapporto italiano

Secondo la Bsa, Business software alliance, l’associazione dei produttori di software che combatte contro la pirateria, arriva a quasi 57mila euro la somma che in media nel 2017 una Pmi italiana non in regola con le licenze software ha pagato per sanare la situazione.

Il dato, in attesa del rilascio della 2018 Global Software Survey, l’indagine biennale sulla diffusione a livello globale dei software privi di licenza, riguarda il risarcimento dei danni causati dalla violazione del diritto d’autore, a cui si aggiungono gli accordi transattivi con i produttori e l’acquisto i nuovi software.

Bsa dice che le aziende che utilizzavano software pirata nel 2017 hanno pagato complessivamente oltre 1,3 milioni, contro i circa 950mila euro del 2016, con un aumento del 37%. In questo computo sono esclusi i danni reputazionali, quelli all’immagine, gli altri costi legali e le spese indirette.

Pirateria diffusa in Italia

Nei prossimi mesi, annuncia Bsa, è in programma una intensificazione delle azioni di contrasto. Il tasso di positività delle azioni rimane infatti molto alto, con l’individuazione di illeciti nelle aziende sotto verifica.

Nel 2017 sono arrivate a Bsa Italia ben 444 segnalazioni contro le 322 del 2016. Per quanto riguarda il 2018 si registra un vero e proprio exploit: nel primo quadrimestre sono state superate le 400 segnalazioni.

La diffusione dei software privi di licenza è trasversale e riguarda tutti i settori con un’incidenza che può arrivare anche a un caso su due.

I principali trasgressori del 2017 sono state le aziende che operano nell’area information technology, le società di vendita e le imprese manifatturiere, seguite da vicino dalle aziende grafiche, pubblicitarie e dagli studi di architettura.

La classifica dei programmi più copiati vede Windows e la suite Office, quelli di Adobe per il fotoritocco e Autocad di Autodesk.

La diffusione della pirateria in Italia non è una novità. Un’indagine sempre di Bsa dello scorso anno indicava che circa l’80% dei dipendenti di Pmi italiane ritiene che pratiche illegali o comunque contrarie all’etica siano comuni tra le imprese.

Sicurezza fra blockchain e machine learning

Secondo un rapporto di Security Intelligence, “il costo globale della criminalità informatica raggiungerà i 2.000 miliardi di dollari entro il 2019, un triplice aumento rispetto alla stima di 500 miliardi di dollari del 2015”. I cybercriminali stanno hackerando il sistema a una velocità incredibile. E le contromisure passano per l’adozione di nuove tecnologie come blockchain considerate sicure. Per questo Idc ritiene naturale che blockchain rientri nel portafoglio della sicurezza informatica perché, prima di tutto, migliora la sicurezza dei dati quando le transazioni vengono elaborate nell’ambiente distribuito.

Si fa strada l’utilizzo di blockchain

Il decentramento della tecnologia che rende la catena del blocco un bene prezioso in materia di sicurezza informatica. L’utilizzo di blockchain si sta facendo strada, ma in alcune regioni la tecnologia si trova ad affrontare una battaglia normativa in salita che ne sta ostacolando l’efficacia. La tecnologia in sé viene ritenuta un’opportunità, ma poiché è spesso legata alla criptovalute iniziano a essere presenti un sacco di leggi e regolamenti governativi che ostacolano le Ico (Initial coin offering) e non tanto blockchain.

Questo si traduce in una sorta di blocco all’innovazione tecnologica di blockchain, perché una volta vietata, è improbabile che le società tecnologiche crescano in questi paesi, in quanto la raccolta di fondi attraverso le Ico è il modo convenzionale in cui le nuove imprese blockchain danno il via ai loro progetti. Le monete virtuali che hanno fatto la fortuna di blockchain rischiano quindi di frenarne la corsa almeno in Corea o Cina. Avvantaggiando magari le società americane ed europee che non hanno ancora dovuto subire questi tipo di blocchi.

Sicurezza

Security by design per l’IoT

Problemi di sicurezza esistono anche nell’Internet of Things, dove, sempre secondo la società di ricerca, è particolarmente importante che la sicurezza informatica sia integrata nel design del prodotto offerto. L’industria sanitaria, in particolare, sta sfruttando alcune delle opportunità offerte dalle tecnologie dell’internet degli oggetti.

Anche il machine learning può essere molto utile per la sicurezza. Poiché una grande quantità di dati si riversa nelle organizzazioni, diventa noioso per gli analisti analizzare e determinare dove esattamente il malware è stato iniettato. E quando il malware viene rilevato in una rete, i processi successivi, come la comunicazione con gli amministratori, richiedono molto tempo. Si tratta in genere di un processo lento. Tutte queste ragioni hanno generato la necessità di tecnologie più avanzate e capaci che potessero aiutare gli analisti a rilevare il malware e a proteggere i loro sistemi. L’apprendimento automatico può essere d’aiuto anche perché permette l’analisi predittiva. Sulla base dei set di dati, l’apprendimento automatico è in grado di prevedere dove, come e quando un hacker collocherà un malware. Il Machine learning può anche consigliare le azioni che potrebbero essere utili per proteggere il sistema. Gli algoritmi di apprendimento automatico trovano modelli nei dati e ne acquisiscono conoscenza, una volta che le reti sono state addestrate con i set di dati.

Il ruolo dell’intelligenza artificiale

Collegata al machine learning c’è l’intelligenza artificiale che può aiutare a fare fronte ai 230mila nuovi campioni di malware che ogni giorno vengono lanciati. La media delle piccole e medie imprese è vittima di 44 attacchi informatici al giorno. In questo momento, il mercato è convinto che l’intelligenza artificiale, l’apprendimento automatico e l’analisi comportamentale contribuiranno a risolvere questi problemi.

Tuttavia, una conseguenza non voluta di queste tecnologie emergenti potrebbe potenzialmente essere rendere la vita dei Ciso e dei loro team molto più difficile. Oggi, tutto ciò che Ia identifica come anomalia è considerato una minaccia potenziale. Il problema di questo approccio è che molte di queste minacce sono falsi positivi. Secondo una recente indagine, il 37% delle grandi imprese riceve più di 10.000 allarmi al mese. Inoltre, il 52% di questi allarmi è costituito da falsi positivi e il 64% da allarmi ridondanti. Utilizzando i sistemi attuali, le aziende sono poi lasciate ad esaminare manualmente migliaia di falsi positivi generati ogni mese dall’Intelligenza artificiale.

I sistemi attuali non dispongono dei dati contestuali necessari per fornire agli analisti della sicurezza gli strumenti per una valutazione ponderata delle minacce. Emerge anche la necessità di una nuova generazione di analisti di sicurezza. Dotato degli strumenti adeguati, questo ruolo emergente migliorerà le politiche di sicurezza esistenti. Gli analisti si baseranno sul lavoro di Intelligenza artificiale, apprendimento automatico e analisi comportamentale rendendo i dati più consumabili e comprendendo le soglie di rischio in base al contesto. Con strumenti che aiutano ad assemblare e interpretare i segnali necessari per individuare e valutare le minacce, gli analisti della sicurezza non avranno bisogno di un background profondo nel modellamento dei dati o nell’interrogazione dei database.

Questa nuova generazione di analisti della sicurezza affronterà il problema della riduzione dei falsi positivi in tempo reale. Allo stesso tempo, gli analisti della sicurezza armati degli strumenti giusti passeranno da una posizione difensiva di risposta alle minacce dopo che si sono verificate (a volte diversi mesi dopo), a quella di offesa e di aiuto nell’identificare i potenziali attacchi in corso prima che abbiano avuto un impatto catastrofico sull’organizzazione.

Le startup del food tech trovano casa a Milano

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Nasce FoodForward, un programma di accelerazione dedicato ai progetti innovativi e startup del settore food e retail, presentato nel corso di Seed&Chips, the Global Food Innovation Summit.

Una iniziativa coordinata da Deloitte con Amadori, Cereal Docks e Gruppo Finiper che coinvolge oltre alla manifestazione milanese anche Innogest, Digital Magics e FederalimentareGiovani.

L’obiettivo è fare di Milano un hub del foodtech a livello globale.

FoodForward è subito operativo: fino al 29 luglio è aperta la call per fare application al programma di accelerazione. Verranno selezionate fino a 7 startup che dall’inizio del programma avranno accesso a un investimento iniziale in equity di 150.000 euro complessivi, e a un supporto in termini di servizi e di consulenza pari a un controvalore fino a 350.000 euro.

Inoltre, al termine del programma di accelerazione i partner del progetto hanno già confermato la volontà di effettuare ulteriori investimenti fino a 1 milione di euro. L’application e tutte le informazioni relative al programma di accelerazione di FoodForward si possono trovare QUI.

Le startup di Seed&Chips

La presentazione dell’acceleratore è uno degli eventi che ha caratterizzato Seed&Chips, l’evento milanese dedicato all’innovazione nel food. Le startup sono state le vere protagoniste della rassegna dove era possibile scoprire come AgroStreetFood, un social network in cui gli agricoltori possono caricare il loro profilo per intercettare la domanda di prodotti locali dei turisti.

Nanomnia, un’azienda veneta che ha proposto l’applicazione delle nanoparticelle al settore agricolo. L’azienda, per esempio, è in grado di progettare un micro-involucro per gli agrofarmaci in modo che siano meglio assimilati dalla pianta. Oppure un micro-guscio per i fertilizzanti, in modo che non si degradino subito nel terreno. L’idea è di utilizzare un processo di nano-incapsulamento per superare barriere biologiche o prevenire la degradazione.

Idroplan si dedica all’irrigazione di precisione. La soluzione ideata dalla startup prevede che il sistema raccolga informazioni da sensori pensati per il vigneto che misurano la temperatura dell’aria, l’umidità atmosferica e quella del suolo. I dati vengono caricati in cloud Ed elaborati da un algoritmo che tiene conto anche delle informazioni sul vigneto e li confronta con le previsioni meteorologiche. Graie a tutto questo l’irrigazione viene effettuata solo quando è necessario con un evidente risparmio di acqua.

La trentina BlueTentacles vuole trasformare l’rrigazione della zona che prevede sistemi a goccia. Grazie a un software gli impianti diventano di precisione e consigliano all’agricoltore quando irrigare, mentre AgroSmart, startup lituana, fa ricorso alle telecamere iperspettrali montate su velivoli senza pilota per raccogliere informazioni dai campi.

Cambridge Crops, startup Usa, ha messo a punto un film di bioplastica, commestibile e non tossico, con il quale ricoprire frutta e verdura. Il biofilm scherma il prodotto dall’ambiente esterno impedendo lo scambio di gas e rallentandone decadimento e l’aggressione di microrganismi.

Influencer, come i big data cambiano il marketing

L’influencer marketing diventa grande, entra in nuova fase e anche Buzzoole decide di riposizionarsi dandosi una nuova brand identity.

Nato con le celebrity che scoprivano di poter aprire nuovi fronti di business al di là della loro attività principali sponsorizzando brand sui social, l’influencer marketing ha poi allargato il raggio d’azione andando alla ricerca di personaggi, anche non famosi, che potessero rivestire un ruolo di influencer presso gli altri utenti grazie a blog e social.

In Italia il nome per eccellenza è quello di Chiara Ferragni ma il mercato degli influencer si è rapidamente allargato tanto che Buzzoole, influencer marketing solution provider nato in Italia nel 2013, oggi vanta un team di settanta persone distribuite nelle sedi di New York, Londra, Milano, Roma e Napoli con circa 850 clienti.

La crescita dell’influencer marketing

L’influencer marketing – racconta Gaia Rubera, docente di marketing alla Bocconiè l’attività di marketing più cresciuta negli ultimi tempi e che più crescerà in futuro”. Secondo i dati di un’indagine che riguarda gli Stati Uniti il 48% delle aziende intervistate ha in programma un aumento del budget per questo tipo di comunicazione.

L’influencer è una delle facce del nuovo marketing degli ultimi anni che si è sviluppato, come sottolinea la docente della Bocconi, grazie all’evoluzione tecnologica dei big data, la loro disponibilità per un grande numero di operatori e, collegato a questo, l’avvento dei social media.

Questi fattori hanno permesso di sviluppare un mondo dove, oltre a individuare i potenziali influencer, categorizzarli per settori o argomenti, c’è stato bisogno di realizzare le metriche necessarie per valutare il successo e il ritorno sull’investimento. Per fare tutto questo ci vogliono dati e software in grado di elaborarli. Per questo big data, intelligenza artificiale e machine learning sono diventati elementi imprescindibili per lo sviluppo dell’influencer marketing.

Gaiia, la piattaforma di Buzzoole

Gaiia (Growing artificial intelligence for influencer affinity), come spiega Fabrizio Perrone, ceo e co-founder di Buzzoole è la nostra piattaforma proprietaria che unisce sistemi di image recognition, audience analytics e natural language analysis per trovare il massimo grado di affinità tra brand e content creator.

Perché l’influencer e il brand devono andare d’accordo, essere affini, avere valori simili. Se uno non si è mai occupato di sport e non pratica nessuna attività non sarà credibile come testimonial di una racchetta da tennis.

Dato per acquisito che negli ultimi anni le aziende hanno fatto più attenzione alla qualità della comunicazione rispetto ai meri dati di audience, Buzzole ha comunque “investito tantissimo in tecnologia” come spiega Perrone.

La piattaforma ha previsto l’inserimento di oltre 50 milioni di immagini che provenivano da contenuti di influencer per sviluppare un addestramento valido per il loro modello. Da qui sono stati identificati “oltre mille tag convertiti in 200 topic sui quali è costruita la nostra alberatura che prevede 20 macro categorie fino a 200 subtopic per capire di cosa parlano gli influencer in termini di testi e immagini”.

Il risultato finale consiste per ogni influencer in un profilo dove è possibile analizzare le performance in influenza e relevance su topic spefici e la brand affinity su oltre 1800 brand catalogati rispetto ai valori, audience e performance.

Tutte queste info sono inserite all’interno di Gaiia, una sorta di planning tool dove i clienti inseriscono la loro pianificazione, tipologia di post, geolocalizzazione, audience ulteriori specifiche e il risultato è una lista di influencer che rispondono per performance e affinità di brand”. Oltre la selezione degli influencer i brand hanno poi la possibilità di tenere sotto controllo i contenuti anche dal punto di vista delle metriche visto che il mercato va verso la più totale trasparenza.

Negli ultimi sei mesi, aggiunge il ceo di Buzzoole, hanno fatto un importante lavoro con Nielsen con cui hanno una partnership esclusiva per studi con oltre 15mila survey  e identificato per country o social 15 cluster.

Da lì abbiamo determinato formule certificate da Nielesen per metriche precise e abbiamo creato anche panel di utenti per verificare gli effetti delle campagne”. In questo modo è possibile paragonare gli investimenti in influencer marketing con altri tipi di investimento nella stessa industry. E l’influencer da tattico diventa strategico.

Driverless car, Mobileye fa un passo in avanti

Non è un bel periodo per le auto senza guidatore: due mesi dopo la morte di un pedone, un altro incidente ha funestato i test sulle driverless.

È successo vicino San Francisco dove una Tesla è finita contro una recinzione e poi in un laghetto. Ma non è ancora stato chiarito se la vettura fosse in modalità AutoPilot.

Da un’altra parte del mondo però arrivano buone notizie per le driverless.

Dall’inizio del mese di maggio non meno di cento auto hanno percorso le strade di Gerusalemme.

Diversi video mostrano le berline nere di Mobileye, società acquisita da Intel, che cambiano corsia con agilità, passando altre auto e prendendo tutte le decisioni in una frazione di secondo, come un normale guidatore.

Il video mostra il percorso di un auto nel traffico di Gerusalemme.

La dotazione delle driverless di Mobileye

Ogni vettura, dotata di software Rss (Responsibility sensitive safety), è equipaggiata con 12 telecamere per una visibilità a 360 gradi. Mobileye alla fine prevede di aggiungere radar e lidars a basso costo che si attiverebbe in  caso di guasto della telecamera.

IL Lidar (Light detection and ranging o laser imaging detection and ranging) è una tecnica di telerilevamento che permette di determinare la distanza di un oggetto o di una superficie utilizzando un impulso laser.

Anche i processori saranno a basso costo, per un pacchetto che costerebbe meno di 8.000 dollari. In questo modo in molti potrebbero avere un’auto di questo tipo.

La competitività di Mobileye rende l’azienda molto attraente sul mercato mondiale.

La settimana scorsa la Reuters ha rivelato che la società israelo-americana ha firmato un contratto con un produttore europeo, impegnandosi a dotare otto milioni di auto con la sua tecnologia semi-autonoma.

Il nome dell’azienda non è ancora stato rivelato, ma Mobileye sta già lavorando con Bmw, Fiat, Chrysler, Audi, Cadillac o Nissan. Una flotta di trenta auto Intel-Mobileye è prevista anche nella Silicon Valley per effettuare un’altra serie di test.

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