L’elettricità erogata in corrente continua si fa sempre più spazio in applicazioni dominate sin qui dalla corrente alternata. Ne è un esempio emblematico il datacenter di Green (società elvetica di servizi Ict) appena inaugurato a Zurigo, che sfrutta tecnologia e componentistica di Abb Hvdc (corrente continua in alta tensione, nello specifico a 380 volt) e server di Hp.
Si tratta dell’ampliamento di un centro dati preesistente, che ha dato vita all’applicaizone più potente in corrente continua mai realizzata fino ad oggi. I test sulle prestazioni comunicati ufficialmente hanno dimostrato che il nuovo sistema di distribuzione dell’energia è più efficiente del 10% rispetto alla tecnologia in corrente alternata. Decisamente più bassi (-15%) anche i costi investimento.
Abb sta già utilizzando la corrente continua per applicazioni in media e bassa tensione nella ricarica di veicoli elettrici, nei sistemi di distribuzione di energia sulle navi, negli edifici, oltre che nei data center. I sistemi in corrente continua sono meno complessi di quelli in corrente alternata poiché richiedono meno conversioni di potenza e necessitano fino al 25 per cento in meno di spazio.
Con l’aggiunta di quasi sei milioni di nuovi server ogni anno, la domanda di energia dei data center sta aumentando ad un tasso di più del 10% annuo e la corrente continua potrebbe essere una strada virtuosa.
«L’implementazione della corrente continua a 380 volt nel nostro data center è parte della nostra strategia a lungo termine di ottimizzazione energetica, un grande passo che ha stabilito un nuovo standard nel settore – ha affermato Franz Grueter, Ceo di Green -. Quando funzionerà a pieno carico, il sistema si tradurrà in un risparmio energetico fino al 20%».
Maria Andreetta
Corrente continua per il datacenter più efficente
Per i datacenter milanesi basta il free cooling
Che il caldo non faccia bene all’IT è cosa risaputa. Nel passato si è spesso esagerato nel tenere bassa la temperatura dei data center tanto da farli diventare delle isole di freddo senza troppo preoccuparsi del costo relativo (per non parlare del confort di coloro che ci dovevano lavorare). Oggi, però, sotto la spinta della necessità di ridurre i consumi energetici, la questione viene esaminata con attenzione e ci si comincia a chiedere se i costi da sopportare per avere temperature molto basse siano giustificati dai minori rischi di fuori servizio. In altri termini: qual è la temperatura ideale nei data center?
A questa domanda cerca di dare una risposta l’American Society of Heating, Refrigerating and Air-conditioning Engineers (ASHRAE) con una serie di raccomandazioni che vengono raccolte nelle Thermal Guidelines, ormai arrivate alla terza edizione, e che vengono diffuse attraverso seminari che i tecnici dell’ASHRAE tengono in tutto il mondo, recentemente anche a Milano in occasione della fiera Mce Expoconfort.
Ashrae valuta in 20°C la temperatura ideale dell’aria che viene convogliata sui server precisando, però, che questa temperatura può arrivare fino a 27°C senza determinare particolari problemi mentre non si hanno particolari benefici scendendo sotto i 18°C. Dato che l’aria di raffreddamento entra nei rack dei server dalla parte anteriore ed esce dalla parte posteriore a temperatura nettamente più alta, non ha senso parlare di temperatura del data center che può essere molto diversa da un punto all’altro. Se l’aria di raffreddamento può arrivare anche a 27°C, osservano i tecnici di ASHRAE, vuol dire che nei Paesi temperati per buona parte dell’anno si può utilizzare direttamente l’aria esterna senza bisogno di raffreddarla, riducendo così drasticamente i costi del data center sia in termini di spese in conto capitale (capex) che operative (opex).
Ma c’è di più. ASHRAE ha valutato la probabilità di un fuori servizio delle unità hardware in funzione della temperatura, ponendola pari a 100 alla temperatura di 20°C che viene presa come riferimento. Così, ad esempio, se la temperatura dell’aria di raffreddamento è di 15°C la probabilità scende al 72% mentre a 30°C sale al 142%. Con questi dati, nell’ipotesi di utilizzare l’aria esterna, si può calcolare di quanto diminuisce questa probabilità nei periodi freddi dell’anno e di quanto aumenta in quelli più caldi. Applicando questo metodo a un ipotetico data center a Milano e considerando la distribuzione media della temperatura esterna, secondo ASHRAE la probabilità di fuori servizio media sull’arco dell’anno è inferiore, anche se di poco, a quella che si avrebbe se si mantenesse una temperatura costante di 20°C. In altre parole: secondo ASHRAE, a Milano i data center non hanno bisogno di raffreddamento dell’aria. Hanno però bisogno di aria pulita, ossia priva di sostanze corrosive e soprattutto di particolato. Perciò l’aria va comunque trattata.
Non serve il raffreddamento dell’aria nei datacenter di Milano
Che il caldo non faccia bene all’It è cosa risaputa. Nel passato si è spesso esagerato nel tenere bassa la temperatura dei data center tanto da farli diventare delle isole di freddo senza troppo preoccuparsi del costo relativo (per non parlare del confort di coloro che ci dovevano lavorare). Oggi, però, sotto la spinta della necessità di ridurre i consumi energetici, la questione viene esaminata con attenzione e ci si comincia a chiedere se i costi da sopportare per avere temperature molto basse siano giustificati dai minori rischi di fuori servizio.
In altri termini: qual è la temperatura ideale nei data center?
A questa domanda cerca di dare una risposta l’American Society of Heating, Refrigerating and Air-conditioning Engineers (Ashrae) con una serie di raccomandazioni che vengono raccolte nelle Thermal Guidelines, ormai arrivate alla terza edizione, e che vengono diffuse attraverso seminari che i tecnici dell’Ashrae tengono in tutto il mondo, recentemente anche a Milano in occasione della fiera Mce Expoconfort.
Ashrae valuta in 20°C la temperatura ideale dell’aria che viene convogliata sui server precisando però che questa temperatura può arrivare fino a 27°C senza determinare particolari problemi mentre non si hanno particolari benefici scendendo sotto i 18°C. Dato che l’aria di raffreddamento entra nei rack dei server dalla parte anteriore ed esce dalla parte posteriore a temperatura nettamente più alta, non ha senso parlare di temperatura del data center che può essere molto diversa da un punto all’altro.
Se l’aria di raffreddamento può arrivare anche a 27°C, osservano i tecnici di Ashrae, vuol dire che nei Paesi temperati per buona parte dell’anno si può utilizzare direttamente l’aria esterna senza bisogno di raffreddarla, riducendo così drasticamente i costi del data center sia in termini di spese in conto capitale (capex) che operative (opex).
Ma c’è di più. Ashrae ha valutato la probabilità di un fuori servizio delle unità hardware in funzione della temperatura, ponendola pari a 100 alla temperatura di 20°C che viene presa come riferimento. Così, ad esempio, se la temperatura dell’aria di raffreddamento è di 15°C la probabilità scende al 72% mentre a 30°C sale al 142%.
Con questi dati, nell’ipotesi di utilizzare l’aria esterna, si può calcolare di quanto diminuisce questa probabilità nei periodi freddi dell’anno e di quanto aumenta in quelli più caldi. Applicando questo metodo a un ipotetico data center a Milano e considerando la distribuzione media della temperatura esterna, secondo Ashrae la probabilità di fuori servizio media sull’arco dell’anno è inferiore, anche se di poco, a quella che si avrebbe se si mantenesse una temperatura costante di 20°C. In altre parole: secondo Ashrae a Milano i data center non hanno bisogno di raffreddamento dell’aria.
Hanno però bisogno di aria pulita, ossia priva di sostanze corrosive e soprattutto di particolato. Perciò l’aria va comunque trattata.
Telefisco 2012 aiuta a fare ordine tra le novità delle manovre fiscali
Mancano due giorni a Telefisco 2012, il convegno annuale organizzato dal Sole 24 Ore che affronta le novità fiscali del 2012 e che si terrà in 72 città sparse in tutta Italia collegate via satellite. Si tratta del record assoluto di sedi collegate all’evento su 21 edizioni: una conferma di “Telefisco” come il più importante convegno fiscale dell’anno, capace di raccogliere decine di migliaia di operatori in tutta Italia.
Mai come quest’anno Telefisco 2012, in programma mercoledì 25 gennaio dalle ore 9.00 alle ore 17.00, avrà sul tavolo dei relatori così tante novità come quelle introdotte dalla nuova legge di stabilità, oltre alle norme fiscali-chiave introdotte dai provvedimenti del 2011, che ha visto ben cinque “manovre” approvate da maggio a dicembre dello scorso anno.
I lavori della 21ma edizione della manifestazione si apriranno con i saluti del direttore del Sole 24 ORE Roberto Napoletano, cui faranno seguito gli interventi del Direttore dell’Agenzia delle Entrate Attilio Befera e del Presidente del Consiglio Nazionale dei Dottori Commercialisti ed Esperti Contabili Claudio Siciliotti.
Il convegno farà quindi il punto sulla complessa situazione fiscale italiana, partendo da quanto disposto con il decreto Salva-Italia in tema di fiscalità degli immobili, capitali all’estero e attività scudate. Seguiranno le novità sui redditi d’impresa con le agevolazioni Irap e le norme per favorire la capitalizzazione (Ace) e il regime più penalizzante per le società di comodo, senza dimenticare i nuovi strumenti per controlli, accertamento e riscossione.
Gli esperti del Sole 24 Ore e i dirigenti dell’Agenzia delle Entrate risponderanno in diretta ai quesiti emersi durante i lavori del convegno.
La partecipazione alla giornata del 25 gennaio, che è gratuita come ogni anno, darà inoltre una serie di vantaggi a chi sarà presente al convegno: tra questi la possibilità di ottenere crediti formativi professionali per gli iscritti agli Ordini dei Dottori Commercialisti ed Esperti Contabili che hanno inserito la manifestazione nel proprio programma formativo. Inoltre a tutti i partecipanti sarà distribuita la dispensa di Telefisco, un inserto formato tabloid con gli schemi e le relazioni degli esperti. Tutti i partecipanti all’evento potranno poi usufruire di un’offerta dedicata di abbonamento annuale al quotidiano in versione cartacea e digitale, valevole fino al 31 gennaio 2012. Nelle sedi in cui sarà presente un agente del Sole 24 Ore i partecipanti avranno diritto di ottenere in omaggio un carnet con offerte fino a mille euro di buoni sconto sull’acquisto di prodotti Sole 24 Ore. Infine, nelle 12 sedi principali dell’evento sarà distribuito gratuitamente uno speciale del Sistema Frizzera che analizza le misure del decreto “Salva-Italia” con approfondimenti pratici realizzati attraverso schede operative in “stile Frizzera”.
Telefisco 2012 è anche su internet
All’indirizzo www.ilsole24ore.com/telefisco è on line una sezione dedicata al convegno: l’acquisto al costo di euro 16,90 consente di seguire i lavori in diretta streaming video sul proprio pc e consultare on line le dispense digitali di Telefisco 2012, oltre che rivedere la registrazione in qualunque momento. Anche la diretta streaming consentirà di maturare i crediti formativi.
La manifestazione sarà seguita anche da Radio 24 con il “RadioDay – Telefisco”: i GR delle 9 – 11 – 13 – 17 – 19 offriranno un quadro di quanto emerso nel corso del Convegno. Inoltre, la trasmissione “Salvadanaio” dedicherà, a partire dalle 12.15, una puntata speciale alla manifestazione.
Il programma con i relatori, le sedi ospiti dell’iniziativa, domande, iscrizioni e offerte possono essere consultabili fino all’ultimo sul sito del Sole 24 Ore dedicato all’iniziativa.
I chiarimenti degli esperti sull’obbligo assicurativo per i professionisti
Professionisti e compagnie si preparano al nuovo obbligo previsto dalla manovra di Ferragosto: l‘assicurazione per la responsabilità civile in caso di danni a terzi. All’interno della mini-riforma delle professioni si prevede infatti che gli iscritti agli Albi stipulino una polizza per coprirsi dai rischi che possono nascere nel corso dell’attività. Polizza che ha soprattutto lo scopo di tutelare il cliente, il quale deve essere messo al corrente, nel momento in cui si perfeziona l’incarico professionale, degli estremi della copertura assicurativa e del relativo massimale.
Nel mondo professionale, pertanto, ci si sta muovendo per non farsi trovare impreparati nel momento in cui la novità diventerà operativa: è, infatti, necessario che ciascuna categoria recepisca il nuovo obbligo nel proprio ordinamento professionale.
La Guida del Sole “Professioni e polizze”, in edicola gratuitamente con Il Sole 24 ORE di lunedì 31 ottobre, fotografa il fermento che attraversa le categoria prendendo in considerazione per i tre principali settori professionali (legale, tecnico e sanitario) da un lato i soggetti interessati, le loro aspettative e le esigenze e, dall’altro, l’offerta attuale e gli aspetti da considerare nella scelta.
La guida, soprattutto la parte online, disponibile all’indirizzo www.ilsole24ore.com/rcprofessionisti, sarà arricchita da giurisprudenza, esempi, documenti e facsimile.
Il Pensionometro: con quanto andremo in pensione?
Quale sarà l’ammontare delle nostre pensioni? Quale la percentuale dello stipendio? Quando andranno in pensione i professionisti? Come cambia il mercato del lavoro? Come difendersi dalla volatilità dei mercati?
Dopo la presentazione all’Europa delle misure proposte dal Governo italiano, si aprono nuovi scenari e nuovi interrogativi principalmente sul fronte delle pensioni e del mercato del lavoro, mentre le reazioni positive delle Borse confermano l’alta volatilità per i risparmiatori. Sul Sole 24 ORE di domani uno SPECIALE per capire tutte le novità.
PENSIONI
Quale sarà l’importo della nostra pensione? Sul Sole 24 ORE di domani, venerdì 28 ottobre, la pensione su misura. Dopo aver pubblicato oggi le tabelle per sapere quando andremo in pensione, domani il quotidiano fornirà gli strumenti per calcolare con quale percentuale del proprio stipendio si andrà in pensione.
Inoltre, il Pensionometro per i professionisti: tutte le indicazioni per scoprire come cambiano le date per ritirarsi dal lavoro nel settore degli studi professionali.
LAVORO
Sul Sole 24 ORE di domani il Dizionario del nuovo lavoro: dai vincoli minimi ai licenziamenti alla mobilità obbligatoria e alla cassa integrazione per i dipendenti pubblici, tutte le parole chiave e le informazioni utili per capire come cambierà il mercato del lavoro con le flessibilità previste nella lettera consegnata dal Governo al vertice europeo.
RISPARMIO
In un momento di altissima volatilità delle Borse internazionali, il Manuale di difesa sulla volatilità dei mercati, per capire come investire proteggendo i propri risparmi.
GUIDA DEL SOLE “I NUOVI MINIMI”
Tutto in una sola imposta sostitutiva del 5%: la Guida del Sole 24 ORE “I nuovi minimi” in edicola gratuitamente con Il Sole 24 ORE domani illustra i requisiti e le condizioni per entrare nel nuovo regime fiscale agevolato che debutta dal 1° gennaio 2012. Le novità rispetto al regime in vigore sono molte: da un lato è prevista una riduzione delle imposte per un periodo di 5 anni, dall’altro, però, si stringono le maglie per poter usufruire delle agevolazioni. Il sistema, infatti, viene riservato ai lavoratori – giovani e non – che decidono di avviare una nuova attività, anche dopo aver perso l’impiego.
La Guida fornirà informazioni operative anche ai contribuenti che non possono rientrare nel regime di favore e che si troveranno comunque a beneficiare di un regime fiscale e contabile semplificato. All’interno della Guida anche le risposte ai quesiti di TelefiscoOnline-Tuttomanovra 2011.
Il Sistri cancellato dalla manovra finanziaria
Il rientro dalle vacanze di Ferragosto è stato segnato da un’importante novità: l’abolizione del Sistri, il criticatissimo sistema di tracciabilità dei rifiuti, che sarebbe dovuto partire, a scaglioni, con l’inizio di settembre.
Il Sistri aveva preso il via nel 2009, su iniziativa del ministero dell’Ambiente, al fine di conferire una migliore tracciabilità alla movimentazione a livello nazionale dei rifiuti speciali (che rappresentano l’80% di quelli prodotti) e di combattere dunque i traffici illeciti. Non a caso proprio il ministro per l’Ambiente, Stefania Prestigiacomo, paladina in prima persona della nuova normativa, anche nei suoi momenti più difficili, ha criticato senza mezzi termini la mossa definendola come un vero e proprio “regalo alle ecomafie”. Di parere opposto sono le principali associazioni delle circa 300mila imprese coinvolte, in particolare quelle del settore autotrasporto. La Fai Conftrasporto non nasconde la propria approvazione, osservando in una nota che “nessuno ha fatto alcun regalo alle ecomafie che, anzi, sarebbero probabilmente state favorite da un sistema farraginoso e complicatissimo da gestire per le piccole e medie imprese”.
Basata su una dotazione di scatole nere da installare su tutti i camion trasportatori e su un sistema informatico di gestione dei dati, la procedura aveva già dato parecchi problemi a causa di evidenti malfunzionamenti in fase di test e per via delle complicazioni burocratiche e dei costi a carico delle imprese; a seguito delle proteste delle aziende, dunque, il suo avvio era stato rimandato prima dell’estate. Ora però per il Sistri si tratta di qualcosa di più che di uno slittamento.
Il decreto 138/2011 del 12 agosto, quello della manovra bis, lo ha infatti cancellato, tout court, abrogando a effetto immediato tutte le norme relative emanate a partire dal 2006. Nello specifico, è stato abrogato il D.m. 17 dicembre 2009, istitutivo del Sistri, i successivi decreti correttivi e il D.m. 18 febbraio 2011 n. 52, cioè il “Testo Unico Sistri” che riprendeva le norme pregresse degli anni precedenti.
Con l’abolizione del Sistri resterà in vigore l’attuale sistema di gestione “manuale” dei rifiuti speciali: registro cartaceo di carico e scarico, formulari di trasporto e il Mud, Modello Unificato di Dichiarazione annuale dei rifiuti. Non si sa ancora come sarà risolto il problema delle imprese che hanno già pagato l’iscrizione al sistema e versato i relativi contributi.
Va detto che il provvedimento è in attesa di conversione definitiva in legge e in fase di presentazione degli emendamenti potrebbe accadere di tutto. Ma la premessa fondamentale è che mancano i fondi per la sua attuazione, quindi difficilmente si potrà ritornare sui binari che l’iter nel suo complesso prevedeva.
Ancora lunga la strada per l’Italia digitale
I cento giorni che il nostro Governo aveva a disposizione per impostare una strategia “digitale” per il Paese sono quasi scaduti. L’ultimatum era stato dato lo scorso gennaio da Agenda Digitale, iniziativa nata da un centinaio firme (imprenditori, manager, uomini di cultura e dello spettacolo) che per smuovere le acque avevano anche acquistato una pagina di pubblicità sul Corriere della Sera, intitolata emblematicamente “diamo un futuro a questo Paese”. Lo scopo era quello di arrivare a una stesura programmatica che promuovesse un po’ tutti i cardini della cultura e dell’economia digitale: dalla formazione alla banda larga, che alla fine non è che un prerequisito.
A che punto siamo? Non a buon punto, stando a quanto dichiarano i promotori che ieri si sono dati appuntamento presso Assolombarda per tirare le somme. “Abbiamo avuto qualche risposta da parte di tutti gli schieramenti politici, ma ci saremmo aspettati di più, formalmente abbiamo ottenuto poco”, dichiara Peter Kruger, “tecnologo” tra i promotori di Agenda Digitale intervenuto all’evento.
A riprova della nostra arretratezza arrivano i dati e le considerazioni di Francesco Sacco, managing director del centro di ricerca EntEr dell’Università Bocconi: “L’Italia è uno dei pochissimi Paesi al mondo senza una strategia digitale, e in questo siamo in compagnia di Paesi come la Libia”.
Oggi oltre un quarto della popolazione mondiale è online e se il tasso di crescita resta quello attuale arriveremo nel 2018 a un i traffico internet superiore di 23 volte rispetto a quello del 2008. Bisogna stare pronti prima di tutto con l’infrastruttura, osserva Sacco. E l’Italia è drammaticamente indietro.
La spesa in It del nostro Paese è lontanissima dal resto del mondo e le distanze che si stanno ampliando drasticamente: mentre solo nel 2001 da noi si investiva più della media mondiale, ora siamo a 109 punti contro 245 (elaborazioni su dati 2010 Assinform/Netconsulting, con indice 1999 uguale a 100). Nel Regno Unito l’economia di Internet vale il 7,7% del Pil, in Francia il 3,7% mentre in Italia incide per circa il 2%, Mentre gli altri hanno continuato a investire in tecnologie e a crescere, noi abbiamo iniziato a disinvestire e ci siamo arenati.
Le vere ragioni di quello che secondo Sacco è un vero e proprio “caso clinico” non sono emerse con chiarezza. La responsabilità è solo della mancanza di strategia governativa? Questa certo è una importante lacuna (“ci vuole un’azione dall’altro, ci vogliono responsabilità politiche”, osserva Kruger) ma potrebbero fare di più anche le aziende, proprio a partire da quelle di taglia medio-piccola che sono il nostro tessuto produttivo, anche considerando che oggi la taglia minima dell’investimento, anche solo per aprire un sito e fare un po’ di marketing online, è “prossima allo zero”, come dice Sacco.
L’opportunità da cogliere è tutta in questi dati. Negli ultimi tre anni le Pmi italiane attive su Internet sono le sole ad essere cresciute (+1,2% il fatturato secondo una ricerca Bcg), mentre tutte le altre hanno inanellato segni meno. Sempre per le “attive”, l’export rappresenta il 14,7% del fatturato, contro il 4,1% delle imprese offline e il 7,7 di chi è online ma passivamente.
Una piccola “tirata d’orecchie” alle aziende arriva anche dal ministro Renato Brunetta, che presso l’evento in Assolombarda ha portato ad esempio quanto il Governo (almeno una sua parte) ha fatto e sta facendo per la digitalizzazione. Brunetta ricorda il progetto di digitalizzazione dei certificati di malattia condotto con l’Inps, con tutti i vantaggi che ha portato alle strutture pubbliche, ai cittadini e alle aziende, come la possibilità di conoscere le assenze in tempore reale. Ma perché allora, si chiede il ministro, molte aziende non hanno la Posta elettronica certificata (indispensabile per ricevere i certificati digitali dall’Inps), nonostante sia un obbligo di legge, nonostante sia gratuita?
Il 70% degli Italiani è online
Quasi il 70% degli italiani, il 69,7% per la precisione, dispone di un accesso a Internet, con un incremento del 7,9% su base annua.
Lo rivela l’ultimo rapporto Audiweb Trends sulla diffusione dell’online in Italia relativo al 2010, realizzato dopo 10mila interviste su un campione rappresentativo della nostra popolazione con età compresa tra gli 11 e i 74 anni.
Il dato del 70% corrisponde in termini assoluti a 33,4 milioni di italiani in questa fascia di età o, ancora, a 12,5 milioni di famiglie (il 59% del totale). All’interno del dato generale, si conferma un po’ più alta la percentuale di internauti maschile rispetto a quella femminile, con un 72% contro un 67,5%, mentre dal punto di vista territoriale si riscontrano concentrazioni simili nel Nord e nel Centro (circa 73%) mentre l’area Sud e Isole presenta una percentuale di popolazione connessa più contenuta (63,7%).
Analizzando il tipo di dispositivo con cui l’accesso si concretizza, si scopre che è in decollo quello effettuato da dispositivi mobili (+44,4% rispetto al 2009): 6,2 milioni di italiani (il 13% della popolazione di riferimento) dichiarano infatti di avere un cellulare con connessione a Internet.
Il mezzo più diffuso per collegarsi al Web resta però il Pc di casa, con un utilizzo che cresce del 14% e vale per 31,2 milioni di persone.
Cresce meno (+4,5%) l’uso del Pc da lavoro/ufficio, sfruttato comunque quasi dal 40% del campione intervistato.
Arretra, invece, con decisione sia l’accesso dai luoghi di studio come scuole e università (-16%) sia quello da altri luoghi pubblici come biblioteche e Internet point (-20%): fenomeno, questo, certamente collegato alla maggiore diffusione degli altri metodi di connessione.
Ma quanti italiani si collegano poi effettivamente a Internet? Ci dà un’idea della tendenza un altro set di dati Audiweb, una rilevazione effettuata su un certo nuemro di operatori e relativa al solo mese di dicembre: nell’ultimo mese dello scorso anno si sono connessi almeno una volta 25 milioni di italiani, il 12,5% in più rispetto allo stesso periodo del 2009. Nel cosiddetto “giorno medio” l’audience online ha raggiungo i 12 milioni di utenti attivi (+15,3%), che si sono collegati in media per uno’ora e mezza.
Online il 70% degli Italiani
Quasi il 70% degli italiani, il 69,7% per la precisione, dispone di un accesso a Internet, con un incremento del 7,9% su base annua. Lo rivela l’ultimo rapporto Audiweb Trends sulla diffusione dell’online in Italia relativo al 2010, realizzato dopo 10mila interviste su un campione rappresentativo della nostra popolazione con età compresa tra gli 11 e i 74 anni.
Il dato del 70% corrisponde in termini assoluti a 33,4 milioni di italiani in questa fascia di età o, ancora, a 12,5 milioni di famiglie (il 59% del totale). All’interno del dato generale, si conferma un po’ più alta la percentuale di internauti maschile rispetto a quella femminile, con un 72% contro un 67,5%, mentre dal punto di vista territoriale si riscontrano concentrazioni simili nel Nord e nel Centro (circa 73%) mentre l’area Sud e Isole presenta una percentuale di popolazione connessa più contenuta (63,7%).
Analizzando il tipo di dispositivo con cui l’accesso si concretizza, si scopre che è in decollo quello effettuato da dispositivi mobili (+44,4% rispetto al 2009): 6,2 milioni di italiani (il 13% della popolazione di riferimento) dichiarano infatti di avere un cellulare con connessione a Internet. Il mezzo più diffuso per collegarsi al Web resta però il Pc di casa, con un utilizzo che cresce del 14% e vale per 31,2 milioni di persone. Cresce meno (+4,5%) l’uso del Pc da lavoro/ufficio, sfruttato comunque quasi dal 40% del campione intervistato. Arretra, invece, con decisione sia l’accesso dai luoghi di studio come scuole e università (-16%) sia quello da altri luoghi pubblici come biblioteche e Internet point (-20%): fenomeno, questo, certamente collegato alla maggiore diffusione degli altri metodi di connessione.
Ma quanti italiani si collegano poi effettivamente a Internet? Ci dà un’idea della tendenza un altro set di dati Audiweb, una rilevazione effettuata su un certo nuemro di operatori e relativa al solo mese di dicembre: nell’ultimo mese dello scorso anno si sono connessi almeno una volta 25 milioni di italiani, il 12,5% in più rispetto allo stesso periodo del 2009. Nel cosiddetto “giorno medio” l’audience online ha raggiungo i 12 milioni di utenti attivi (+15,3%), che si sono collegati in media per uno’ora e mezza.
Quasi 25 milioni gli italiani online
I navigatori italiani sono quasi 25 milioni: 24,7 per la precisione, secondo i dati Audiweb relativi allo scorso novembre (per l’associazione di rilevazione un “internauta” è colui che in un mese si collega almeno una vota a Internet), con una crescita che rispetto al novembre 2009 resta ancora a doppia cifra (10,7%). Ciò significa che il 45% della popolazione dai 2 anni in su frequenta tutto sommato abitualmente il Web.
Cresce inoltre dell’11,3% l’audience nel “giorno medio” che registra 12,6 milioni di utenti attivi (erano 11,3 milioni gli utenti attivi nel mese di novembre 2009) che si collegano mediamente per 1 ora e 32 minuti al giorno, consultando 181 pagine a testa. Sempre nel giorno medio risultano online 7 milioni di uomini e 5,5 milioni di donne principalmente tra i 35 e i 54 anni. Questa fascia di età primeggia raccogliendo quasi 6 milioni di utenti (il 47,6% di quelli attivi). Anche i giovani tra i 25 e i 34 anni sono ben rappresentati online, con una media giornaliera di 2,6 milioni di utenti attivi (il 20,9%). Può stupire, invece, il fatto che il numero di utenti attivi nel giorno medio nella fascia di età 55-74 anni superi, e non di poco, quelli tra i 18 e 24: oltre 1,7 milioni contro meno di 1,3.
Audiweb conferma una particolare attività già a partire dalla fascia oraria tra le 9:00 e le 12:00 in cui risultano online in media 5,6 milioni di utenti. Dalle 12:00 alle 15:00 l’audience online sale a una media di 6,4 milioni di utenti con un dato abbastanza stabile fino alla fascia oraria tra le ore 21:00 e la mezzanotte in cui si registrano 5 milioni di utenti attivi.
La predominanza territoriale, quanto a numero dei navigatori, è del Nord-Ovest (3,9 milioni, il 31% degli utenti attivi nel giorno medio), seguito dall’area Sud e Isole (3,7 milioni, pari al 29,4%), dal Centro (2,1 milioni, pari al 17%), e dal Nord-Est (2 milioni, 16,2%).
Un futuro da 3 miliardi di euro per il Web advertising
Internet in Italia è un mondo che viaggia ancora a doppia cifra: per numero di utenti (+l’11,2% per 24 milioni secondo i dati Audiweb di settembre), per tempo speso in rete (21 ore settimanali), ma anche per business in termini di advertising (più di un miliardo di euro quest’anno, cifra che non include una parte di fatturato non monitorato) e per numero di aziende che concorrono a tale business (circa 3.300 stimate pe ril 2010, +27%). Anche non impostando particolari strategie, si potrebbe continuare a viaggiare sugli attuali ritmi di crescita del 15%, arrivando tra tre/quattro anni a sfiorare il miliardo e mezzo per il mercato del marketing online.
Ma c’è modo di fare molto di più. Il Web è “alive and kicking”, dice il vicepresidente di Iab Italia Salvatore Ippolito, e quel miliardo e mezzo può lievitare a tre miliardi agendo su alcuni fattori cruciali, endogeni ed esogeni al fenomeno Web. L’Osservatorio Iab Italia-Accenture, presentato oggi presso Iab Forum, cerca di fare il punto su questi fattori.
Una prima importante linea d’azione è quella, “atavica”, della carenza di linee a banda larga, ma subito dopo spunta una carenza culturale che suggerisce maggiore formazione e anche un doveroso cambiamento di mentalità: le competenze in materia digitale, se ci sono, sono ai livelli operativi, mentre è difficile trovare manager di livello con la necessaria cultura ed esperienza. “Ci vuole una maggiore diffusione di figure professionali con competenze adeguate – avverte Federico Rampolla, responsabile italiano di Accenture Interactive -. Serve una formazione che non sia solo tecnica ma anche di marketing. E inoltre bisogna condividere i successi”. Deve imporsi, secondo Rampolla, la figura del chief multimedia officer, in sostituzione al tradizionale chief marketing officer.
Sul Web devono cambiare i modelli di vendita, perché quelli tradizionali qui non funzionano. Per cominciare servono metriche di misurazione dei risultati standard e condivisibili, magari anche tra offline (i canali tradizionali) e online, e metodi più affinati di profilazione degli utenti, anche questi non standardizzati né tantomeno condivisi. Qui, però, deve essere superato almeno in parte lo scoglio della privacy. Certo sarebbe più facile, per chi vende spazi su Internet, poter contare su una maggiore standardizzazione dei formati esistenti: il problema è segnalato dal 73% del campione monitorato dall’Osservatorio come un vero e proprio freno alla crescita. E allora il primo passo da compiere – e lo sforzo di Iab- Accenture andrà anche in questo senso – è fare chiarezza in un universo ormai talmente diversificato che parlare di banner non ha quasi più senso. Infatti l’utilizzo del banner tradizionale è in contrazione, mentre si spalancano le porte per le sue varie evoluzioni, con il video advertising destinato in futuro a sbancare.
La pubblicità su sky.it passa nelle mani di WebSystem
Sky Italia e Gruppo 24 ORE hanno raggiunto un accordo per la raccolta pubblicitaria della testata giornalistica on line sky.it. WebSystem – la divisione digital della concessionaria di pubblicità del Gruppo 24 ORE specializzata nel settore dell’informazione – subentrerà a partire dal 1 gennaio 2011 a Sky Pubblicità, sempre più concentrata sullo sviluppo di nuove iniziative sul mercato della tv e dei new media, gestendo in esclusiva tutti gli spazi pubblicitari del sito: tabellari, extrabellari, preroll, progetti ed iniziative speciali e sponsorizzazioni.
Grazie a questa intesa, sky.it potrà avvalersi di una delle più importanti concessionarie digitali presenti sul mercato per valorizzare i contenuti della propria testata giornalistica on line e WebSystem aggiungerà un nuovo editore al proprio portafoglio di clienti nel campo dell’informazione che già include, oltre ai siti del Sole 24 Ore, di Libero, del Foglio e del Riformista, quelli della syndication ItaliaNews.it (con le testate online Quotidiano.net, Resto del Carlino, Nazione, Giorno, Secolo XIX, Tempo, Unione Sarda, Quotidiano della Calabria e Quotidiano della Basilicata), e di numerosi ulteriori siti verticali come Meteo.it e Rockol.it
Il sito Sky.it è tra quelli che, negli ultimi mesi, ha ottenuto le migliori performance del mercato. Nel mese di settembre gli utenti unici che lo hanno visitato, censiti da Audiweb, sono stati 3,5 milioni, in crescita del 30% rispetto a gennaio 2010, e le pagine viste 112 milioni, oltre 50 milioni di pagine in più rispetto a gennaio.
Luca Paglicci, Direttore Generale di WebSystem, ha commentato: “Siamo lieti di poter supportare sky.it in questa tappa del proprio percorso di crescita, che mira a rafforzare la posizione del sito nel campo dell’informazione. Per questo è motivo di grande soddisfazione per la nostra concessionaria aver chiuso questo accordo con Sky Italia. L’ingresso nel nostro network di un player internazionale così importante ed autorevole è motivo di grande soddisfazione, e si sposa alla perfezione con la filosofia di WebSystem che consiste nell’offrire al mercato siti con contenuti editoriali esclusivi e di qualità, con un forte radicamento presso la propria utenza, un alto target e soluzioni di comunicazione in linea con l’evoluzione di Internet”.
Andrea Scrosati, Vice President Programming & Promotions di Sky Italia ha affermato: “Sky.it ha compiuto un’importante evoluzione editoriale e oggi il nostro obiettivo è rafforzare la nostra posizione nel mondo dell’informazione. Per questo abbiamo scelto il partner più specializzato nel settore delle news e tra i più accreditati nel mondo digitale. Siamo quindi molto lieti di poter contare sulla partnership con uno dei gruppi editoriali più importanti in Italia e grazie all’attività di WebSystem, Sky.it sarà ancora più appetibile per tutti gli inserzionisti che vogliono veicolare il proprio messaggio ad un pubblico qualificato ed eterogeneo”.
Nasce La Vita Nòva, primo magazine digitale per iPad
Esplorare le nuove frontiere dell’informazione. Questo l’invito che Il Sole 24 ORE rivolge a lettori e navigatori a partire dal 21 ottobre, vero e proprio D-day in Italia del magazine digitale: nasce “La Vita Nòva“, un’applicazione progettata e disegnata appositamente per l’iPad come racconto multimediale sulle frontiere della scienza, dell’innovazione e della tecnologia.
“La Vita Nòva” sperimenta quindi le potenzialità di un medium nuovo e promettente come l’iPad, per seguire le notizie e le interpretazioni sul complesso mondo dell’innovazione. Scaricabile gratuitamente dall’App store, il negozio online di Apple, l’i-magazine propone infatti un’inedita e suggestiva esperienza di lettura – emozionante e interattiva – con parole che generano immagini, video, giochi e test interattivi, e con una molteplicità di punti d’accesso ai servizi e alle informazioni.
La rivista, realizzata dalla redazione del settimanale di ricerca innovazione creatività “Nòva24-Il Sole 24 ORE”, si sfoglia muovendo le immagini nelle direzioni destra-sinistra, e si legge scorrendo il testo degli articoli dall’alto al basso. Tutti gli articoli sono impaginati sia in senso orizzontale che verticale, per consentire la lettura a seconda della modalità di orientamento dell’iPad. Nella lettura verticale è inoltre disponibile la funzione ZOOM, che permette di ingrandire i testi degli articoli. Tra le funzionalità degli articoli, anche i LINK e il RELOAD: toccando le parole azzurre contenute nei testi degli articoli è possibile aprire il collegamento web corrispondente, mentre l’icona reload segnala che un articolo, già pubblicato su Nòva24, viene riproposto con l’aggiunta di nuovi contenuti multimediali.
La barra dei contenuti extra, che appare nella copertina di ogni articolo, permette di accedere direttamente ai contenuti multimediali che arricchiscono il servizio: gallery fotografiche, video, flip image, con immagini che svelano altre immagini con un solo tocco, box interattivi, con contenuti che si sfogliano rimanendo all’interno della pagina in cui sono inseriti, e infografiche interattive, ovvero illustrazioni con testi che cambiano in base all’area che viene toccata. Da qui è possibile anche visualizzare gli aggiornamenti inviati dalla redazione dopo l’uscita della rivista.
La navigazione del magazine è aiutata da un indice a scorrimento richiamabile da qualsiasi pagina e da qualsiasi punto. Toccando due volte lo schermo, è infatti possibile far apparire in qualsiasi momento la barra di navigazione – NavBar -, che permette un accesso veloce alle aree “Indice Visuale”, una mappa visuale dell’intero numero composta da immagini e testi sensibili che rimandano ai rispettivi servizi e che si naviga trascinando le immagini in quattro direzioni senza soluzione di continuità; “Sommario”, che visualizza le miniature dei servizi di ogni sezione a cui si può accedere direttamente con un tocco, “Feed Rss”, l’area della rivista aggiornata in tempo reale grazie alle notizie provenienti dal blog di Nòva24 e dalla sezione “tecnologie” del sito http://www.ilsole24ore.com/; e alle funzionalità “Commenti”, per commentare e condividere gli articoli via mail, su Twitter e su Facebook, e “Preferiti”, per selezionare gli articoli che reputa più interessanti e archiviarli.
All’interno dell’i-magazine i lettori troveranno storie, visioni, novità e idee che nascono dalla grande energia dei pionieri dei settori di frontiera, quelli che stanno cambiando il mondo: dall’elettronica alla biologia, dall’energia alla salvaguardia dell’ambiente, dall’internet al design, dal software ai videogiochi. E soprattutto potranno provare e commentare le nuove forme della lettura che un mezzo come il tablet consente di sperimentare, condividendo in rete le loro reazioni e impressioni. Troveranno anche mappe interattive, grafici animati, filmati e persino un articolo-cruciverba. Non mancheranno consigli e suggerimenti per usare al meglio la tecnologia.
Tutti i giorni Internet regala 40 euro a ogni famiglia
Quanto potrebbero valere – se fatti pagare – i servizi web che quotidianamente milioni di utenti utilizzano gratis? Ben 100 miliardi di euro. I calcoli sono di McKinsey & Company, che ha valutato il potenziale, monetizzandolo, di e-mail, instant messaging, mappe, social network, giochi, musica, motori di ricerca e siti di comparazione prezzi. Si tratta di funzionalità di cui tutti gli internauti europei fruiscono senza sborsare un centesimo (senza contare, ovviamente, l’abbonamento per la connessione Internet): a finanziarle, infatti, ci pensano gli introiti generati tramite l’advertising online.
Lo studio che contiene questi dati, commissionato da Iab Europe, ha esaminato il cosiddetto “consumer surplus”, cioè il valore economico dei servizi web gratuiti, al netto dei costi legati al servizio, relativamente a Uk, Francia, Spagna, Italia e Usa ed è pertanto rappresentativo di una buona fetta dei mercati più maturi. I 100 miliardi di “consumer surplus” previsti per il 2010 corrispondono a circa 40 euro per ogni utenza domestica. Una cifra più o meno simile a quanto viene speso annualmente per l’abbonamento a Internet (120 miliardi di euro). L’analisi prevede inoltre una crescita del fenomeno “consumer surplus” pari al 13% ogni anno, che porterebbe il suo valore a 190 miliardi di euro nel 2015.
Ed ecco come, secondo McKinsey & Company, la pubblicità online finanzierebbe i servizi web: per ogni euro speso in advertising dalle aziende, gli utenti riceverebbero l’equivalente di 3 euro in servizi erogati. L’online advertising rappresenta il il 17,65% della spesa totale in media advertising nei sei paesi Iab Europe oggetto della ricerca.
Lo studio mette quindi a confronto il “consumer surplus” con il “producer surplus” (ovvero il profitto effettivo ottenuto dal provider del servizio). Il valore di quest’ultimo è stimato attorno ai 20 miliardi di euro, ciò significa che i consumatori beneficiano della gran parte – circa l’85% – del surplus generato dai servizi web.
Quale può essere la soluzione per i provider? La risposta più ovvia è quella di limitare i servizi gratuiti, ma McKinsey avverte: il rapporto tra servizi gratuiti e servizi a pagamento è in equilibrio e una crescita degli utenti disposti a pagare si avrebbe unicamente con un abbassamento dei prezzi. Inoltre, limitando i servizi gratuiti si stima che circa il 40% degli utenti sceglierebbe di ridurre fortemente l’utilizzo di internet, causando un effetto boomerang.
La direzione giusta, secondo Iab Europe, è invece un più efficace sfruttamento del potenziale dell’advertising online per generare valore. “L’advertising online è una grande risorsa per il web e per tutti gli utenti del mondo, che proprio grazie agli introiti che derivano dalla pubblicità possono usufruire di contenuti e servizi completamente gratuiti – pensa Roberto Binaghi, Presidente di Iab Italia -.Credo che il ruolo centrale dell’advertising online, anche nel nostro Paese, dovrà essere qualcosa di cui tenere conto nelle sedi di dibattito istituzionale”.
Vale 100 miliardi di euro il Web gratis
Quanto potrebbero valere – se fatti pagare – i servizi web che quotidianamente milioni di utenti utilizzano gratis? Ben 100 miliardi di euro. I calcoli sono di McKinsey & Company, che ha valutato il potenziale, monetizandolo, di e-mail, instant messaging, mappe, social network, giochi, musica, motori di ricerca e siti di comparazione prezzi. Si tratta di funzionalità di cui tutti gli internauti europei fruiscono senza sborsare un centesimo (senza contare, ovviamente, l’abbonamento per la connessione Internet): a finanziarle, infatti, ci pensano gli introiti generati tramite l’advertising online.
Lo studio che contiene questi dati, commissionato da Iab Europe, ha esaminato il cosiddetto “consumer surplus”, cioè il valore economico dei servizi web gratuiti, al netto dei costi legati al servizio, relativamente a Uk, Francia, Spagna, Italia e Usa ed è pertanto rappresentativo di una buona fetta dei mercati più maturi. I 100 miliardi di “consumer surplus” previsti per il 2010 corrispondono a circa 40 euro per ogni utenza domestica. Una cifra più o meno simile a quanto viene speso annualmente per l’abbonamento a Internet (120 miliardi di euro). L’analisi prevede inoltre una crescita del fenomeno “consumer surplus” pari al 13% ogni anno, che porterebbe il suo valore a 190 miliardi di euro nel 2015.
Ed ecco come, secondo McKinsey & Company, la pubblicità online finanzierebbe i servizi web: per ogni euro speso in advertising dalle aziende, gli utenti riceverebbero l’equivalente di 3 euro in servizi erogati. L’online advertising rappresenta il il 17,65% della spesa totale in media advertising nei sei paesi Iab Europe oggetto della ricerca.
Lo studio mette quindi a confronto il “consumer surplus” con il “producer surplus” (ovvero il profitto effettivo ottenuto dal provider del servizio). Il valore di quest’ultimo è stimato attorno ai 20 miliardi di euro, ciò significa che i consumatori beneficiano della gran parte – circa l’85% – del surplus generato dai servizi web.
Quale può essere la soluzione per i provider? La risposta più ovvia è quella di limitare i servizi gratuiti, ma McKinsey avverte: il rapporto tra servizi gratuiti e servizi a pagamento è in equilibrio e una crescita degli utenti disposti a pagare si avrebbe unicamente con un abbassamento dei prezzi. Inoltre, limitando i servizi gratuiti si stima che circa il 40% degli utenti sceglierebbe di ridurre fortemente l’utilizzo di internet, causando un effetto boomerang.
La direzione giusta, secondo Iab Europe, è invece un più efficace sfruttamento del potenziale dell’advertising online per generare valore. “L’advertising online è una grande risorsa per il web e per tutti gli utenti del mondo, che proprio grazie agli introiti che derivano dalla pubblicità possono usufruire di contenuti e servizi completamente gratuiti – pensa Roberto Binaghi, Presidente di Iab Italia -.Credo che il ruolo centrale dell’advertising online, anche nel nostro Paese, dovrà essere qualcosa di cui tenere conto nelle sedi di dibattito istituzionale”.
Navigatori italiani sempre più in mobilità
È presto per stimare se l’iPad sarà o no una rivoluzione come il Blackberry e l’iPhone per i cellulari. Un dato però è certo: l’importanza della navigazione in mobilità sta crescendo rapidamente. Tanto da sollecitare l’interesse di molti editori, ormai convinti che i mezzi di comunicazione tradizionali, carta stampata in primis, siano destinati a perdere terreno a vantaggio di quelli digitali. L’ultimo rapporto dell’Osservatorio mobile content & internet (School of management del Politecnico di Milano), mostra con chiarezza questa tendenza. Il mercato italiano dei media (stampa, radio, televisione, internet) ha visto calare i suoi ricavi del 9% nel 2009 rispetto al 2008, scendendo sotto i 17 miliardi di euro. Per i supporti classici la batosta è addirittura del -16% con oltre due miliardi persi da un anno all’altro. Quelli digitali, invece, hanno segnato una crescita del 13% con ricavi aggiuntivi pari a circa 500 milioni di euro in confronto al 2008.
Come si sviluppa il web sui cellulari
Il mercato dei servizi per la telefonia cellulare ha perso quasi il 3% nel 2009 (-4,4% per la voce, +1,7% per i dati), tuttavia si registra un netto incremento delle connessioni in mobilità su notebook e netbook (+26% grazie soprattutto alle chiavette internet) e sui cellulari (+17%). I ricavi del “mobile internet” sui telefonini hanno sfiorato i 400 milioni di euro con oltre dieci milioni di utenti unici al mese, quando erano sei milioni all’inizio del 2009. Diversi fattori stanno contribuendo a questi risultati, in particolare la diffusione sempre più capillare degli smartphone con piani tariffari tutto compreso e gli accordi tra operatori telefonici e società del web. Le imprese di telecomunicazione investono sulla banda larga conquistando un numero crescente di clienti grazie alle tariffe flat, i cui proventi si sono impennati del 68% nel 2009. Le connessioni in mobilità valgono ormai il 30% dei ricavi complessivi mentre i servizi più tradizionali (sms, mms) sono destinati a ridurre progressivamente la loro quota, anche se garantiscono ancora la metà (53%) del business totale.
Perdono i contenuti a pagamento
Non è tutto oro quello che luccica. Il mercato dei contenuti a pagamento per i cellulari, come video, loghi e suonerie, è calato del 20% dal 2008 al 2009, passando da 744 a 596 milioni di euro. I ricavi della pubblicità sui telefonini (mobile advertising) si sono invece ridotti del 2% rimanendo intorno ai 32 milioni. Così gli operatori di telefonia cellulare hanno bruciato complessivamente oltre cento milioni di euro lo scorso anno rispetto al 2008 (-8%), nonostante il buon andamento del mobile internet. Si ripropone l’interrogativo più pressante per i fornitori di contenuti: quali servizi sono disposti a pagare gli utenti? Qual è il modello da seguire per sviluppare internet in mobilità? Per il momento, bisogna guardare al mobile internet e all’offerta sempre più ricca di applicazioni (il modello lanciato da Apple), come a un laboratorio dove sperimentare nuovi servizi e tecnologie, una palestra per allenarsi al futuro dei media.
Verso nuovi modelli di business
I media digitali (internet, televisione satellitare e Dtt, cellulari) hanno assorbito quasi il 30% dei ricavi complessivi dei mezzi di comunicazione nel 2009, considerando la pubblicità e i contenuti a pagamento; i servizi della telefonia cellulare contano soltanto il 6% di questa torta. Però è proprio da questa fettina che tutti pensano di poter ricavare guadagni crescenti, sfruttando i suoi nascenti modelli di business. È una partita complessa e con molti dubbi: difficile pronosticare quanti e quali saranno i sistemi operativi vincenti, quante e quali saranno le piattaforme che venderanno applicazioni, imitando Apple. Il punto cruciale sarà introdurre contenuti di qualità, pensati esclusivamente per la navigazione internet sui cellulari. Ci sono le prime prove in questa direzione, come il modello “freemium” già adottato da Rcs: un mix di contenuti gratis e non, con diversi livelli di approfondimento (notizie ad accesso libero, articoli più lunghi e servizi solo per gli abbonati). Il problema è che poi gli utenti si limitano spesso a leggere le pagine gratuite perché non vogliono aprire i portafogli; aumentano gli utenti unici ma non le pagine viste. Internet è ancora il luogo del “free” per eccellenza, anche in versione mobile.
Resta negativo il saldo delle imprese in Italia
Nei primi quattro mesi del 2010 i venti della crisi hanno soffiato ancora molto sul sistema imprenditoriale italiano. Secondo i dati dei Registro Imprese elaborati dall’Ufficio Studi della Camera di commercio di Monza e Brianza, tra gennaio e aprile in Italia hanno cessato l’attività 177.556 imprese su un totale di oltre 5 milioni e 263mila, con un saldo annuale tra nuove iscritte e cessate negativo di 14.318 referenze. In diminuzione dello 0,4% il numero di imprese attive nel confronto anno su anno.
Le cessazioni hanno colpito in modo particolare il settore dell’industria dove il peso delle imprese cessate sulle attive è pari a 3,65%, seguito dai servizi (3,28%) e dall’agricoltura (3,24%). Il settore delle costruzioni è quello che registra la maggiore fetta percentuale di cessazioni, che sfiora il 4%.
L’andamento territoriale
La Sardegna esce particolarmente male da questo primo scorcio d’anno, con una percentuale di imprese cessate sulle attive pari al 4,63%, seguita da Abruzzo, Valle d’Aosta, Puglia e Toscana (3,64%). Si comporta meglio la Lombardia, che con una percentuale del 3,14% si colloca sopra il dato nazionale che è pari a 3,37%: nella regione il numero di imprese cessate tra gennaio e aprile è pari a 25.847 su un totale di imprese attive superiore a 824.000. Anche Trentino Alto Adige e Molise registrano un tasso di “sopravvivenza” delle imprese migliore rispetto alla media nazionale. In Lombardia, tra l’altro, è incoraggiante anche il saldo tra imprese nuove iscritte e cessate, che risulta positivo di 1.140 unità. Questo dato è supportato anche dal rallentamento della diminuzione del giro d’affari (9% quest’anno contro il 20% del 2009) e miglioramento delle aspettative di ripresa degli imprenditori riscontrato dall’indagine “Economia e imprese” realizzata dallo stesso Ufficio Studi.
Il timido segnale lombardo dovrebbe far riflettere sugli stimoli di cui il Paese ha bisogno per ridare linfa alla propria economia. Secondo Carlo Edoardo Valli, presidente della Camera di Commercio di Monza e Brianza “L’Italia è e deve rimanere un Paese a vocazione manifatturiera, e ciò vale in particolar modo per la Lombardia e la Brianza, perché l’industria ha un ruolo centrale e determinante nel creare occupazione e generare innovazione”.
Google Docs, a rischio i documenti condivisi
Google Docs, il servizio online messo a disposizione dal colosso di Mountain View che permette di creare documenti, fogli elettronici e presentazioni, consente di condividere i propri documenti con chiunque si desideri. Si tratta di un’interessante possibilità che dà modo di mettere a fattor comune il proprio lavoro, ad esempio, con collaboratori che operano da qualunque angolo del pianeta.
Secondo quanto evidenziato da alcune fonti d’Oltreoceano (“Wired” in primis), l’interfaccia di Google Docs dovrebbe essere ulteriormente ottimizzata. di una lacuna di sicurezza che potrebbe permettere a terzi di visualizzare e modificare i documenti personali dell’utente.
Dopo aver effettuato l’accesso a Google Docs, cliccando sul pulsante “Condividi“, l’applicazione web consente di impostare un elenco di utenti autorizzati a visionare e modificare il contenuto dei propri documenti. Attivando le caselle Consenti agli utenti di visualizzare senza eseguire l’accesso e Consenti agli utenti di apportare modifiche senza eseguire l’accesso, non viene chiaramente indicato come l’opzione si riferisca a qualunque utente.
Ciò significa che, a seconda dell’impostazione, qualunque persona – anche se non in possesso di un account Google – può visionare od addirittura modificare uno o più documenti personali dell’utente semplicemente conoscendo l’URL che ne consente l’accesso.
Il suggerimento è quello di optare per la voce Richiedi sempre l’accesso.
Dell rinnova la gamma di notebook professionali
Arriva a metà agosto un aggiornamento sostanziale dei computar portatili destinati all’utenza professionale targati Dell.
Protagonista del lancio è un’intera uova nuova serie Latitude, che spazia dalla tipologia ultra-portatile (con il prodotto più leggero in assoluto del catalogo Dell) fino ai modelli super equipaggiati. Nonostante il target sia business, la gamma punta evidentemente anche sul design con una disponibilità di ben cinque colori, per la prima volta introdotti nella linea Latitude: a seconda dei modelli, la varietà cromatica comprende il look metallo spazzolato, il blue regatta, il rosso regale, il rosa quarzo e il nero.
Sette sono i nuovi nottebook. Partendo dal basso in ordine di portabilità troviamo il Dell Latitude E4200, un laptop da 12,1 pollici il cui modello più leggero pesa solamente 1 Kg. Tra quelche settimana arriverà anche l’E4300, con schermo da 13,3 pollici e più performante del precedente ma che comunque manterrà il peso attorno al chilogrammo e mezzo (1,54 Kg).
I modelli Latitude E6400 ed E6500, questi già disponibili, portano il display rispettivamente a 14,1 e 15,4” e si classificano nella categoria cosiddetta del “destkop replacement” ad alte prestazioni. Per il primo Dell dichiara una durata delle batterie che può arrivare a 19 ore.
Dotati di caratteristiche adatte all’operatività quotidiana ma con un occhio attento al prezzo sono invece i nuovi E5400 ed E5500 con schermi da 14,1 e 15,4 pollici definiti “essenziali” dal produttore e prezzati, sui listini Usa, 619 dollari.
La carrellata prosegue con il modello E6400 ATG da 14,1 pollici, costruito e testato per rispondere ai requisiti degli standard militari 810F in quanto a resistenza a polvere, vibrazioni e umidità. Anche questo portatile sarà disponibile nelle prossime settimane.
Insieme con alcune tecnologie come il Dell Control Point per la gestione centralizzata di connettività e sicurezza, con i nuovi Latitude (in particolare con gli E4200 ed E4300) farà il proprio debutto nei prossimi mesi il Dell Latitude On. Si tratta di un sistema che consente l’accesso pressoché immediato ad e-mail, Web, calendario e contatti senza bisogno di lanciare il sistema operativo principale.
Oltre ai nuovi Latitude, Dell ha rinnovato anche la propria gamma di workstation Precision introducendo le M4400 e M2400, modelli con equipaggiamento particolarmente potente (la prima offre fino a 8 Gb di Ram) destinati ad applicazioni di ricerca, engineering e multimedia.
La nuova gestione del dato targata Ibm
Il posizionamento che Ibm attribuisce al database, nell’insieme di piattaforme software di background, è chiarito dalle parole di Enrico Durango, direttore, Information Management Software Group, Ibm Italia: «Tra qualche anno non si acquisteranno più il database, il software per il content management e via dicendo, ma uno strato middleware deputato a svolgere determinati compiti». Durango si è spinto anche più in là prevedendo un mercato che cambia spinto dal consolidamento dei vendor (saranno in tutto meno di 5, anche se già ora, di fatto, si tratta di un gioco a tre, tra Ibm, Oracle e Microsoft).
Il database, dunque, cambia pelle, almeno formalmente, per diventare uno degli elementi indispensabili dell’”era del middleware”, come il manager ha etichettato lo scorcio temporale dell’It appena avviato. Ed è coerentemente con questa visione che Ibm ha avviato un cambiamento di brand, da circa un anno, teso a sostituire la denominazione Db2 con quella più evocativa di “information management”, area dentro la quale convergono anche i prodotti di gestione dei contenuti non strutturati (compresi quelli appena ereditati da FileNet, per i quali sembra ancora tutto da decidere) e che sta per beneficiare dell’ingresso di Ibm Information Server (in sintesi, una piattaforma di integrazione dati universale per l’accesso, la pulizia, la trasformazione e la fruizione di informazioni eterogenee), frutto di un’altra integrazione di “peso”, quella di Ascential.
Il volto nuovo della gestione del dato strutturato di Ibm è incarnato da Db2 9, presentato ufficialmente quest’estate e dunque all’inizio del proprio cammino. A distanza esatta di 40 anni dalla nascita del primo database gerarchico, e passando per la lunga epoca di quello relazionale (dai primi anni 70 ad oggi), la nuova piattaforma rappresenta, secondo il produttore, la prima multi-struttura, in grado di gestire in modo nativo oltre ai dati relazionali anche quelli Xml, soggetti del resto a una vera e propria esplosione (si pensi all’ammontare delle transazioni Internet).
«In realtà – ha precisato Durango – i database attuali sono già in grado di memorizzare dati Xml, ma di tratta di soluzioni inefficienti, che si pagano in costi di hardware aggiuntivi per poter velocizzare operazioni che, altrimenti, durano ore». Forzare la struttura Xml, che è gerarchica, nel modello relazionale, significa infatti doverla decomporre e quindi, perdere informazioni. Ciò fa sì, per esempio, che operare nuovamente sui documenti originali comporti serie difficoltà.
Per ovviare a questo problema di base, Db2 9 si basa su un nuovo modello ibrido, “frutto di 750 persone per 7 anni di lavoro”, come ci tiene a sottolineare il manager, che mantiene le peculiarità di classificazione dei due mondi (Sql e Xml) offrendo un’unica piattaforma di fruizione per applicazioni e sviluppatori. Db2 9 offre anche una tecnologia di compressione dei dati (sia relazionali che Xml) in grado di far utilizzare circa la metà di spazio storage, mentre serba un occhio di riguardo alla sicurezza (con autenticazione Ldap), con l’intenzione di ridurre il rischio di accessi non autorizzati.
Da sottolineare l’ottimizzazione spinta tra Bb2 9 e le applicazioni Sap. «Di fatto – ha commentato Durango – l’accoppiata Db2 più Sap si comporta come un unicum. L’insieme deve dare le migliori prestazioni possibili, i minori costi possibili e la minima attività di amministrazione». Un esempio di ciò è l’installazione “silente”, nel senso che implementando Sap si installa automaticamente il database, o il sistema di debugging unificato.
La partnership è strategica per entrambi gli interlocutori e ha come obiettivo principale il contrasto di Oracle. «Tra Sap e Ibm è in atto un’alleanza molto importante – ha precisato Durango -. La società tedesca non ha un database e deve vincere la battaglia dell’applicativo nei confronti del competitor». L’accordo proseguirà secondo una roadmap già stabilita fino al 2008.
L’offerta Db2 9 si articola nella versione Workgroup, Enterprise (con supporto di sistemi a 32 e a 64 bit) e specifica per z/Os. A queste si aggiunge la Express-C, una release gratuita scaricabile dal Web. «Rispetto ad altri prodotti free – ha chiuso Durango – il nostro è quello con le minori limitazioni. È utile per gli sviluppatori che, ad investimento zero, possono creare applicazioni utilizzando la stessa piattaforma dei loro clienti». La versione Db2 9 Express-C è aggiornabile ed è possibile acquistare il solo supporto.
Ibm si attende che la diffusione del nuovo ambiente sia trainata non tanto dalla sostituzione (del resto, è impensabile che si buttino via investimenti più che decennali su altre tecnologie di gestione del dato) , ma dall’affiancamento a database “altri”, specie se la realtà in questione non può rimandare il problema di gestire dati Xml in rapida crescita.
L’It management «medio» di Staff&Line
Staff&Line è un gruppo nato in Francia 18 anni fa focalizzato sulle soluzioni di It management. Vanta circa 3.000 clienti, tra Europa e Stati Uniti, e ha deciso in tempi recenti una via di espansione in Europa basata sulle acquisizioni: quella di Sight International (specialista in soluzioni per l’inventario degli beni e nella riconciliazione contabile) ha determinato, in particolare, la recente nascita di Staff &Line Italia, realtà che conta su 10 persone operanti nella sede milanese.
It management per Staff&Line significa essenzialmente asset management, ma con alcuni fattori distintivi. «Si parla di gestione dell’intero ciclo dei beni, a partire dalla rilevazione fisica, con controllo delle licenze ed help desk, secondo le prassi stabilite da Itil» ha spiegato Michele Tajè, consulente prevendita e responsabile tecnico della società per l’Italia. Fin qui, forse, nulla di nuovo rispetto alla concorrenza.
Ma Tajè prosegue: «Il nostro prodotto (EasyVista, ndr) è in grado di occuparsi di qualsiasi tipo di bene, dalle scrivanie alle sedie. In sostanza, si abilita l’unione tra cespite fisico e contabile, operazione di riconciliazione che rappresenta sempre un problema». Un’altra peculiarità della soluzione è rappresentata dal target principale, che consiste in realtà medie, con un numero di sistemi compreso tra 250 e 5.000.
EasyVista promette poi facilità di utilizzo e di integrazione, è un prodotto full Web, localizzato e supportato in tutti i paesi europei, ed è strutturato come un unicum: basta aggiornare la licenza per attivare le varie porzioni funzionali. La prima riguarda l’inventario, cioè l’acquisizione dei dati sugli asset con il discovery automatico, con la rilevazione dell’utilizzo dei componenti hardware e software per valutare eventuali sprechi. «Si tratta di una soluzione clientless, in cui viene gestito tutto dal server. Inoltre, c’è la storicizzazione del dato, cioè il confronto temporale tra diverse configurazioni presenti sui client». Ci sono anche un discovery specifico per il protocollo Snmp (per i dispositivi di rete) e uno specifico per Citrix, che verifica l’uso licenze software con accesso remoto.
La seconda porzione funzionale fa perno su tutti questi dati per effettuare l’asset management vero e proprio: gestione del licensing, dei contratti, dei budget. Qui vengono collegate la linea fisica e quella contabile, permettendo di ripartire il Tco sui singoli centri di costo.
Infine, c’è l’It service management, ovvero, sostanzialmente, l’help desk. «Il criterio fondamentale è che l’utente deve essere al centro del processo – ha precisato Tajè -. Un portale Web consente di inserire i propri incidenti, monitorare lo stato della chiamata, accedere a un database di risoluzione dei problemi». L’ottica, è evidente, è quella di massimizzare l’utilizzo self service. Il back office si occupa di gestire le chiamate, che possono essere liquidate a un primo livello, per esempio mediante hot line, oppure necessitare di un livello di supporto ulteriore. Il workflow di processo, precisa Tajè, è totalmente personalizzabile in base al tipo di incidente. Interessante è la possibilità per l’utente di esprimere un giudizio sulla qualità e velocità dell’intervento: «Si tratta di una caratteristica utile nel campo dell’outsourcing – ha osservato il manager – che, del resto, è nostro target principale, insieme a banche ed enti pubblici».
EasyVista offre due modalità di fruizione: una on site, su server con database Sql o Oracle, l’altra in hosting gestito da British Telecom. In questo caso i tempi di rilascio sono più brevi e l’utente non deve occuparsi di gestire la struttura dati. Staff&Line conta molto sul posizionamento della proposta anche in termini di prezzo: per circa 1.000 utenti, ha assicurato Tajè, per la versione on site si spendono più o meno 30.000 euro.
Da Hp arriva lo storage “in loco” per i blade
È dedicato espressamente alle aziende dello small e medium business che non dispongono di una San il nuovo sistema storage blade annunciato da Hp, costruito per inserirsi negli chassis dei BladeSystems c-Class, e per fornire, dunque, capacità di archiviazione aggiuntiva per i server blade.
Il dispositivo si chiama StorageWorks Sb40c, sarà disponibile da metà novembre a un prezzo base di 1.599 dollari ed è considerato adatto in tutti gli ambienti dove c’è necessità di racchiudere la dotazione server e storage in un unico armadio. Le applicazioni tipiche includono i piccoli database, file e print server, messaging e video streaming.
Si tratta, come specifica il produttore, di un dispositivo Das (Direct attached storage) esattamente come gli array esterni StorageWorks Msa30 o Msa50, ma, a differenza di questi, l’Sb40c sfrutta l’alimentazione e il sistema di raffreddamento dell’armadio c-Class.
Può contenere fino a sei dischi da 2,5” di tipo Sas (Serial attached Scsi), Sata (Serial Ata) o Scsi, per un massimo di 876 Gb di capacità.
Da sottolineare che, attualmente, tale spazio di archiviazione può essere utilizzato da un solo blade contenuto nello chassis. Nel 2007 pero Hp dovrebbe rilasciare uno modello che potrà essere condiviso tra le varie “lame”.
Ibm e Pmi, questione di integrazione
ll rapporto tra Ibm e le Pmi, vecchio di più di due decenni, poggia su un combinato di soluzioni infrastrutturali, applicazioni e supporto. « Entro il 2008 solo il 28% degli investimenti sarà guidato dai prodotti. Le aziende, soprattutto della fascia media, cercano il giusto mix di infra-strutture, software e servizi, senza curarsi dei dettagli costititutivi – ha spiegato Paolo Degl’Innocenti, vice president Small and Medium Business, Ibm Italia -. Questo significa, per un fornitore, dover approntare un’offerta di insieme, tesa a risolvere una o più problemati-che».
A questo appello Big Blue risponde con il consueto approccio “totalizzante”, rivitalizzando l’offerta esistente e creandone di nuova. La gamma di server System i, per esempio, (tipico caso di infrastruttura integrata in soluzioni) si sta via via arricchendo funzionalmente. Un e-sempio è la new entry System i Ip Telephony, una soluzione che integra voce e dati utilizzan-do microtelefoni e gateway di 3Com. Nuove sono anche le configurazioni ottimizzate per Sap destinate a imprese sotto i 100 utenti.
«La piattaforma System i presso le Pmi è pervasiva – ha affermato il manager – . Sul nostro mercato sta registrando un tasso di crescita in volmi del 15%. All’interno di questo segmento, poi, la fascia Expresss, cioè quella di ingresso, cresce del 18%. Cio significa che non c’è un taglio minimo al di sotto del quale la gamma non è conve-niente».
Nel traffemtpo, i System x (i server su architettura Intel) in versione Express Seller, specifica per realtà piccole, stanno crescendo a ritmi del 40%. E lo storage si comporta ancora meglio: «Qui la politica aggressiva di annunci ci ha facilitato – ha precisato il manager -, ma il raddop-pio di fatturato indica che le Pmi stanno iniziando a guardare a soluzioni di storage esterno come elemento importante, sia nel mondo open sia nell’installato As/400».
Ma è in quelle che Big Blue definisce business solution, ovvero le applicazioni gestionali e i servizi che vi ruotano intorno, che sta il cuore dell’offerta per le piccole e medie imprese. «La consulenza sulla media azienda – ha osservato Degl’Innocenti – è aumentata del 30% e l’approccio Component Business Model è stato una chiave di volta». Si tratta di una pacchetiz-zazione che prevede costi e tempi limitati, consentendo di ottenere nell’arco di 2/4 settimane feedbak sugli interventi da effettuare.
È proseguita nel frattempo l’evoluzione delle applicazioni Acg verso le architetture moderne: a tale scopo, in estate hanno debuttato la versione Java della piattaforma e la release Vision 4, pensata per le Soa, considerate dal produttore un “ponte” necessario per passare a Java in modo indolore. Insieme alle Acg Epress multipiattaforma, queste iniziative fanno uscire le ap-plicazioni per gli As/400 dall’ottica della nicchia proprietaria, e portano a pensare che la pro-grammazione in linguaggio Rpg avrà vita breve.
Infine, ecco il mezzo Ibm che incarna forse meglio il concetto di offerta integrata per le Pmi. Si tratta dei cosiddetti Service Product, un nuovo portafoglio di prodotti hardware, software e servizi standardizzati e rapidamente implementabili che si dipana in dieci linee, a copertura a tutto tondo delle attività It. Alcuni sono già operativi (gli Integrated Commmunication Service, i Site and Facility Service e quelli per le Soa), altri lo saranno in futuro. I Service Product si af-fiancano ai servizi Ibm Express (già ben recepiti in Europa e Italia, assicura Ibm), veicolati solo tramite business partner: e-mail security e recovery, Web security e backup on line.
Apex, il linguaggio on demand
La virata verso la terra dello sviluppo applicativo effettuata da Salesforce.com con la piazza virtuale chiamata AppExchange assume ora connotati più decisi con quella che, di fatto, è una sua estensione. La società, infatti, ha annunciato la prossima disponibilità on demand di Apex, il linguaggio/piattaforma di programmazione Java-based che lei stessa utilizza per le applicazioni di Crm on demand, per clienti, partner e sviluppatori.
Le applicazioni o le porzioni applicative realizzati con Apex, che potranno essere diversissimi ma tutti con garanzia di interoperabilità, saranno disponibili on demand attraverso AppExchange, che funge da piattaforma di scambio e di erogazione ma anche da infrastruttura per sviluppare.
Per i clienti Salesforce questo si traduce nella possibilità di realizzare in proprio adattamenti al codice delle applicazioni Salesforce secondo le proprie necessità, ma anche sviluppi nuovi di zecca. Chi sviluppa potrà invece evitare di investire in hardware e software per creare la propria soluzione.
In questo modo, Salesforce realizza una sorta di “comunità” gestita dell’on demand, mantenendo propri il linguaggio e le infrastrutture ma dando la possibilità di utilizzare in affitto per concorrere allo sviluppo dell’ecosistema.
La piattaforma Apex sarà fornito insieme a Salerforce Winter 07 (la prossima release delle applicazioni on demand di Salesforce).Per promuoverla, la società californiata ha dato anche vita ad un’alleanza che raggruppa attorno al linguaggio un nutrito numero di vendor hardware e software, partner e clienti.
Sicurezza fisica e logica «in a box»
Imprivata fa il tris aggiungendo una nuova funzionalità (la terza, appunto) all’interno della propria appliance di sicurezza. Fino ad oggi utilizzabile per effettuare autenticazione degli utenti (fino a 25.000 e con differenti sistemi, dalla password alle impronte digitali) e single-sing-on, il dispositivo OneSign Physical/Logical è ora in grado di far convergere funzioni di sicurezza logica e fisica, mediante un upgrade effettuabile a livello software e acquistabile, da fine ottobre, come ulteriore licenza.
In pratica, la soluzione consente di collegare automaticamente le informazioni relative alla presenza di una persona in un palazzo o in un’area specifica con quelle inerenti l’accesso al network e alle applicazioni. Per esempio, nel momento in cui un utente effettua il log-in di accesso ai sistemi, prima di dare il via libera OneSign verifica che questi abbia “strisciato” il proprio badge all’ingresso, risultando effettivamente presente in azienda. O, ancora, se una persona risulta in azienda, viene inibito l’accesso al network da remoto mediante Vpn utilizzando le sue credenziali.
Al contrario, nel momento in cui un utente esce fisicamente dalla zona o dal palazzo, il suo accesso dall’interno ai sistemi risulta automaticamente e istantaneamente bloccato. Ciò vale anche nel caso dei pensionati/dimissionari (e si sa quanto il non allineamento tra il registro del personale e le directory dei sistemi It generi problemi di sicurezza, dato che spesso per lunghi periodi risultano ancora utilizzabili user id e password associati a utenti inesistenti).
L’appliance è già integrabile con alcuni noti sistemi di controllo fisico degli accesi (come quelli di Tyco Fire & Security e Lenel Systems International), ma mediante l’ambiente di sviluppo in dotazione è possibile realizzare integrazioni ad hoc.
«Quando parliamo di convergenza intendiamo la reale integrazione delle informazioni tra i sistemi di sicurezza fisica e logica, diversamente da quello che in genere offre il mercato, che al massimo riunisce su un’unica card l’accesso fisico e il log-in – ha commentato Wayne Parslow, vice president of european operations di Imprivata. Per questo possiamo dire che non esiste un’altra soluzione così completa, fornita in una sola appliance»
OneSign Physical/Logical rappresenta, dunque, un comodo sistema per verificare non solo cosa ha fatto una persona sui sistemi informativi, ma anche dove e quando l’ha fatto, a tutto vantaggio, oltre che della sicurezza, della regulatory complance.
Attualmente le nuove funzioni Physical/Logical di OneSign sono in uso presso 6 utenti europei, che hanno fatto da beta tester.
In Italia, Imprivata è presente da circa un anno e mezzo e annovera 12 clienti con l’appliance OneSign. Tra questi, c’è la filiale italiana di Coface, specialista nell’assicurazione del credito e nella misurazione del rischio, che sta completando un progetto di autenticazione mediante reader di impronte digitali e single-sign-on per 16 differenti applicativi. Sono coinvolti circa 400 addetti, tra personale di compagnia e agenzie.
La protezione va in cassaforte
La scarsa sicurezza informatica è legata non solamente all’esistenza di malware sempre più insidioso, in grado di bypassare le protezioni, ma anche a difetti di installazione delle protezioni stesse oppure all’imperizia degli utenti, che, consapevolmente o meno, mettono fuori uso i classici meccanismi di difesa.
Secondo una recente indagine commissionata da Symantec e Intel, il personale It spende addirittura il 25% del proprio tempo proprio per rimettere in funzione sistemi di sicurezza disattivati, mentre l’utente medio necessita di messe a punto una ventina di volte l’anno.
Per arginare il problema, in genere si fa ricorso a una combinazione di più livelli di sicurezza, di policy comportamentali e di appliance esterne.
Ma Symantec e Intel stanno lavorando a qualcosa di più, con in mente di costruire un’architettura di sicurezza che si interponga tra l’hardware e il sistema operativo. In nuce c’è una soluzione che Symantec definisce virtual appliance, e che dovrà realizzare un ambiente di esecuzione isolato, utilizzando le tecnologie di sicurezza proprie della piattaforma Intel vPro. Sarà pronta presumibilmente a metà del 2007, ma una beta dovrebbe arrivare già all’inizio del prossimo anno.
Con la virtual appliance la protezione sarà indipendente dal sistema operativo principale, vera fucina di minacce a causa dei bachi intrinsechi e di quelli propri delle applicazioni che vi girano sopra. Ma, assicurano in Symantec, si tratterà di un layer sul quale i responsabili It avranno possibilità di controllo.
Microsoft, da parte propria, sta già lavorando per rendere inaccessibile il kernel del prossimo sistema operativo (fatto che ha creato qualche malumore, anche presso la stessa Symantec), ma quando si parla di sicurezza, osserva lo specialista, nessuna tecnologia è di troppo.
BizTalk strizza l’occhio alle Soa
A Redmond hanno deciso che è ora di puntare, anche con denominazioni appropriate, sul mercato delle Service oriented architecture. Questo è il senso che sta dietro la decisione di rinominare la manifestazione Business Process and Integration Conference per i partner di BizTalk, tenutasi recentemente presso la sede del produttore, e di chiamarla bensì “Soa and Business Process Conference”.
BizTalk è un middlware di business process integration presente nel catalogo Microsoft ormai da sei anni, ma finora il suo nome non è mai stato associato in senso biunivoco alla costruzione delle Soa, ben diversamente dalle offerte Ibm o Bea, solo per citare i principali protagonisti dei set di infrastruttura per le architetture orientate ai servizi.
Ma le iniziative del big di Redmond non si fermano al cambio anagrafico. In partnership con Neudesic, infatti, la società ha lavorato per realizzare codice e documentazione che mostrano l’utilizzo di BizTalk per costruire un Enterprise service bus. Quest’ultimo è lo strato software di integrazione che consente il trasporto di servizi e il collegamento dei processi tra le applicazioni.
Microsoft ha anche rilasciato un nuovo adapter per BizTalk che consente di connettere più facilmente il prodotto con piattaforme Ibm mainframe e As/400. Si chiama BizTalk Adapter for Host Systems ed è basata su tecnologie contenute in Microsoft Host Integration Server.
Da Pat, novità a supporto del marketing
La trevigiana Pat, produttrice di software per il Customer relationship management, ha introdotto la nuova applicazione MarketingAutomation, che indirizza le problematiche di automatizzazione del flusso delle informazioni in azienda per le azioni di marketing commerciale.
Il software dà la possibilità di gestire le comunicazioni in modo personalizzato in base ad esigenze specifiche, creando e avviando comunicazioni e campagne di marketing in diversi formati (advertising, sondaggi, questionari formato testo e Sms).
Il motore della soluzione è in grado di effettuare targettizzazioni e di elaborare i risultati di sondaggi e questionari in forma di statistiche, grafici o diagrammi.
MarketingAutomation garantisce che le attività di comunicazione siano conformi con la normativa sulla privacy, mediante accettazione del trattamento dei nominativi utenti e tracciabilità dello storico dati.
L’interfaccia Web based dell’applicazione promette semplicità di utilizzo.
Alla base c’è un Cdm (Customer Database Management), cioè un archivio centralizzato e condiviso con le altre applicazioni al cui interno sono registrati i dati dei clienti. MarketingAutomation è integrabile con i sistemi gestionali presenti in azienda (Unix, As400, Oracle e Microsoft Sql Server).
Ibm, lavori in corso sui server Xeon
Ibm ha in cantiere un potenziamento verso l’alto della propria gamma di server System x Xeon che farà perno sia nuovi modelli di processore di Intel sia sul chipset Ibm x4.
Quest’ultimo segna il debutto della quarta generazione della Enterprise X Architecture, la strategia introdotta da Big Blue nell’ormai lontano 1998 per portare sui sistemi x86 caratteristiche tipiche dei mainframe.
I chip Xeon, chiamati in codice “Tigerton”, sfrutteranno l’architettura Core di Intel e saranno di tipo quad core, fatto che, a parità di potenza con i sistemi attuali, permetterà di realizzare macchine X4-based con soli 16 processori invece che 32, a tutto vantaggio dei costi.
Ibm non ha ancora definito quale potrà essere il packaging migliore per l’offerta, in termini di numero e allocazione delle schede madri.
I nuovi server arriveranno nel 2007 e si inseriranno nella strategia on demand di big blue, in questo caso proponendo il concetto di grid, in cui moduli server relativamente piccoli possono essere collegati mediante connessioni ad alta velocità.
Oracle e il middleware «allargato»
Il middleware si sta rivelando per Oracle un business sempre più strategico. «La nostra suite è quella con crescita più veloce negli ultimi cinque anni e continuiamo a guadagnare share», ha affermato Thomas Kurian, senior vice president development di Oracle Corporation. Il produttore non è primo in questo settore ma, con più di un miliardo di dollari di entrate, l’offerta che costituisce Fusion Middleware comincia ad essere una parte interessante del fatturato della società. Del resto, il middleware è il substrato sul quale si costruiscono le Soa.
Il percorso di Fusion non è finito, ma è stata raggiunta la meta della certificazione con tutti gli applicativi aziendali Oracle, compresi Siebel e PeopleSoft. Il che significa che, nel concepire un’architettura orientata ai servizi, «si può impostare il lavoro su una piattaforma tecnologica comune, riducendo i costi, sopra la quale integrare tutte le applicazioni» ha sottolineato Kurian.
L’offerta Fusion Middleware, assai articolata, si suddivide sostanzialmente in 4 porzioni. Si parte con lo sviluppo di applicazioni Java service oriented (si lavora con JDeveloper o sotto Eclipse) e il deployment delle stesse (con l’Applicazion Server 10g). Poi c’è l’orchestrazione e gestione dei processi di business, supportata da un ambiente di design, dall’Enterprise service bus per il messaging tra le applicazioni, da un Business Process Manager basato su Bpel (al centro di un progetto realizzato in Mediaset da Reply) e dall’Activity monitoring.
Si passa quindi alla Business Intelligence, inserita dunque a pieno titolo nel filone Soa. Come ha precisato Kurian «l’obiettivo è analizzare quanto efficiente è un processo di business e poi ottimizzarlo». Qui si trovano le funzionalità dell’engine di analisi, quelle di reporting e publishing. La quarta fetta dell’offerta corrisponde all’ultimo asset di infrastruttura del portafoglio Oracle (a parte il database): l’Enterprise Portal, che fa accedere l’utente alle informazioni integrando dati da applicazioni Oracle e non. Offre content management, capacità di ricerca, integrazione con applicazioni Office, con device mobili e con il Voip.
A queste quattro sezioni Oracle aggiunge l’identity management: il provisioning delle identità e l’access management con il single sign on, cioè la possibilità di effettuare un solo log in per più applicazioni. «Si tratta di una soluzione di audit e compliance, perché verifica chi accede a che cosa» ha spiegato Kurian.
Fusion Middleware, si diceva, è certificato per tutte le applicazioni Oracle, ma per allargare il cerchio il produttore sottolinea che Fusion si integra bene con tutto ciò che Oracle non è, grazie al fatto che è basato su standard: a riprova afferma che il 72% dei clienti Sap ne utilizza qualche porzione.
«Il middleware è hot pluggable – ha precisato il manager -può lavorare con qualsiasi database e sistema di messaging, da Ibm a Tibco a Sonic. Relativamente a Sap, vi sono quattro capacità: l’integrazione nell’Enterprise Portal; il single sign on; l’interazione del Business Process Manager mediante interfaccia Bapi (Business Application Programming Interface, ndr) con le applicazioni; infine, nell’area della business intelligence, l’analisi e il recupero dati da sistemi Sap».
Il networking sicuro di Juniper
Dal matrimonio fra lo specialista del networking Juniper Networks e il produttore di appliance di sicurezza NetScreen, celebrato nel 2004, è nata una gamma di prodotti di routing sicuro che concentra il meglio delle tecnologie delle due realtà. La nuova proposta si chiama Secure Service Gateway (Ssg) e intende porsi all’avanguardia nell’emergente mercato delle soluzioni di rete intrinsecamente sicure, in concorrenza frontale con Cisco e con altri vendor quali Nortel (più sbilanciata verso il networking) o Nokia (più orientata alla security).
Disponibile in tre versioni, Ssg è un’appliance destinata agli uffici periferici che permette di collegarsi in rete geografica attraverso un routing multiprotocollo che supporta tecnologie Dsl, linee dedicate, fibra ottica o l’emergente Metro Ethernet. Al contempo, è una soluzione di Unified Threat Management, cioè integra tutte le soluzioni di protezione dalle minacce oggi disponibili: Intrusion Prevention, antivirus, antispyware, antiphishing, antispam, Web filtering, firewall e Vpn IpSec. Il tutto, come ha spiegato Anton Grashion, security strategy, Emea, di Juniper, con le soluzioni più all’avanguardia sul mercato, in parte sviluppate in casa e in parte ottenute tramite accordi.
In dettaglio, è di Juniper la tecnologia Deep Inspection dell’Intrusion Prevention (oltre naturalmente al sistema operativo, vera roccaforte dell’appliance), mentre l’antivirus è di Kaspersky, il filtro Web è di SurfControl e l’antispam di Symantec.
Con quest’ultima, in particolare, l’accordo è di ampio respiro: «Juniper è leader nella network security – ha detto Grashion – e Symantec è la numero uno dell’information security: si tratta di una partnership con grandi prospettive”. In particolare, le due aziende collaboreranno sul fronte della protezione dell’end point, inteso come accoppiata fra utente e dispositivo di accesso alla rete. Inoltre, i clienti delle appliance Symantec, una linea di prodotti oggi dismessa, vengono convogliati verso Juniper.
Secondo Giulio Barki, country manager per la corporate and government division di Juniper, Ssg è un prodotto che «oggi non ha una vera alternativa sul mercato e che risponde principalmente a esigenze di sicurezza, piuttosto che di routing. Tuttavia, chi sceglie l’appliance potrebbe decidere di non abilitare da subito l’interfaccia Wan, che potrebbe risultargli utile in un secondo momento».
Il manager ha inoltre precisato che i firewall tradizionali della società non usciranno di produzione fino a quando il mercato continuerà a farne richiesta.
Va precisato, infine, che lo scorso febbraio era già stato annunciato il primo prodotto della gamma Ssg, ma con una versione del sistema operativo che non supportava ancora antivirus e antispam integrati.
Emc e Microsoft «uniscono» i contenuti
Emc e Microsoft hanno allargato il fronte delle alleanze presentando un paio di novità pensate per aiutare le aziende nella correlazione delle informazioni non strutturate (e-mail, immagini, ma anche processi) ai fini soprattutto della regulatory compliance.
Si tratta di Emc Documentum Content Services for SharePoint 2007 e di Documentum Archive Services for SharePoint 2007 e, come si evince dai nomi, fanno perno sulla stretta integrazione tra le piattaforme di gestione dei contenuti delle due società.
In pratica, consentiranno (saranno disponibili solo nel primo trimestre del 2007) di archiviare contenuti dai repository SharePoint all’interno di quelli Documentum, mantenendo le possibilità di accesso e ricerca da parte di SharePoint. Quest’ultimo, in sostanza, potrà fungere da front-end per la complessa piattaforma Documentum.
Qualcosa di simile Microsoft lo ha fatto con il progetto Duet pensato insieme a Sap per l’accesso mediante Office alle applicazioni Erp della casa tedesca. Ma, diversamente da Duet, l’offerta con Emc sarà probabilmente commercializzata solamente da parte di quest’ultima.
L’integrazione tecnologica con SharePoint – di fatto la prima partnership “seria” in area Ecm (Enterprise content management) tra Emc e Microsoft – funge da preludio ad altri stretti collegamenti tra le piattaforme due società. Si sa, per esempio, che nel giro di qualche mese sarà annunciato il supporto di Sql Server 2005 da parte del software Documentum.
Ibm, acceleratore sulle Soa
Definendola come il suo più consistente rilascio in area Service oriented architecture, Ibm ha introdotto una nuova ondata di prodotti e servizi e, contestualmente, ha aggiornato molti prodotti esistenti. Le novità, che arricchiscono una gamma d’offerta già ampia, sembrano indirizzare alcuni “buchi” evidenziati da quella parte di clienti definiti “early adopter”, soprattutto nell’area del business process management e delle funzioni per industry specifiche, ma anche nella governance dei progetti e nella predisposizione dell’ infrastruttura It.
Il totale delle new entry annovera 27 tra aggiornamenti e prodotti e 13 servizi professionali. Tra questi, WebSphere Business Services Fabric è un nuovo software che include acceleratori, tool e framework che garantiscono il rispetto di normative settoriali specifiche da parte delle applicazioni SOA. È basato anche sulla tecnologia di Webify, società specializzata nelle aree assicurazioni e sanità acquisita da Big Blue lo scorso agosto. E in effetti, a ben guardare, gli annunci nel loro complesso capitalizzano tutti gli acquisti fatti da Big Blue nell’ultimo anno.
Nuovo è anche WebSphere Registry and Repository (Wsrr), che permette di gestire i Web service e di condividere processi di business. In pratica, consente di pubblicare e reperire servizi Soa, andandoli a pescare anche in registry o repository di terze parti.
Quanto ai nuovi servizi, sono focalizzati su tre are di azione al momento sulla cresta dell’onda: sicurezza, service management e virtualizzazione. In particolare, si segnala una nuova summa metodologica per il Bpm e il Bpm Competence Center, un centro di competenza mondiale che fornisce l’accesso a un team di esperti.
I vari aggiornamenti, infine, riguardano un po’ tutto il software di Big Blue: la gamma middleware WebSphere (qui si inserisce per esempio la versione 6.02 di WebSphere Business Modeler), il brand Lotus, lo sviluppo Rational e la gestione Tivoli.
Secondo portavoce della società, quest’anno l’impegno di Big Blue per le architetture orientate ai servizi sarebbe quantificato in investimenti pari a oltre 1 miliardo di dollari. Allo stato attuale Big Blue vanterebbe circa 3.000 clienti a livello mondiale impegnati in progetti Soa.
Da Novell in arrivo un Linux real-time
Il prossimo mese Novell metterà in commercio una declinazione della propria distribuzione Linux pensata per tutte attività che richiedono una reattività agli eventi nell’ordine dei microsecondi, in primis quelle dei trader finanziari.
Alla realizzazione dell’ambiente real-time (Chiamato proprio Suse Linux Enterprise Real-Time, ovvero Slert) ha concorso, in larga parte, l’ingegnerizzazione portata avanti dalla società specializzata Concurrent Computer.
Un possibile campo di applicazione di Slert è fornito dal primo cliente comune riportato dai due partner, Siemens Medical Solutions, la quale utilizzerà il sistema operativo all’interno dei propri prodotti di scanning per la risonanza magnetica.
I sistemi operativi real-time sono una componente fondamentale del mercato dei sistemi embedded, che spazia dai registratori di cassa ai telefonini alla telematica del mondo automobilistico. All’interno di questo settore (di nicchia, sì, ma in realtà assai vasto) Linux sta guadagnando terreno, ponendosi accanto ad ambienti proprietari come quelli di Wind River e della stessa Concurrent. Più che ai piccoli dispositivi specializzati, Slert sembra tuttavia indirizzato a grandi sistemi intelligenti composti da più server multiprocessore.
Dell con Symantec per la posta sicura
Rafforzamento di partnership tra Dell e Symantec. Oggetto della nuova intesa è il dominio della posta elettronica sicura, per il quale le due società hanno approntato una nuova offerta congiunta.
La proposta di chiama Secure Exchange ed è pensata per permettere di realizzare senza troppe complicazioni ambienti Microsoft Exchange affidabili.
Alla base di Secure Exchange vi sono i server Dell PowerEdge, storage Dell PowerVault, altre soluzioni storage di Emc e alcuni prodotti Symantec, tra i quali Mail Security serie 8200, Mail Security for Microsoft Exchange, Symantec Enterprise Vault e Backup Exec.
Il bundle, disponibile sia negli Stati Uniti che in Europa, è indicato per realtà medie, con un numero di mailbox su Exchange compreso tra 500 e 2.000.
Il prezzo base per una soluzione di backup e recovery destinata a 500 caselle di posta è di circa 54.000 dollari (comprensivi ovviamente dell’hardware necessario, oltre che del sistema operativo Windows).
Montecito entra nei server Hp
Con l’introduzione di due nuovi modelli di fascia bassa, si chiude il rinnovamento dei server enterprise avviato da Hp in primavera. «Quest’anno abbiamo approntato un refresh tecnologico di tutta la gamma Integrity, a questo punto abbiamo rinnovato la linea completa sia sul lato chipset che sul processore», ha spiegato Simone Bruni, product marketing manager business critical systems Hp Italia.
Le novità riguardano, infatti, l’introduzione del nuovo chipset zx2, evoluzione più performante dello zx1 e fratello “minore” dell’sx2000 introdotto in marzo, e i due nuovi server Integrity “di ingresso”, rx3600 e rx6600, che adottano i nuovi processori Intel Itanium 2 dual core, conosciuti come Montecito. Gli unici server Hp che non sono in grado di montare Montecito sono i due modelli entry della fascia enterprise, ovvero l’rx1620 e il blade bl60p.
Il biglietto da visita con cui il produttore presenta le nuove macchine fa perno sul miglioramento prestazionale tout court (raddoppiato, dicono, rispetto ai modelli precedenti) e sul rapporto prezzo/performance (anche la metà rispetto ai competitor, dicono alcuni benchmark). Ma l’attenzione cade anche (di questi tempi è un must) sul tema del consumo energetico.
Il chipset zx2, da parte propria, ha rinnovato la componentistica e l’I/O con l’obiettivo dell’alta affidabilità e delle prestazioni. È in grado, inoltre, di ospitare tecnologie di processore future, consentendo di salvaguardare l’investimento.
Quanto ai server, l’rx3600 è un modello abbastanza compatto (4U), può ospitare fino a due chip Montecito (in totale 4 core), offrendo già una certa espandibilità interna, in tema di dischi e Ram. Il modello rx6600 potenzia il livello di scalabilità: contiene fino a 4 processori (per un massimo di 8 core), fino a 16 dischi interni e fino a 192 Gb di Ram.
Anche questi sistemi possono essere posti sotto il cappello delle tecnologie di virtualizzazione di Hp (il Vse, Virtual server environtment), ottenendo teoricamente, nel caso dell’Integrity rx6600, 160 macchine virtuali sullo stesso sistema fisico. Inoltre, i server montano a bordo un management processor che abilita una completa gestione da remoto, compreso la funzione di reboot. Come le altre macchine Itanium 2, sono in grado di far girare Hp-Ux 11i, Microsoft Windows, Linux o OpenVms.
La categoria di server Itanium sta ancora aspettando il vero boom, stretta tra il mondo Risc/Unix, che non sta mollando, e il continuo incremento di performance della fascia x86, ormai potente (grazie anche al multicore) e scalabile a sufficienza per poter penetrare anche nel cosiddetto “business critical”. La scelta della tipologia di sistema, come ammette anche Simone Bruni, non è semplice e va fatta bilanciando attentamente, in funzione ovviamente del tipo di utilizzo, parametri rispetto ai quali ciascuna categoria può presentare pregi e difetti: costo, prestazioni, affidabilità, scalabilità, flessibilità di sfruttamento.
Per i server x86 Ibm vede un nuovo mercato
Saranno in consegna nell’arco del prossimo mese i nuovi server Ibm System X basati sui processori Opteron Next Generation di Amd. Ma, insieme ai nuovi sistemi x86, Big Blue ha anche rivelato una nuova strategia che mira a popolare con i System x le stanze dati di una nuova fetta di mercato.
Denominata “Business performance computing” e costituita dalla convergenza delle aree dell’Hpc (High performance computing) e del business computing, la nuova fetta rappresenterebbe, secondo Ibm, il trend emergente nell’ambito del server computing. In concreto, Ibm vuole andare a indirizzare realtà in cui sono presenti necessità tecnologiche tipicamente business (definite spesso dall’acronimo Ras, Reliability, availability, serviceability) ma che non vogliono o possono rinunciare alle pure capacità di calcolo. Un obiettivo che, stando alle parole di Bruno Mancuso, responsabile Ibm System x per l’Italia, sembrerebbe non solo strategico ma quasi obbligato: «Sta nascendo un mondo misto tra queste due aree, che significa dover portare grandi performance in ambienti business. Questo sarà il mondo del futuro e sarà importantissimo riuscire a esservi presenti».
In questo senso, la nuova offerta (che, come vedremo non è fatta di solo “ferro”) rappresenta una netta evoluzione rispetto alle macchine Amd-Ibm per l’Hpc introdotte dal 2003. Si tratta di cinque nuovi sistemi, tre rack (x3455, x3655 e x3755) e due blade (Ls21 e Ls41), che sfruttano peculiarità tecnologiche targate Big Blue (come PowerExecutive per la gestione del consumo e del calore) attorno al cuore costituito dai nuovi Opteron. Questi ultimi, arrivati con un po’ di ritardo a fine agosto, puntano gran parte delle proprie carte sul multicore: di fatto, l’architettura dual core è già pronta per l’estensione quad core, e i primi chip con quattro motori su un socket dovrebbero arrivare a meta 2007. Opteron promette anche il miglior rapporto prestazioni/Watt del settore e integra la virtualizzazione a livello hardware (l’Amd Virtualization).
Mentre il modello x3455, sottile 1U, rappresenta l’evoluzione del nodo di calcolo in ambienti di cluster computing, i server x3655e x3755 sono indirizzati al segmento di mercato sopracitato, il secondo supportando da 1 a 4 Cpu, in virtù del fatto che con la tecnologia HyperTransport degli Opteron è possibile fornire anche configurazioni con un numero dispari di processori. Quanto ai nuovi due BladeCenter, uno da 2 vie e l’altro fino a 4, capitalizzano sul concetto di scalabilità: avvitando un paio di viti e accoppiando due lame, si ottiene infatti automaticamente un sistema con il doppio dei socket e, dunque, il doppio dei core. Un simile accorgimento, in verità, lo sfrutta da circa un anno anche Fujitsu Siemens, con chip a core singolo.
Ed ecco quello che c’è nell’offerta Ibm al di là del puro ferro. L’intenzione è fornire un set di soluzioni pretestate e preconfigurate, disponibili praticamente in pronta consegna, e a prezzi “calmierati” per i clienti. Un esempio sono le configurazioni predisposte per gli enti pubblici e quelle per Linux ma a breve (in ottobre) arriveranno quelle dedicate a particolari settori di industria.
«Nel momento in cui si passa dalla vendita di hardware a una soluzione, Ibm da sola non può rispondere. Del resto, non credo alla vendita via Web di server», ha precisato Mancuso. Significa che il successo delle proposte di Big Blue dipenderà in buona parte da un canale sempre più specializzato in “industry standard”.
Ecco i pc con Intel vPro
Come promesso (doveva infatti arrivare durante il secondo trimestre di quest’anno), sta per fare il proprio debutto nei computer la tecnologia vPro di Intel, ovvero la piattaforma hardware basata sul chip Core 2 Duo (come per Centrino e Viiv, non si tratta di singolo componente) che ha l’ambizione di trasformare il mercato dei desktop professionali portando con sé nuove funzioni di gestione, ottimizzazione dei consumi, sicurezza e virtualizzazione.
Il 7 settembre, infatti, dovrebbero essere presentati i primi pc basati su vPro: in prima fila c’è Hp, attesa la prossima settimana con una nuova linea di desktop business.
Nel corso del 2007, Intel potenzierà vPro passando da moduli dual core a quad core ed estendendo la virtualizzazione dal processore al disco e ai canali I/O.
Intel vPro approda sui desktop
Come promesso (doveva infatti arrivare durante il secondo trimestre di quest’anno), sta per fare il proprio debutto nei computer la tecnologia vPro di Intel, ovvero la piattaforma hardware basata sul chip Core 2 Duo (come per Centrino e Viiv, non si tratta di singolo componente) che ha l’ambizione di trasformare il mercato dei desktop professionali portando con sé nuove funzioni di gestione, ottimizzazione dei consumi, sicurezza e virtualizzazione.
Il 7 settembre, infatti, dovrebbero essere presentati i primi pc basati su vPro: in prima fila c’è Hp, attesa la prossima settimana con una nuova linea di desktop business.
Nel corso del 2007, Intel potenzierà vPro passando da moduli dual core a quad core ed estendendo la virtualizzazione dal processore al disco e ai canali I/O.
Un centro per la «confidenza» su Linux
A distanza di qualche mese dalla realizzazione, è stato presentato ufficialmente il Linux Confidence Center approntato da HP e Red Hat nella sede milanese di quest’ultima, una iniziativa che viene considerata unica nel suo genere in Europa.
«Ufficializziamo qualcosa che è già operativo e utilizzato con successo – ha introdotto Roberto Semplici, account executive di Red Hat Italia -. L’utilizzo del termine “confidenza” è indicativo: vogliamo far provare nel concreto il funzionamento di una soluzione Linux con differenti architetture: Itanium, Xeon, Opteron e via dicendo».
In effetti, quello che si fa, a due passi dalla stazione Centrale del capoluogo lombardo, è fare “prove” su applicazioni che gli utenti (o terze parti) hanno in casa o che intendono adottare, dando loro modo di testarne sul campo il corretto funzionamento. Nella maggior parte dei casi, i test avvengono in aree infrastrutturali, come configurazioni per l’alta disponibilità o di gestione dei sistemi (patch management, provisioning). Il centro serve anche per fare formazione su tematiche specifiche (dalla virtualizzazione alla disponibilità).
Al servizio si accede mediante i sito Web “free of charge” www.linuxconfidencecenter.it, che avvia il flusso e mostra la disponibilità del centro per potersi prenotare. La richiesta viene quindi inoltrata ai partner del consorzio e l’engagement manager di Red Hat, Giovanni Capone, si occupa di predisporre l’ambiente, con le installazioni necessarie. Ovviamente, come hanno precisato i due partner, le richieste sono vagliate e non è possibile, solo per fare un esempio, prenotarsi per realizzare il porting di un’applicazione che richiede mesi di lavoro.
«Lasciare fermo tutto questo hardware è un grande investimento per Hp. Ma ne vale la pena, perché è evidente la crescita dell’interesse per Linux un po’ in tutti i mercati, a partire dalla Pa» ha commentato Roberto Fassina, Linux Marketing Manager di HP Italia.
A questo proposito, la dotazione del centro include in tutto 11 server, (due Itanium, uno Xeon, un Opteron, alcuni blade) e una San Fibre Channel, per un totale di 1,4 Tb di spazio per i dati.
L’intesa tra Red Hat e Hp è ampia, prevedendo anche il supporto congiunto presso i clienti. Nella pratica, dati i numeri in campo, è Hp che si occupa in prima persona dell’assistenza di primo e secondo livello, su hardware e software, ma i servizi classici che prevedono Sla su un’applicazione possono essere forniti da entrambi. La cosa importante, per i due partner, è essere percepiti come interlocutore ben definito.
Gestione identità e opensource, c’è chi ci crede
E atteso questo mese il lancio ufficiale da parte di Novell di Bandit, un progetto opensource che indirizza l’identity management.
Un’area tematica, questa, dove (ne è convinto il produttore), l’opensource ha buone possibilità di attecchire all’interno delle imprese, ma per la quale le soluzioni aperte non sono considerate sufficientemente mature.
Questa visione fa parte di una precisa tattica che, negli intenti, dovrebbe aumentare gli attuali spazi di business di Novell legati all’opensource, che a breve beneficeranno anche dell’arrivo di SuSe Linux Enterprise Desktop 10 (major update atteso in luglio).
Nel dominio dell’identity management va detto che Novell di esperienza ne ha, dato che già vanta una consolidata gamma di software di directory e server di autenticazione per l’accesso al network. Con il progetto Bandit, però, l”intenzione è quella di realizzare un set di componenti di infrastruttura aperti basati su standard, sopra quali gli sviluppatori possano creare qualsiasi servizio legato alle directory (di sign-on, di amministrazione basate su policy e via dicendo).
L’idea è ampia, perché vuole coinvolgere qualsiasi componente che, virtualmente, può avere a che fare con un framework di gestione delle identità: un device, un’applicazione, un sistema operativo.
Bandit sarà basato anche su Higgins, l’iniziativa open voluta in febbraio da Ibm e Novell e gestita dall’interno di Eclipse, tesa a dare agli utenti finali maggiore controllo sulla gestione delle proprie password in Internet.
Una torre di controllo per i BladeSystem
Hp ha messo a frutto l’acquisizione di Rlx Technologies, effettuata lo scorso autunno, annunciando una soluzione di gestione per ambienti server BladeSystem su Linux che va a inserirsi nel portfolio di infrastructure management della società. Si chiama Hp Control Tower (il nome è inalterato rispetto all’offerta di Rlx) e sarà disponibile il prossimo mese a un prezzo di 199 dollari per licenza.
La soluzione dovrebbe semplificare la gestione di blade Linux e, in tal modo, limitare i costi di manutenzione. È basata su un Cd dotato di wizard di installazione che, a detta della società, in soli 30 minuti mette nelle mani degli amministratori una console di amministrazione e monitoraggio dei sistemi, dotata di meccanismi che automatizzano le richieste in base alle policy prestabilite.
La BI è «indagata» dai motori di ricerca
Dopo aver annunciato, poche settimana fa, il proprio motore di ricerca Cognos Go!, ora il fornitore di soluzioni di Business intelligence imbocca anche due vie “esterne” per inserire la propria piattaforma in un ampio bacino “interrogabile”di informazioni aziendali.
Cognos ha infatti deciso, in partnership con Ibm, di intergare Cognos Go! Search Service con WebSphere Information Integrator OmniFind Edition, la piattaforma di enterprise search di Big Blue, facendo in modo che quest’ultima possa indicizzare e pubblicare i contenuti di Bi di Cognos 8.
La stessa operazione è stata fatta con Google OneBox for Enterprise, una funzionalità fresca di annuncio che aggiorna l’appliance per la ricerca aziendale targata Google mediante un legame più stretto con le informazioni struttate e destrutturate contenute nei sistemi informativi.
L’obiettivo dell’integrazione dei rispettivi search engine è quello di fornire all’utente un mezzo più familiare per reperire analisi, report, eventi. In particolare, Google OneBox sarà in grado di visualizzare contenuti Cognos attraverso tre moduli che compariranno in cima alla lista dei risultati di ricerca: un primo mostrerà report in forma di chart grafiche, tabelle e mappe; il Metric Module rimanderà allo stato delle performance mentre il Search Module presenterà link a informazioni relative di Bi.
Iona uguale Soa
L’approccio di Iona alle Services oriented architecture parte dai suoi asset storici, che sono quelli di Corba e dell’integrazione realizzata in mezzo ad ambienti eterogenei. La piattaforma deputata allo scopo è Artix, l’Enterprise service bus che, con la versione 4.0 appena annunciata, non solo ha solo migliorato caratteristiche già presenti, ma ha anche integrato elementi importanti.
In pratica, sopra l’Esb Iona sta man mano aggiungendo tutti quei tasselli necessari alla concezione dell’ecosistema Soa, così come sono resi disponibili da altri fornitori di infrastruttura con competenze più generali.
La piattaforma Artix 4.0, dunque, include una porzione di Service orchestration basata su Bpel (Business process execution language) necessaria per comporre servizi partendo da sotto-servizi distribuiti sulle varie piattaforme. Nuovi sono anche i Data service per accedere, integrare e scambiare dati esistenti in database differenti: in pratica, i dati vengono esposti come servizi. Qui, come per la service orchestration, è possibile sviluppare funzioni ad hoc tramite tool di sviluppo Eclipse-based.
Artix 4.0 Aggiunge poi il supporto di Ws-Rm (Reliable messaging) e quello di Jms (Java messaging service) come Api standard per la messaggistica, che si aggiunge così al novero dei protocolli di trasporto supportati. Infine, l’ambiente migliora l’integrazione con ambienti mainframe z/Os al fine di meglio consentire l’esposizione in servizi delle funzioni espletate sui sistemi legacy.
Iona ha già in mente di allargare la proposta con altri tasselli: «Ora ci siamo concentrati sul perfezionamento della parte Esb – racconta Sean Baker, chief corporate scientist della società nonché socio fondatore -. Ma lavoreremo per completare l’offerta, sicuramente sulla parte di registry e poi per l’importante porzione della gestibilità». E Massimo Cazzaniga, regional director Southern Europe, puntalizza: «Considerando il positioning, ora offriamo certamente un approccio più ampio a Soa. Vogliamo essere un player di riferimento per una parte significativa delle Soa».
L’approccio incrementale e l’intento di Iona di posizionarsi come abilitatore di Soa non solo per progetti complessi (tipicamente, i settori Tlc e financial, che sono quelli indirizzati attualmente) è evidenziato dalla scelta di proporre anche una versione open, gratuita, del proprio Esb: si chiama Celtix ed è gestito dal consorzio ObjectWeb. Non fornisce le funzioni più sofisticate di Artix e supporta solo Java, ma comunque può servire necessità di integrazione point to point o di implementazioni single vendor.
Circa tre mesi fa, Iona ha rilasciato package di servizi di supporto dedicati a Celtix (questi sono a pagamento). «Ma, anche se Celtix non portasse nemmeno un dollaro aiuterebbe comunque Iona a posizionarsi al centro del mondo Soa», ha commentato Baker.
Tre esempi testimoniano l’utilizzo dell’infrastruttura Iona con finalità assai diverse. Poste Italiane ha avviato un progetto “strategico”: la business partner integration per permettere ai partner di erogare servizi tramite il network delle Poste.
Qui il fattore eterogeneità è forte, dato che, come ha sottolineato Baker, «Poste Italiane non è nella condizione di dettare la tecnologia ai partner, deve essere neutrale». Per l’operatore mobile del regno Unito O2, invece, l’iniziativa è “tattica”, tesa a rimpiazzare una soluzione di integrazione hub centrica che non funzionava a dovere. Per Credit Suisse, infine, si può parlare di un progetto di ottimizzazione dell’esistente che già dai primi anni 2000 aveva sposato, con Corba, un approccio Soa.
Txt e-solutions, tra tradizione e innovazione
Lo specialista italiano in soluzioni di demand e supply chain management Txt e-solutions conferma gli obiettivi di business dichiarati a fine 2004: arrivare a 90 milioni di euro di fatturato nel 2007. Con un consolidato 2005 pari a 54,6 milioni, la meta sembra in effetti lontana: negli intenti concorrerà al risultato un differenti mix di vendite di licenze rispetto al passato (dovrà contare di più l’offerta Polymedia per il content management multicanale, seconda area di specializzazione del produttore, accanto a quella per l’Scm indirizzata dalla suite Txt Perform, e dovrà aumentare l’apporto delle attività di consulenza).
Dovrà crescere, soprattutto, l’apporto delle vendite in paesi come Francia, Germania e Gran Bretagna, proseguendo il trend di internazionalizzazione avviato da qualche anno e che, recentemente, ha portato anche all’acquisizione di tre clienti negli Stati Uniti. Va detto che già oggi l’attività estera supera il 30% del fatturato.
Il tetto dei 90 milioni di euro, comunque, non è un dogma, e la crescita del 12% mostrata dal fatturato 2005, insieme con il profitto prima delle tasse pari a 2,6 milioni di euro, sono guardati con soddisfazione dal management del produttore. Risultati che consentono a Txt di continuare a investire in ricerca e sviluppo in media il 12% dei ricavi annuali, permettendo, anche, di produrre prodotti “originali”, cioè progettati e realizzati internamente. Proprio riguardo i prodotti, sta intanto proseguendo il lavoro per riscrivere i componenti della suite Perform in chiave Service oriented architecture, che sono viste in modo “opportunistico” come un buon mezzo per combinare le mega-suite con moduli altamente specializzati.
Restano invariati i paletti entro i quali si muove Txt sul mercato, che disegnano una vocazione totalmente verticale per i mercati di industry and retail (con il fashion e il food and beverage in primis), aerospace & defence e media & telco, quest’ultimo con l’offerta Polymedia. “Riteniamo che la capacità di combinare bene necessità e processi specifici con risorse It adeguate sia una chiave di successo per le aziende” ha commentato Alberto Daprà, Ceo di Txt e-soutions.
E siccome il successo di questi tempi sembra legato a doppio filo con il concetto di innovazione, Txt ha anche pensato di fondare un Customer Club che raccolga l’apporto dei clienti innovatiti, quelli propensi a utilizzare le soluzioni della società in nuovi ambiti e con finalità “competitive”. In questa direzione si muoverà l’anima consulenziale dei servizi pofessionali di TXt: ma, promette la società, alla metà del costo di Sap.
La «visione» di Software Ag per le Soa
È pronta l’offerta infrastrutturale per realizzare Service oriented architecture targata Software Ag. La proposta si chiama Crossvision ed è una suite “neutrale” (utilizzabile con i più diffusi application server, portali e sistemi di messaging) fatta da prodotti esistenti, aggiornati, e da nuove tecnologie. La logica è quella dei moduli, concepiti per essere integrati e utilizzati tutti insieme ma, precisa la società, eventualmente acquistabili separatamente. Il pricing è, di conseguenza, assai flessibile.
È una proposta comunque indirizzata a progetti “medi” in termini economici, compresi tra i 100.000 euro e il milione di euro (è il delta che il produttore stima per un progetto di integrazione che può considerare l’utilizzo di Crossvision) e destinata agli attuali clienti Software Ag su mainframe (circa 2.000) interessati a esporre in chiave Web servizi riutilizzabili, oppure a tutte le realtà con ambienti eterogenei da integrare in chiave Soa.
L’assunto logico dai cui parte Crossvision è che l’ecosistema Soa si fonda su tre livelli correlati: sopra stanno i processi di business che dettano le attività delle persone; sotto, i sistemi legacy o le tradizionali applicazioni pacchettizzate. Nel livello mediano si posizionano il bus di integrazione e la business process orchestration.
«Ma quando si parte con un percorso Soa – afferma Ivo Totev, vice president Crossvision product marketing della casa tedesca – è importante adottare da subito un approccio in grado di gestirle e governarle. Aspetto che oggi è particolarmente critico, dato che le Soa stanno superando la fase di progetto e si stanno imponendo per applicazioni mission critical, diventando sempre più complesse».
Nella suite Software Ag entra dunque in gioco un’infrastruttura centrale con capacità di descrivere le varie componenti Soa (processi, servizi, ma anche policy), di definire i service level agreement, di creare nuovi servizi, di analizzare preventivamente l’impatto dei cambiamenti sul business, di produrre report che forniscano referenze sull’utilizzo dei servizi Web, dato che si presuppone che siano sempre riutilizzabili (era l’obiettivo che si era dato il registro Uddi).
Il dettaglio dei moduli comprende Application Composer, tool di tipo Ajax (Asynchronous JavaScript and XML) per costruire nuove applicazioni Soa, che parte dal presupposto di parlare agli uomini di business e agli sviluppatori i rispettivi idiomi (i primi sfruttano interfaccia Web, i secondi Eclipse); Poi vi sono Service Orchestrator, nuova versione dell’Enterprise service bus di Software Ag, e Business process manager, basato su un motore di Fujitsu, che si occupa della definizione, ottimizzazione ed esecuzione dei processi. Legacy integrator, nuova versione di una tecnologia esistente, è la componente in grado di convertire in servizi i sistemi legacy mentre Information integrator consente di integrare su base semantica informazioni provenienti da differenti basi dati. CentraSite, infine, (anche questo da una partherhip con Fujitsu), rappresenta l’elemento collante che supporta tutte le attività di gestione degli ambienti Soa.
La struttura funzionale di questo mosaico è simile a quella di altre offerte infrastrutturali per Soa, ma, a detta della società, può contare su alcuni punti di forza: il registry-repository di CentraSite, l’Application composer e le competenze “storiche” nell’interazione legacy. Su elementi come l’Esb, ammette il produttore, le offerte del mercato sono assai competitive.
Citrix, annata di trasformazione
Presentando il primo aggiornamento della propria offerta destinata alle Pmi (la versione 1.5 di Access Essentials), Citrix ha fatto il punto sull’andamento dell’ultima annata. Il 2005 si è chiuso con un +23% nel fatturato, (909 milioni di dollari), e con un aumento del 24% nell’utile. Un trend confermato anche in Italia, dove le entrate di Citrix sono aumentate del 26% con un netto rafforzamento nel mercato dei grandi clienti (+70%). In totale, oggi sono circa 3.000 i clienti attivi della società nella Penisola, con una base installata di 188.000 utenti.
Ma, al di là dei risultati, l’anno finito lo scorso dicembre è stato caratterizzato da importanti acquisizioni, con le quali lo specialista in tecnologie di accesso sta modificando sostanzialmente la propria offerta. L’ultima, in ordine cronologico, è quella di Teros, che è servita ad aggiungere un firewall per applicazioni Web. Quella precedente, sempre del 2005, ha riguardato NetScaler, società specializzata in soluzioni per la gestione e l’ottimizzazione del traffico applicativo.
Insomma, un anno di cambiamento, il 2005, nel quale Citrix ha ridefinito una proposizione allargata che ora abbraccia, partendo del dominio dell’accesso alle applicaizoni client server, Web e desktop (vi sono lavori in corso su quest’ultimo fronte, con il Project Tarpon), anche il networking e la sicurezza.
Resta un po’ di lavoro da fare per far comprendere, soprattutto ai partner di canale attuali e potenziali, le nuove prospettive di un catalogo che si è ampliato così velocemente. Come nel caso di Access Essentials, la proposta per le piccole e medie imprese lanciata circa sei mesi fa, una sorta di Citrix “leggero” per l’accesso remoto, (monoserver, fino a 75 utenti e comprensivo delle licenze Microsoft Terminal Services), che ha già mostrato di “aver rinvigorito il canale e smosso le aziende”, come ha affermato Filippo Latona, channel manager Citrix Systems Italy, ma dal quale ci si aspetta ancora molto. La nuova versione 1.5 porta in dote soprattutto nuove caratteristiche sul lato amministrazione, come la semplificazione delle procedure di sicurezza per l’accesso.
Ibm, mosse di Business intelligence
Doppia mossa in direzione Business Intelligence da parte di Ibm. La società, infatti, ha rilasciato una nuova versione del proprio sistema di data warehouse e, nel contempo, ha rafforzato la propria partnership con Cognos, fornitore specializzato in sistemi di BI.
La nuova versione 9.1 di DB2 Data Warehouse Edition punta a fornire per la prima volta un sistema esteso e completo, integrando in un colpo solo vari prodotti: Db2 Universal Database, i tool Ibm per data mining e Olap, il tool Db2 Alphablox per lo sviluppo di applicazioni con capacità analitiche embedded, l’application server WebSphere e prodotti di sviluppo Rational. Fin qui, Ibm aveva commercializzato DB2 Data Warehouse Edition come prodotto a se stante, demandando agli utenti le operazioni di integrazione. I prezzi della nuova offerta variano dai 29.500 euro per Cpu per l’edizione base ai 60.000 per Cpu di quella enterprise.
Da sottolineare il fatto che nella soluzione non è più presente la componente Office Connect, anche perché è già previsto che la prossima versione di Db2, attesa più avanti nell’anno, fornisca al proprio interno capacità di connessione con Excel.
Quanto alla partnership con Cognos, si tratta come detto del rafforzamento di un legame già in atto da circa tre anni. Ora nel mirino c’è Cognos 8: le due società si sono impegnate a sviluppare e commercializzare, insieme, sistemi conformi alle SOA (Service oriented architecture), basati su middleware WebSphere e sull’ultima piattaforma Cognos, che secondo gli analisti di Amr Research non ha trovato ancora un forte consenso da parte del mercato. L’obiettivo sarà la realizzazione di soluzioni per mercati verticali, con in prima fila il settore finanziario, quello pubblico e la sanità.

