Home Autori Articoli di Paola Rosa

Paola Rosa

1799 ARTICOLI 0 COMMENTI

Tenersi «in linea»

0

Azienda commerciale specializzata nel settore della distribuzione e supporto di tool e componenti software per applicazioni industriali, ServiTecno conta circa 3 milioni di euro di fatturato e una forza lavoro pari a 20 unità.


Attenzione particolare è quella che la società pone al cliente, anche attraverso il proprio Customer service che accompagna e guida l’utente in tutte le fasi di acquisizione del prodotto, dalla pre vendita, al training fino all’assistenza tecnica post vendita.


Con il crescere del numero dei clienti, è cresciuta anche la necessità di una nuova struttura centralizzata, in grado di coordinare tutte le fasi di vendita e, al contempo, potenziare il servizio di risposta telefonica al cliente. «Stavamo cercando – sottolinea Guido Cogliati, responsabile del Customer Service – una soluzione italiana facilmente implementabile, per accompagnare e seguire l’azienda nello sviluppo futuro».


Il sistema allora utilizzato si stava dimostrando poco flessibile e, dopo una software selection, la scelta di ServiTecno è ricaduta su HelpdeskAdvanced di Pat. Fatta un’analisi preventiva sulle reali esigenze, la società ha proceduto in un paio d’ore all’installazione e, nell’arco di un mese, ha ultimato tutti i diversi processi di consolidamento del pacchetto. Attraverso il servizio di assistenza e supporto tecnico strutturato su differenti livelli, ServiTecno garantisce a ciascun cliente un appropriato servizio di assistenza in base alle differenti necessità.


Gli operatori sono chiamati a fornire ai clienti risposte tecniche precise e puntuali, in tempi rapidi, e spesso trovandosi nella necessità di dover condividere dati all’interno di un unico database in tempo reale. L’adozione di HelpdeskAdvanced ha consentito una facile integrazione con altri sistemi e un veloce apprendimento.


Il Customer Service di ServiTecno prevede, oggi, due differenti modalità di interazione con il cliente. In primo luogo il supporto e l’assistenza tramite telefono o e-mail e, in un secondo momento, laddove non sia possibile una soluzione da remoto, l’intervento di personale specializzato presso il cliente. HelpdeskAdvanced permette di inserire le informazioni in modo rapido, di arricchire la base dati tecnica, rendendola disponibile ad altri operatori nell’immediato. La risposta viene garantita in mezza giornata lavorativa. Inoltre consente di monitorare, tramite report, che i tempi di intervento siano rispettati, oltre a verificare il numero di chiamate aperte e chiuse.


Le prossime evoluzioni riguarderanno la possibilità di integrare le diverse applicazioni inerenti i clienti e utilizzate dai diversi uffici all’interno di un medesimo database, affinché tutte le informazioni ritenute sensibili, quali l’aggiornamento dell’anagrafica, le chiamate in corso, o il numero di quelle ricevute, possano essere utilizzate anche dall’amministrazione o dal comparto commerciale.

«Io e il mio doppio»

0

A volte basta un fulmine, una centralina che va in tilt e la conseguente mancanza di energia elettrica per scatenare una serie di reazioni che si ripercuotono, con effetti devastanti, sui cicli produttivi delle aziende. Non solo. Le realtà industriali, dislocate in sedi differenti, che basano la loro attività sui servizi erogati tramite infrastrutture di rete, subiscono anche un forte danno dovuto ai disallineamenti di dati sui server centrali. Occorre, quindi, che le aziende si dotino non solo di gruppi di continuità adeguati, ma anche di una strategia di business continuity e disaster recovery tesa a evitare le forti perdite dovute a eventi esterni. Dierre ha subito una forte perdita proprio a causa di un’interruzione della linea elettrica. Un blocco di un giorno e mezzo ha determinato la necessità di un investimento volto a garantire la continuità delle attività in qualsiasi condizione, visto che i 50 impianti di produzione di Dierre dialogano attivamente con i sistemi informativi.


Fondata nel 1978, l’azienda offre porte blindate per esterni e interni e conta circa 1.000 dipendenti. Il sistema produttivo di Dierre è totalmente automatizzato. Un applicativo gestionale è collegato a tutti gli impianti, sorti nei dintorni del quartier generale, situato a Villanova d’Asti. Il blocco dei sistemi informativi in seguito all’ultimo blackout ha causato un crollo in tutta la filiera produttiva, dagli impianti alla distribuzione. «Solo pochi camion sono partiti, con bolle compilate a mano – racconta Gabriele Pozzo, responsabile dei Sistemi informativi in Dierre -. Il downtime è durato dalle 22.30 fino alle 17 del giorno dopo. A queste ore si sono sommati altri 90 minuti, necessari per l’accensione del network e dei sistemi connessi». Si è trattato di un campanello d’allarme più che esplicito, avvertito in un momento in cui la necessità di innovazione tecnologica era già stata collocata al vertice delle priorità di investimento aziendali.


Il concetto chiave del progetto, sviluppato con soluzioni Cisco Systems, è la ridondanza degli apparati, soprattutto considerata la struttura dell’headquarter di Dierre. Questa, infatti, prevede due sedi, ubicate a qualche centinaio di metri l’una dall’altra, divise dall’autostrada. I due edifici sono connessi tramite dorsali in fibra ottica monomodali, posate sotto l’autostrada, con throughput e performance di network teoricamente infinite. «A supporto del router principale, un Cisco Catalyst 6509 dedicato alla gestione dei server e su cui si basa il database – tiene a sottolineare Pozzo -, abbiamo replicato la struttura installando un dispositivo gemello, con Supervisor 720, nella sede separata, che svolge funzioni complementari a quelle del primo. È stata, così, creata una Storage area network, governata da uno switch multilayer Cisco Mds 9216, che permette un accesso continuo verso il sito principale, con funzioni di copertura e allineamento dei dati in caso di downtime di una delle due centrali». E la ridondanza è stata anche pensata per gli applicativi, data la centralità della loro funzione in Dierre. Sfruttando l’architettura implementata, infatti, sono state collocate all’interno dei Catalyst 6509 le schede Cisco Csm (Content Switch Module), grazie alle quali è in funzione un vero e proprio server virtuale, a cui viene indirizzato il traffico dei client che si connettono agli applicativi. In caso di indisponibilità di una delle due sedi, il Csm smista gli utenti del software gestionale e del configuratore di prodotto, entrambi applicativi nevralgici, sulla macchina funzionante, tanto che non si ha la percezione fisica del sito in cui il database è attivo.


«L’architettura di rete comprenderà anche una rete wireless, composta da 2 bridge Cisco Aironet 1300, sulla quale transiterà il traffico mission critical, con un livello di Quality of Service tale da non rischiare la congestione del canale – sottolinea Pozzo -. Questo consentirà la continuità necessaria alla produzione anche in caso di problemi alla fibra». La copertura di servizio riguarda anche un gruppo elettrogeno adeguato alla complessità dell’infrastruttura e alcuni diodi collocati sui bridge, pronti a deviare sulla terra eventuali fulmini.

Bi sullo scaffale

0

Attualità nella proposta moda, qualità nei materiali e attenzione alla produzione sono alla base della filosofia di Grotto, azienda che produce e distribuisce i capi di abbigliamento Gas e che conta più di 300 dipendenti nella sede centrale e 1.500 collaboratori suddivisi tra le filiali e le unità produttive presenti all’estero. Il progressivo potenziamento delle strutture commerciali e della rete di vendita hanno elevato Gas a marchio internazionale, con 3.500 punti vendita. Le esportazioni, che per il momento rappresentano il 38% del fatturato totale, sono in aumento e vengono assorbite per oltre la metà dall’Europa, presidiata da 5 filiali (Germania, Francia, Spagna, Regno Unito e Ungheria).


Un ruolo di primario interesse è interpretato dallo sviluppo del retail diretto: a oggi sono infatti 35 (tra flagship, store e outlet) i punti vendita Gas di proprietà dell’azienda, senza considerare gli oltre 90 negozi e corner monomarca in franchising. Questa evoluzione ha creato il bisogno, all’interno della direzione commerciale, di una soluzione strutturata per analizzare giornalmente la situazione dei negozi. I dati da acquisire ed elaborare provenivano dai diversi processi aziendali ed era necessaria una visione d’insieme e l’approfondimento dei singoli dettagli.


La copertura informativa richiesta era molto articolata e riguardava tutte le attività chiave del business, dalla verifica del venduto dei negozi, all’analisi dei modelli/tessuti/vestibilità più richieste nei diversi mercati per finire con gli indici di rotazione dei magazzini.


La società ha intrapreso uno studio per individuare lo strumento che meglio rispondesse ai requisiti tecnologici per l’integrazione di dati provenienti da basi dati diverse, distribuite su più piattaforme. La soluzione avrebbe dovuto, inoltre, permettere di gestire analisi estemporanee, fornendo strumenti di facile utilizzo direttamente all’utente finale, senza caricare i sistemi informativi con ulteriori oneri e costi di sviluppo.


Analizzando l’offerta sul mercato, la scelta è ricaduta su QlikView di QlikTeck, che consente flessibilità nella preparazione dei cruscotti aziendali rivolti alla direzione e facilita la costruzione di form specifici per i singoli utenti.


La direzione Retail ha identificato il dettaglio di ogni informazione e, ove necessario, sono state definite le regole da applicare ai singoli dati. I Sistemi informativi assieme agli esperti di QlikView Italy hanno organizzato la base dati e istruito il personale Edp e gli utenti rendendoli in breve tempo autonomi nell’elaborazione e produzione dei form richiesti. L’obiettivo dell’azienda è di utilizzare QlikView, come data warehouse centrale aperto alle richieste di informazioni dell’azienda. I documenti sono fruibili dagli utenti in sede e trasmissibili a quelli esterni via e-mail.


Il prossimo step sarà costituito dall’installazione della versione Server per permettere la pubblicazione dei dati su Web rendendoli consultabili da tutte le realtà esterne alla sede centrale.

Il dato in laboratorio

0

Quello della diagnostica per immagini è un settore innovativo della scienza medica moderna. È questo il comparto di punta in cui opera Bracco, gruppo internazionale, presente in 115 paesi di tutto il mondo. Le sue attività principali consistono nello studio, realizzazione e commercializzazione di mezzi di contrasto e soluzioni per la diagnostica attraverso le immagini. In Italia, la divisione Farmaceutica si occupa anche di prodotti etici e da banco. La ricerca della società si sviluppa su tre centri, localizzati a Milano, Ginevra e Princeton (New Jersey). L’organizzazione, per quanto riguarda la gestione delle risorse tecnologiche, si sviluppa in due sedi principali.


«L’It di Milano – racconta Marco Maioli, responsabile It del Gruppo Bracco -, presidia le sedi europee e coordina le attività delle sedi di Princeton e del Nord America».


Dal 1998, quando è stato implementato Sap R/3, l’infrastruttura It si è evoluta, tanto che oggi, a livello europeo, esistono 140 server basati su Windows 2000 e 2003. «Circa 120 – continua Maioli – sono installati nel data center di Milano, mentre altri venti sono sparsi nelle sedi periferiche». L’uniformità degli ambienti applicativi ha consentito, comunque, di gestire un’infrastruttura piuttosto complessa con un numero di risorse abbastanza contenuto. «Nella fase più recente – spiega ancora Maioli -, abbiamo centralizzato la gestione delle risorse, escludendo dall’architettura l’ambiente mainframe notevolmente ridotto, implementando tra l’altro una Storage area network, inizialmente basata su un sistema Emc Clariion Fc4700». L’operazione ha riguardato, oltre alle macchine Sap, anche i server di posta elettronica e il file system. «È stata adottata un’infrastruttura con soluzioni di clustering, necessaria per garantire alle varie unità il livello di operatività richiesto – precisa il manager -. Complessivamente, gli utenti dei nostri sistemi nel mondo sono 2.000, di cui più di 800 nella sola sede meneghina».


Nel corso del 2004, i sistemi It di Bracco sono stati oggetto di un’ulteriore modifica, che ha visto l’implementazione dei nuovi Clariion Cx600, corredati del software utile ad accelerare le procedure di backup e recovery. «La seconda macchina – aggiunge Maioli -, è il nucleo della soluzione di disaster recovery di campus. Questa scelta ci garantisce alcuni vantaggi, tra i quali il contenimento dei costi dell’operazione». Per realizzare tale soluzione, in modo adeguato alle effettive esigenze, Bracco ha suddiviso tutti i servizi interni in tre categorie, in base alla criticità e, quindi, alle necessità di ripristino più o meno immediate. I servizi più critici sono appoggiati su San o sono in corso di migrazione. «La tendenza alla centralizzazione dell’infrastruttura continua – conclude il manager – anche con l’implementazione di soluzioni di virtualizzazione, che sono basate su tecnologia VmWare (società del gruppo Emc -ndr)». Quindi, il prossimo passaggio consisterà nella riduzione dei server fisici con un passaggio a quelli virtuali: per consentire una maggiore facilità di gestione e il ripristino dell’operatività in caso di problemi.

Il Far East è vicino

0

Con una presenza globale sul territorio e un team di oltre 6.000 persone, Emerson Network Power concentra le attività produttive dei propri Ups per il Vecchio Continente in due plant: a Piove di Sacco, nei pressi di Padova, e a Nove Mesto, in Slovacchia. Per i modelli Micro e Small, le attività direzionali sono condotte dalla sede di San Giuliano Milanese. Il 50% degli approvvigionamenti proviene dal Far East, da aziende del gruppo e da fornitori esterni.


A partire dal 2000, la società ha riorganizzato i propri processi aziendali. «La continua oscillazione del mercato – esordisce Mario de Leva, Supply chain manager di Emerson Network Power -, ci ha spinto a cercare metodologie di lavoro volte a snellire lo svolgimento delle attività produttive e di servizio ai clienti finali». La società si è allora proiettata verso il concetto di lean manufacturing, insieme di strumenti e tecniche finalizzati a prevenire gli errori umani nell’operatività e a eliminare gli sprechi. «Una simile revisione dei processi d’impresa ha comportato il coinvolgimento delle aree logistiche – prosegue il manager -. La complessità della catena di fornitura, in quanto i nostri partner sono distribuiti a livello locale, nazionale e internazionale, ha richiesto un aggiornamento tempestivo dei dati nei sistemi informativi». Si è presentata dunque la necessità di scegliere uno strumento informativo di rapida implementazione e dal semplice utilizzo, che consentisse l’integrazione dei partner più strategici, anche quelli del Far East.


«I paesi principali sono Taiwan e Cina – esordisce Marina Bossi, Micro & Small Ups logistic manager di Emerson Network Power -. Dalla sede di San Giuliano Milanese vengono inviati gli ordini di acquisto; la merce viene trasferita, in circa quattro settimane, via mare al nostro hub olandese. Da qui raggiunge il cliente finale. Il ritiro della merce ordinata era effettuato con container che possono contenere 3.000 unità, talvolta con un chiaro avanzo di spazio». Una rigidità di gestione che andava sorpassata rendendo la comunicazione tra l’azienda e i fornitori orientali più semplice e trasparente per ottenere un livello di dettaglio per unità anziché per container e avere un carico di magazzino più lineare.


Nel 2001 la società ha adottato Manem. «La soluzione di Joinet ci è sembrata rispondente alle nostre esigenze, in quanto ci consente di generare simultaneamente e automaticamente un ordine di produzione alla fabbrica e una richiesta di commessa ai fornitori coinvolti nella realizzazione di quel particolare prodotto», commenta de Leva. Dopo un iniziale progetto pilota, sono stati implementati moduli aggiuntivi, come forecasting, invoicing e backlog, e integrati complessivamente 23 fornitori (dall’ottobre 2004, anche quelli del Far East). «Quando si genera un work order – prosegue il manager -, il codice prodotto viene scomposto in codici componenti inviati ai fornitori interessati attraverso un’informazione di backlog, in contemporanea alla fabbrica incaricata della produzione. Il ciclo d’ordine è interamente gestito. In particolare, il nostro sistema Erp interfacciato con l’hub olandese, registra automaticamente ogni utilizzo della merce ordinata in consignment stock e trasmette a Manem i dati in modo da consentire ai fornitori di fatturare settimanalmente gli effettivi consumi».


Al miglioramento nella gestione della supply chain in termini di velocità e sicurezza si è aggiunta la riduzione degli errori umani, grazie all’automatizzazione di molte operazioni, come per esempio il download dei documenti di trasporto. Una migliore qualità nella comunicazione consente all’azienda di avere sempre ben visibile lo stato delle merci in transito e in consignment, fino a ottenere l’auspicata possibilità di caricare contabilmente a magazzino esclusivamente le singole unità necessarie a coprire gli ordini in spedizione. Una flusso continuo a magazzino, dunque, che equivale ad una riduzione dell’80% in due mesi circa del valore delle giacenze, con un impatto visibile sul bilancio e nessuna penalizzazione delle esigenze di disponibilità di scorte.

Il lavoro nell’era Web

0

Mario Bianco può essere considerato uno dei “grandi vecchi” del mercato del lavoro in Italia. Consulente di direzione da quasi un trentennio, dirige da parecchi anni l’agenzia di selezione del personale Selebi, a Milano e ha da poco pubblicato la quarta edizione della guida “Gli indirizzi che contano per trovare lavoro” (si veda riquadro). Ci siamo avvalsi della sua esperienza per studiare com’è cambiato il mondo della ricerca di personale nel corso del tempo, ovviamente focalizzandoci sulle professionalità informatiche.

Esiste, innanzitutto, una specificità del lavoro nell’Ict? Si tratta di un comparto che presenta caratteristiche peculiari o che le aveva un tempo e oggi, magari si è standardizzato?


«Si può rispondere osservando l’evoluzione della ricerca di personale, soprattutto nella fascia alta delle professionalità Ict. Una volta quello che si chiamava Edp manager era sostanzialmente un tecnico, mentre oggi, sempre più, deve avere capacità di organizzazione. Chi cerca questo genere di figure preferisce soggetti che, accanto ai soliti Erp e simili, sappiano gestire persone e impostare strategie. Evidentemente, questo è un segno dei tempi, che avvicina il Cio ad altre soggetti forti nell’organizzazione dell’impresa. Questo soggetto dev’essere in grado di decidere cosa mantenere in gestione interna e cosa delegare in outsourcing, perché questa è una tendenza marcata e non solo nell’informatica. Per quanto riguarda i professionisti “intermedi” rimane una certa specificità. Tra i plus che oggi fanno la differenza, poi, ci sono la conoscenza della normativa sulla qualità e possibilmente una certificazione, oltre all’ovvia competenza su Internet e sulla sicurezza».

Si può individuare uno spartiacque nelle modalità di ricerca delle figure professionali nel nostro settore?


«Certamente l’avvento delle reti. Il fenomeno è partito alcuni anni fa ed è ancora oggi ciò che fa evolvere le richieste. La convergenza di computer e telefono sta cambiando l’assetto stesso del mercato, tant’è che i carrier si stanno già attrezzando per reggere l’impatto della voce su Ip. Conoscere questi scenari indubbiamente aiuta, così come è importante saper impostare un sistema informativo organizzato per gestire soggetti che lavorano in remoto, non solo in termini di accessibilità e di sicurezza, ma anche potendo aggiornarli dal centro su sistemi operativi, programmi e policy adottate dall’azienda».

Quali sono le caratteristiche richieste oggi a un It manager?


«Deve conoscere bene le funzioni aziendali, avere capacità organizzative, ma anche essere aggiornato su ciò che di innovativo il mercato propone, riuscendo a intuire quello che può essere realmente utile alla propria azienda. Questo, però, non deve far perdere di vista la conoscenza delle tecnologie-chiave sulle quali le imprese hanno basato la propria informatizzazione. Per intenderci, chi cerca sul mercato queste figure non prescinde da un buon livello di esperienza sugli Erp. Una tendenza degli ultimi tempi è l’esperienza in progetti internazionali, richiesta anche da realtà con base e attività in Italia».

Come sono cambiati, nel tempo, i canali attraverso i quali si svolge la ricerca del lavoro?


«Basta osservare come oggi arrivano i curriculum dei candidati. In pochi anni, il sistema postale è stato pressoché totalmente rimpiazzato da Internet, anche per gli operatori storici. Per la ricerca di figure specializzate, oggi si segue in larga parte la via della ricerca diretta. Per le altre, si procede con gli annunci sui quotidiani oppure attraverso i siti Internet nel frattempo divenuti importanti».

Dati i tempi, il turnover sul mercato appare oggi senz’altro minore rispetto al passato. Quali sono i candidati che oggi si presentano per una posizione aperta e cosa stanno cercando?


«Qui le cose sono cambiate nel tempo. Una volta, chi selezionava doveva stare attento che il curriculum fosse omogeneo e poco discontinuo in termini di cambiamento di posti di lavoro. Chi cambiava spesso non dava garanzia di affidabililità. Negli ultimi anni, prima con l’onda della new economy e poi con l’avvento del lavoro interinale, la situazione si è capovolta. In primo piano, ora, sono passati criteri come la competenza o la volontà di seguire un percorso di carriera. Certo, il lavoro a tempo determinato sta creando danni alla generazione che oggi si affaccia sul mondo del lavoro, poiché molti giovani vengono impiegati per attività molto operative, quando invece servirebbe soprattutto la formazione, per creare nuovi specialisti e futuri responsabili».

Si può ancora parlare, oggi, di fenomeno dello skill shortage?


«Senza dubbio. A dispetto del fatto che si ricevono più curriculum per singola ricerca, quando occorre trovare uno specialista, anche in settori consolidati come gli Erp, si fa una grande fatica. È anche cambiata la tipologia di figure richiesta. Se ancora alla metà degli anni Novanta erano in voga gli analisti programmatori, ormai in cima alla lista si sono portati i sistemisti di rete e chi ha competenze nel mondo Internet. Su quest’ultimo fronte, anzi, si può dire che una conoscenza del Web sia ormai richiesta anche alle segretarie, soprattutto se di alta direzione. Quasi scomparsi, invece, alcuni soggetti, come gli specialisti Cad, segno del declino industriale del Paese».

Consiglierebbe a un professionista dell’It, oggi, di cercare comunque, anche al di là della situazione economica complessiva, di attivarsi per cambiare lavoro?


«Nell’attuale contesto il cambio potrebbe essere rischioso. In ogni caso, è sempre opportuno vagliare tutte le opportunità, ma occorre stare più attenti, magari guardando prima su Internet le caratteristiche dell’azienda che sta cercando lavoro. E a tutti i candidati consiglio di fare molte domande, anche al consulente che sta facendo la selezione».

Cisco

0

Stefano Somenzi è arrivato in Cisco Systems Italy nel 1996 in qualità channel account manager, per poi assumere posizioni di crescente responsabilità nella struttura di canale. Oggi è stato nominato direttore divisione business della filiale italiana, ruolo in cui avrà l’incarico di definire le strategie relative al mercato italiano delle imprese di piccole, medie e medio grandi dimensioni.
Prima di entrare in Cisco, Somenzi ha lavorato in aziende come Tenovis Italia, Vantage Point Consulting Group, Novell, Microsoft e Olivetti.

a cura di Laura Marinoni Marabelli

La prevenzione fa perno sul database

0

Un database della sicurezza per ridurre i rischi e migliorare l’accessibilità ai dati. Si tratta di un nuovo approccio alla protezione, che permette alle organizzazioni di normalizzare e correlare tutti gli eventi (attacchi, tentativi di intrusione o altro) e i log che si generano dai diversi dispositivi di sicurezza utilizzati (come firewall o sistemi di prevenzione delle intrusioni). Questo permette ai responsabili It di centralizzare la gestione di tutti gli apparati, riducendo il numero di falsi positivi e falsi allarmi, immagazzinando le informazioni relative. In realtà, questo comporta un incremento esponenziale di storage ma si tratta di procedure che, spesso, sono ormai obbligatorie per legge.

Benefici consistenti


Le imprese dovrebbero, tuttavia, valutare i benefici offerti dal Sem (Security event management) per il governo delle proprie infrastrutture It. Questo approccio sembra stia guadagnando consensi, almeno stando a Yankee Group. L’analista stima che, per l’anno in corso, il giro d’affari mondiale legato al Sem si attesterà intorno ai 330 milioni di dollari con ampie prospettive di crescita in futuro. In realtà, questo approccio distingue due diverse tecnologie, una che si focalizza sull’identificazione delle minacce e sul tentativo di rispondere efficacemente alle stesse; l’altra che si specializza sulle esigenze di supervisione e reportistica. A queste si affiancano ulteriori requisiti nel caso in cui si vogliano perseguire obiettivi di presidio delle minacce interne. Ciascuna di queste esigenze richiede un approccio diverso all’immagazzinamento e richiamo dei dati. Nel caso della risposta agli incidenti, occorre predisporre degli agenti in grado di normalizzare (cioè rendere omogenei) correlare e filtrare gli eventi prima che questi vengano inseriti all’interno dei database. La correlazione in tempo reale avviene sulla memoria, perché le query sui database generano latenze. Questo significa che occorrerà sfruttare l’intelligenza dei dispositivi e degli agenti, così che il sistema sia in grado di rispondere prontamente, cosa questa che è sicuramente apprezzabile nel caso in cui l’obiettivo sia di reagire prontamente alle minacce ma che risulta non ottimale per le attività di reportistica. Infatti, proprio in virtù del fatto che i dati sono filtrati prima del loro inserimento nel database, è più facile che vengano "smarriti". Le necessità di uniformarsi agli obblighi di legge dovrebbe far propendere, al contrario, per un sistema che preveda il non-filtraggio a priori delle informazioni. Questo, però, renderebbe lungo il processo di richiamo (query) dei dati, cosa non ammissibile se si vuole utilizzare il sistema per rispondere rapidamente alle minacce.

I colli di bottiglia


Si tratta, quindi, di esigenze contrastanti, specie se si tiene conto dei limiti dei database relazionali. Anche nelle migliori condizioni, infatti, sono in grado di gestire al più 1.000/2.000 inserimenti al secondo. I dispositivi di protezione utilizzati in azienda generano, invece, decine di migliaia di eventi al secondo e il database finisce, quindi, per diventare il collo di bottiglia di tutto il sistema. Inoltre la maggior parte dei dati relativi alla sicurezza (come i file di log) sono file di testo o, in generale, file destrutturati che un database relazionale non è in grado di gestire al meglio. L’esplosione dei dati potrebbe portare all’incremento dei costi di questi sistemi, legati allo staff tecnico e alla necessità di consolidare in data warehousing le informazioni sparpagliate tra i diversi database, allo scopo di costituire un valido supporto alle esigenze di analisi (come illustrato in figura).

Piccolo glossario delle minacce informatiche

0

Dialer: dispositivo hardware o software capace di comporre un numero telefonico, come se fosse digitato manualmente. I dialer possono stabilire una connessione remota per l’accesso a un servizio (tipicamente per scaricare loghi e suonerie, file Mp3 o sfondi) che viene pagato attraverso la bolletta telefonica. Generalmente nascosto all’interno di un’applicazione autoinstallante, il dialer disconnette il modem dell’utente dal suo abituale provider e lo indirizza su un numero caratterizzato da una tariffa supplementare.


Firewall: questo termine indica sia un dispositivo hardware sia un’applicazione, che hanno lo scopo di proteggere la rete locale da accessi non autorizzati, bloccando le porte con cui il sistema comunica all’esterno. Posto normalmente fra la rete locale e Internet, nel perimetro che include il router, il firewall viene configurato in modo da proteggere il network stesso o le applicazioni di un pc.


Hacker/Cracker: con il termine hacker si indica una persona abile nell’utilizzo di computer o programmi informatici, nell’elaborazione di codici e applicazioni. Nell’uso corrente, questo significato assume spesso una connotazione negativa, identificando l’hacker con qualcuno che "cerca di violare i sistemi informatici". Quest’ultimo tipo di hacker, più correttamente identificabile come un "cracker", è un programmatore esperto con sufficienti conoscenze tecniche per capire e sfruttare i punti deboli di un sistema di sicurezza.


Macro: si tratta di una sequenza di comandi e azioni eseguiti da tastiera o con il mouse e salvati, in ordine cronologico, per poter essere ripetuti automaticamente una seconda volta. Si impiegano macro in programmi di office automation o desktop publishing, per ottimizzare funzioni ripetitive o salvare azioni di particolare importanza. In ambito di sicurezza, questo termine identifica un virus con il potere di infettare i programmi e causare una sequenza di azioni dannose per il pc.


Patch: una patch (denominata anche "fix") è la riparazione di una parte dei programmi informatici che mostrano instabilità o problemi connessi con la sicurezza. Spesso temporanea, in vista dell’integrazione nella versione successiva delle applicazioni stesse, una patch sistema i problemi (chiamati anche "bug") riscontrati in un determinato programma durante la sua esecuzione. Si tratta, quindi, della soluzione immediata fornita agli utenti da parte dei produttori di software.


Phishing: non esiste ancora un’adeguata traduzione in italiano, ma si potrebbe definire come "truffa/contraffazione". Si tratta di un raggiro perpetrato mettendo online pagine simili a quelle di note banche e operatori dell’e-commerce. I navigatori, attirati con un trucco su tali pagine, sono indotti a rivelare dati riservati, come i numeri di carta di credito e le password, utilizzabili dagli autori dell’illecito.


Spamming: lo spamming consiste nell’invio massiccio di messaggi di posta elettronica, a carattere pubblicitario e commerciale, senza alcuna preventiva richiesta da parte del destinatario. È, quindi, un bombardamento indiscriminato di messaggi, vietato dalla normativa sulla privacy (Dl 196/2003). Il danno più evidente è associato ai costi legati alla manutenzione necessaria per rimuoverlo.


Trojan horse: è un programma modificato, che esegue funzioni potenzialmente nocive all’insaputa del possessore, a cui il programma appare funzionare normalmente. Fedele al mito ellenico, il suo scopo è di consentire l’accesso dall’esterno, non autorizzato, al sistema su cui viene eseguito.


Virus: si tratta di un codice informatico scritto con l’esplicita intenzione di replicare se stesso in modo autonomo attraverso programmi o messaggi di posta. Può danneggiare l’hardware, il software e le informazioni contenute su pc e periferiche. Esistono migliaia di virus. In comune hanno la capacità di duplicarsi, la possibilità di eseguire operazioni potenzialmente dannose sui sistemi infetti, attivarsi in contesti o momenti determinati.


Worm: un worm ha caratteristiche simili a un virus. Si duplica automaticamente e può farlo in modo estremamente rapido. A differenza di un virus, non si attacca ad altri programmi, ma tende a mantenersi autonomo e non necessariamente provoca danni diretti (come cancellare file). Con la sua esistenza può, tuttavia, limitare seriamente banda e risorse a disposizione dell’utente o essere causa di attacchi informatici. Generalmente si diffonde fra server in rete, sfruttando vulnerabilità note per penetrare in sistemi non protetti.

L’instant messaging senza fili

0

Per l’instant messaging è un momento di gloria. Nato quasi come un gioco, per far chiacchierare (via chat) gruppi di amici, oggi viene visto come potenziale strumento di produttività aziendale: un mezzo per comunicare e collaborare a distanza che supera il concetto di telefonia classica. All’instant messaging si aggiunge la presenza (presence in inglese), una soluzione che consente di vedere se l’interlocutore è presente, ovvero se è collegato in quel momento e con quale dispositivo. Si possono anche scambiare file e condividere applicazioni.


Attualmente sono in corso studi e sperimentazioni per trasformare l’Instant messaging in uno strumento di lavoro professionale, superando i limiti dei sistemi consumer più diffusi, come Skype, Msn e Yahoo! e utilizzando come standard Sip, il protocollo che si è già imposto nella Voice over Ip.

Arriva l’Emim


In questo scenario si inserisce una interessante previsione di Yankee Group che ipotizza, da qui a un lustro, la nascita di un mercato per quello che definisce Emim, ovvero Enterprise mobile instant messaging, un’estensione al mondo della mobilità.


Oggi, infatti, i servizi commerciali di Im per terminali cellulari sono quasi inesistenti, sia in Europa sia negli Stati Uniti, ma in futuro si prevede una certa diffusione di queste applicazioni, in un contesto che vede la comunicazione fissa integrarsi sempre di più con quella mobile. I manager potranno, con questo strumento, comunicare in tempo reale, lavorare in gruppo anche se distanti, gestire facilmente le persone del proprio team, distribuire rapidamente informazioni critiche.


È probabile che l’Emim inizierà a diffondersi prima negli Usa, dove non sono molto utilizzati gli Sms. Da noi, invece, è noto che i messaggini sono diventati una significativa fonte di guadagno per gli operatori, i quali non saranno molto invogliati a proporre un’alternativa migliore ai propri clienti.

Rim, Microsoft e Nokia al via


I vendor, dal canto loro, si stanno muovendo. Rim e Microsoft stanno lavorando per portare l’Im e la presence su alcuni modelli di Blackberry e sui server attraverso Office Live Communicator Server 2005. La disponibilità è prevista per fine anno. La società di Bill Gates, inoltre, sta lavorando a un thin client di Im per i propri dispositivi mobili. Il client è basato su Office Communicator 2005 e integrerà Im, voce, telefonia e Web conferencing. Il client girerà su Windows Mobile 2003 Second Edition e sulla nuova versione 5.0. La beta uscirà entro l’anno.


Nokia, dal canto suo, supporta l’Im dall’inizio dell’anno nel modello 6822, che dispone di una tastiera completa.

I limiti dei portali per la mobilità

0

Gli operatori si trovano di fronte a un problema. Il loro desiderio di sviluppare e lanciare rapidamente nuovi servizi in grado di catturare l’immaginazione degli utenti finali, moltiplicando il fatturato relativo ai dati mobili, si scontra, infatti, con i lunghi tempi di sviluppo degli apparecchi cellulari e la complessità del porting delle applicazioni su dispositivi eterogenei. Tutto ciò rende eccessivamente lenta e costosa l’introduzione sul mercato di massa di modelli di telefono in grado di supportare i servizi innovativi che gli operatori stessi desiderano commercializzare.


La necessità di soddisfare tanto le esigenze in rapida evoluzione degli operatori quanto le specifiche degli apparecchi, al fine di porli nella condizione di supportare nuovi servizi, mette i produttori di cellulari di fronte a un problema complesso che, per coloro che sapranno risolverlo in maniera tempestiva e conveniente, potrà tramutarsi in una fantastica opportunità. I costruttori di cellulari in grado di trasferire sul mercato di massa nuove applicazioni e interfacce innovative con la massima rapidità possibile beneficeranno, infatti, di grandi ritorni. È ormai tramontata l’epoca in cui era soltanto l’aspetto esteriore a far vendere i cellulari: oggi l’interfaccia utente e i servizi disponibili sull’apparecchio sono altrettanto fondamentali.


Nuovi tipi di contenuti e dispositivi significano nuovi servizi, e nuovi servizi significano nuovi tipi di interazione tra reti e dispositivi, con la necessità di un’evoluzione nei modelli di gestione dell’informazione implementati attualmente dai browser. Operatori e produttori di cellulari devono quindi sviluppare interfacce intuitive capaci di integrare molteplici servizi per creare e contemporaneamente soddisfare la domanda degli utenti finali.


Nei mercati mobili più avanzati come il Giappone hanno già iniziato a comparire servizi dati basati su modalità totalmente nuove di interazione con gli apparecchi. Contenuti video possono essere inviati all’istante verso un cellulare ed essere quindi visualizzati da client nativi esterni al browser, mentre i nuovi servizi "push cast" permettono di erogare direttamente i contenuti ad apparecchi che si trovano in stand-by. La domanda di nuovi modelli di interazione con i servizi è in forte crescita sia in Europa che negli Stati Uniti e gli operatori impegnati su questo fronte stanno suscitando l’interesse degli altri esponenti del settore.


Operatori e produttori stanno iniziando a prendere coscienza del fatto che gli attuali portali Web sono insufficienti per creare queste nuove tipologie di servizi dati integrati e mobile-centric. Il successo nell’incrementare il fatturato dati ottenuto dai download che utilizzano ambienti di sviluppo Java o Brew (Binary Runtime Environment for Wireless) ha già posto in luce le limitazioni dei portali quale unico strumento per la ricerca e la scoperta di contenuti altamente redditizi, generando interesse per l’erogazione di contenuti mobili avanzati tramite altri strumenti.

Il flop del Wap


Il potenziale futuro dei normali browser Wap quale fondamento di servizi dati interattivi è chiaramente limitato. Lo standard Wap si basa infatti su un modello di interazione "clicca e attendi" la cui natura stessa può spingere gli utenti ad abbandonare un servizio prima di aver trovato contenuti interessanti, provocando un mancato guadagno. Inoltre, gli sviluppatori di contenuti mobili e i progettisti Internet richiedono un framework maggiormente accessibile in grado di rendere più semplice ed efficiente l’uso di tool di sviluppo complessi come C++ che, per quanto efficaci, richiedono una progettazione estremamente accurata e, conseguentemente, più costosa.


Anche la necessità di supportare dispositivi dotati di differenti componenti software embedded limita la capacità degli operatori di aggiornare i servizi una volta che gli apparecchi sono in commercio, incrementando la complessità della gestione e dell’assistenza al cliente.

Nuovi modelli di interazione


Per rispondere alla crescente domanda relativa a nuovi modelli di interazione e a un superiore grado di segmentazione dei dispositivi, le tecnologie dei browser mobili si stanno evolvendo oltre il tradizionale ruolo di portale attraverso il quale navigare all’interno di una versione in scala ridotta del Web per trasformarsi in veri e propri veicoli per lo sviluppo e il download di applicazioni altamente mirate e personalizzate.


Gli ambienti applicativi Web offrono un’interessante alternativa alle applicazioni embedded o native. Gli operatori possono, infatti, estendere il loro livello di controllo sulle principali interfacce rinforzando la propria visione del servizio e offrendo agli utenti esperienze notevolmente migliorate in termini di intuitività e prontezza di risposta.


Un importante elemento di questo nuovo modello è rappresentato dallo script. A livello estremamente elementare, lo script facilita l’accesso a contenuti Web più ricchi e dinamici e consente di navigare più rapidamente poiché trasferisce alcuni elementi delle applicazioni Web dal server al cellulare e integra la logica di controllo in ogni pagina. Mark-up e script vengono utilizzati inoltre quali potenti strumenti per lo sviluppo e la rapida implementazione di applicazioni locali in grado di interagire con i contenuti in rete e con le principali funzionalità embedded dei cellulari quali stack per messaging, storage, codec multimediali e interfaccia utente.


Il settore sta rapidamente andando oltre il concetto di browser come applicazione separata per adottare un modello nel quale il browser funge invece da motore per contenuti e applicazioni dinamiche oltre che per una personalizzazione flessibile. È quindi fondamentale per i produttori supportare servizi dati in grado di rivitalizzare il fatturato migliorando l’esperienza dati sui dispositivi mobili e consentendo agli operatori di erogare contenuti maggiormente interattivi e intuitivi.


In definitiva, sarà la domanda del mercato e non la sola tecnologia a stabilire quali apparecchi saranno vincenti. Il primo passo è rappresentato dalla scelta della giusta combinazione di servizi e applicazioni attraverso la piena comprensione di ciò che gli abbonati utilizzano e desiderano. Il passo successivo è costituito dalla creazione di un fondamento comune che consenta ai produttori di dispositivi di combinare funzionalità e interfacce diverse per dare vita ad apparecchi perfettamente allineati con le vision degli operatori in merito ai servizi da fornire ai clienti.

Benoit Schillings
Client group Chief technology officer di Openwave Systems

La wireless e-mail “contagia” i manager

0

Il futuro della mobilità in azienda deve fare i conti con le problematiche dell’It, puntare a integrare (e non sostituire) le tecnologie che già oggi svolgono bene il loro ruolo e guardare alle reali esigenze manifestate dagli utenti, come la posta elettronica e la riduzione dei costi. È una vision pragmatica, che mette in secondo piano i terminali a favore delle soluzioni, quella presentata da Nokia in occasione della convention europea dedicata agli sviluppatori di applicazioni per il mondo business. Non a caso, a presentarla è un ex manager Ibm, Scott Cooper, da poco in forze alla casa finlandese nel ruolo di vice president, mobility solutions, enterprise solutions.


Cooper prende le mosse dall’evidenza che, nell’It, il valore è sempre stato rappresentato dal dato. Quello che è stato fatto negli anni è spingere questi dati verso una comunità di utenti sempre più ampia.


"Nella mobilità è la stessa cosa – spiega -: cerchiamo di portare i dati nel punto in cui si lavora. La gara verso il mass market per l’enterprise mobility è già partita, perché il lavoro non è più legato alla scrivania e la tecnologia sta solo cercando di tenere il passo".


La sua esperienza nell’It porta Cooper anche a constatare che, in azienda, non si butta quasi mai niente: i programmi Cobol sono ancora fra noi, per fare un esempio. Il successo arriva, invece, quando si integrano tecnologie già in uso, come nel caso degli Erp, mettendo nelle mani di un maggior numero di persone le informazioni in precedenza relegate nei sottoscala dell’It.


"La comunità dei vendor ha un ruolo importante – sottolinea Cooper -: deve integrare le tecnologie, rendendo i terminali facili da usare per gli utenti e rispondenti alle esigenze dei dipartimenti It. Abbiamo capito dai clienti che nessun vendor può cambiare quello che per anni è stato usato in azienda. Bisogna costruire sopra l’esistente, senza sostituire. Nessuno, nemmeno Nokia, può dominare tutto. Il nostro approccio è diverso da quello di altri vendor, il mercato ci dirà se è giusto o meno".


Ciò che contraddistingue il settore del mobile è che la base di utenti esiste già. L’obiettivo ora è portarla a usare terminali più intelligenti, gli smartphone, per fare le cose che sono abituati a fare con il pc e che, prima dell’era della personal productivity, si facevano con i terminali dei mainframe, attraverso la rete.


Tutto questo, sostiene Cooper, è in fase esplosiva. Al momento, le applicazioni business sono usate da una nicchia di aziende, ma presto diventeranno di massa.

Il boom atteso dell’e-mail


Il fenomeno del momento, innescato da Rim con il Blackberry, è quello dell’e-mail. La previsione Nokia, peraltro largamente condivisa, è che la crescita degli utenti continuerà in modo esponenziale. "Circa 650 milioni di impiegati oggi hanno una mail box – puntualizza il manager – e, nelle aziende più grandi, sono quasi equamente divise fra Microsoft e Ibm, circa 40% a testa, con un 20% di altri vendor. I terminali mobili venduti finora che servono per l’e-mail sono solo 3 milioni. Siamo davvero solo all’inizio". In pratica, lo sviluppo attuale del mercato della mobile e-mail è oggi come quello dell’e-mail su pc nel 1992. Fu quasi dal giorno alla notte che le aziende si resero conto che questo nuovo strumento di comunicazione era fondamentale e iniziarono a chiedere infrastrutture solide per implementarla su larga scala: si passò da 2 milioni di posti di lavoro a 200 milioni in 5 o 6 anni. Una vera esplosione, che diede vita a un fenomeno sociale, oltre che di business.


Il parallelo è immediato. "Oggi – riprende Cooper – un ristretto circolo di persone utilizza l’e-mail in mobilità e non ne può più fare a meno. In pochi anni passeremo dalla penetrazione dell’1% dei senior executive di adesso al 20-30%, con un significativo calo dei costi, man mano che si raggiungerà la maturità".


Il problema da superare è che manca il controllo da parte delle persone dell’It, che sono per questo scettiche. È già motivo di preoccupazione il fatto che un impiegato possa portarsi a casa il notebook, con tutti i dati sensibili dell’azienda. Ancora peggio se è un telefono a contenere le informazioni: si può facilmente rompere o perdersi. L’impegno preso da Cooper è quello di lavorare insieme ai partner per realizzare questo scenario. I vincitori saranno coloro che riusciranno a mettere insieme le tecnologie nel modo migliore, semplificando e rendendo economiche le soluzioni.

I risparmi sulla voce


Un altro trend importante riguarda la voce, un ambito in cui Nokia ha una maggiore credibilità ed esperienza. L’utilizzo del telefono cellulare è in aumento in tutto il mondo e nel 2007, secondo le previsioni, il traffico voce sul mobile sarà uguale a quello sul fisso. "Oggi il 30% della spesa It è telefonia – specifica il responsabile -. La quota maggiore è riferita al mobile, e questo perché quando un manager deve fare una telefonata a New York, non pensa a usare la linea più economica. Si genera così un costo nascosto e qui ci sono grandi opportunità di risparmio". Con i centralini Ip, infatti, la telefonata potrebbe essere inoltrata in modo più intelligente ed economico: serve, dunque, l’integrazione fra l’infrastruttura di telefonia fissa e quella cellulare.


Sono i clienti a chiederlo. In effetti, negli ultimi due anni, lo sforzo dell’It, in tutto il mondo, è stato indirizzato al risparmio e all’aumento della produttività. "Abbiamo ridotto all’osso i costi dell’It – afferma Cooper -. Questo è, ora, il nuovo fronte da attaccare: la spesa è elevata e le tecnologie di infrastruttura sono mature. Bisogna lavorare sull’integrazione con i Pbx e Nokia ha un ruolo importante da giocare". Perché bisogna avere due numeri di telefono? Perché bisogna imparare due modi diversi per realizzare una conference call o per deviare una chiamata. Perché la rete non è così intelligente da capire quando sono nel campus?


Tutte domande legittime, quelle di Cooper. La strada è ancora lunga, ma è già tracciata.

Terminali eterogenei e a rischio sicurezza

Saranno due, secondo Gartner, i fenomi più evidenti nel futuro del mercato mobile e wireless su scala planetaria: la tendenza dei servizi a evolvere nel segno della convergenza e del bundling, e l’esplosione degli abbonati nella regione asiatica: nel 2010, il numero di utenti di cellulari nel mondo raddoppierà, raggiungendo il tetto di 3 miliardi. Il tutto in uno scenario che vede a rischio il ruolo attuale degli operatori, minacciato dal diffondersi di portali di terze parti, dalla competizione con gli outsourcer It e dall’avvento di nuove tecnologie, come Wi-Max e Dvb (Digital video broadcasting, lo standard per il video digitale).


Gartner è concorde con Yankee Group (si veda pagina II) nel sostenere che gli operatori che non sapranno innovare l’offerta rischiano di restare relegati nel ruolo di fornitori di mera connettività. Inoltre, l’analista prevede che entro il 2009 il 20% delle aziende si rivolgerà allo stesso fornitore per servizi di rete fissa e mobile, invece che utilizzare due interlocutori differenti, per ridurre i costi. L’altra faccia della medaglia di questa politica d’acquisto, tuttavia, è il rischio di non individuare le migliori offerte sul mercato e di legarsi troppo a un operatore. In più, c’è la tentazione di acquistare, nel bundle, servizi inutili solo perché sembrano a buon mercato.


Una galassia di terminali


La "voglia di telefonia" del mercato asiatico dovrà essere soddisfatta con un gran numero di terminali a basso costo, con poche funzioni rispetto a quelle che siamo abituati a vedere oggi in Europa. Una sfida per i produttori, che hanno in queste aree grandi opportunità di espansione, sia sul fronte dei terminali sia su quello delle infrastrutture di rete. L’Asia diventerà così un fertile terreno di coltura per applicazioni e tecnologie innovative.


Nelle aree mondiali più avanzate e mature, quale il nostro Paese, la riduzione dei costi e la saturazione del mercato porteranno le persone a dotarsi spesso di due o più terminali, con il conseguente moltiplicarsi delle piattaforme da supportare nello sviluppo di applicazioni aziendali.


"Una delle più grandi sfide che i Cio europei dovranno affrontare – sostiene Nick Jones, research vice president di Gartner – è la proliferazione dei terminali. Ci saranno diverse centinaia di modelli in circolazione, con conseguenti problemi di gestione molto superiori rispetto al passato. La battaglia fra i vendor, in particolare Microsoft, Rim e Symbian, per imporsi come standard di mercato è in pieno svolgimento e, probabilmente, non vedrà nessun vincitore. Coesisteranno diverse tecnologie, il che significa che le applicazioni e gli utenti dovranno essere in grado di selezionare dinamicamente l’alternativa più idonea in ogni circostanza".

Maggiore sicurezza


Sembra invece superato (o almeno superabile) il problema della sicurezza, che in passato si era manifestato come il tallone d’Achille della mobilità, anche se resta tuttora in cima alla lista delle priorità. A patto, però, di disporre di budget sufficienti. Gartner sostiene, a questo proposito, che con un investimento adeguato è possibile coprire in modo soddisfacente tutti i rischi. La minaccia principale viene dai terminali mobili che gli impiegati utilizzano per accedere alle risorse aziendali. In particolare, la previsione degli analisti è che nel 2006 il 70% delle stazioni di lavoro mobili e dei dispositivi utilizzati fuori dall’ufficio non potrà avere un backup puntuale ed efficiente, tanto che per tornare all’operatività piena, in caso di incidente, sarà necessaria almeno una settimana di lavoro. Se un laptop, un Pda o un telefono mobile viene rubato, violato via Internet o acceduto dalla rete interna, il danno subito è molto superiore al valore del dispositivo, poiché questo contiene informazioni preziose per l’azienda. La perdita potrebbe avere un impatto fortemente negativo sul business, o addirittura avere implicazioni sul piano legale.

Quando conviene passare alla 3G

0

Avvento dell’Umts avrà un ruolo propulsore nella diffusione delle wireless enterprise application. Lo sostiene Yankee Group, che prevede che le reti cellulari di terza generazione miglioreranno le prestazioni delle soluzioni di mobile office oggi basate su Gprs, rendendo più soddisfatti gli utenti e, in definitiva, soffiando sul fuoco della crescita del mercato. Non si tratta, quindi, di far spazio a nuovi servizi, cosa che invece accadrà nel mondo consumer grazie alla 3G. Piuttosto, di migliorare quelli già in uso adesso, basati sulla cosiddetta generazione 2,5. Questi miglioramenti, in termini di usabilità, semplicità d’uso e costi di implementazione, non tarderanno a manifestarsi. Gli analisti stimano che, a livello europeo, le reti Umts degli operatori raggiungeranno una copertura di circa l’80% entro il 2007, comprendendo la maggior parte dei campus aziendali. Nell’arco di 3-5 anni l’Umts sarà diventata così la tecnologia prevalente per far viaggiare nell’etere i dati aziendali sulla lunga distanza. Quale saranno le implicazioni sul lavoro fin qui svolto dai Cio per rendere mobili le aziende?


Yankee Group ne ha individuate quattro. Eccole.

Meno complessità e costi


Risulta più semplice usare le applicazioni e svilupparle. Aumentando la velocità di trasporto a 144/384 Kbps (a fronte degli attuali 56 Kbps, paragonabili a una normale linea telefonica con un modem) le applicazioni aziendali richiederanno modifiche minime per essere "portate" sui Pda e palmari. Quindi, non servono più client "pesanti" e tanto lavoro di personalizzazione, con il risultato che si possono fare, a costi più bassi rispetto al Gprs, progetti più complessi. Anche perché aumentano al contempo la capacità di elaborazione e le memorie dei terminali 3G, solo da poco sul mercato.

User experience


Questa espressione è da poco entrata nel marketing delle telecomunicazioni per indicare, in positivo, il livello di frustrazione delle persone quando non riescono a utilizzare un servizio (per esempio aprire una pagina su Internet) perché non è disponibile o è talmente lento da far saltare i nervi. L’aumento di velocità apportato dall’Umts ci fa sentire un po’ come in ufficio o a casa, quindi la user experience è positiva. Yankee evidenzia che sono molte le applicazioni che funzionano benissimo con il Gprs: telemetria, messaggistica e push e-mail sono alcuni esempi. Ma molte di più miglioreranno: browsing su Internet, e-mail sul pc, Crm, database, circolazione ed elaborazione di documenti PowerPoint ed Excel.

Device management


Diventa possibile gestire la mobilità in termini di servizio erogato dal provider, sia esso hosted, ovvero affidato in outsourcing, sia di tipo off-the-shell. Nell’arco di un paio d’anni, si affermerà anche in questo ambito l’uso di Service level agreement, che tuteleranno, con penali, le aziende contro il rischio di ritrovarsi con un livello di servizio inadeguato rispetto alle aspettative. I servizi saranno generalmente misti 3G/Wlan. Soprattutto, vanno gestiti i sofisticati terminali che supportano le due tecnologie, il che significa inventari, gestione remota, controllo dell’utente e aggiornamento del software, sicurezza, back up e altro.

Voce


La flessibilità della tecnologia 3G offrirà agli operatori la possibilità di incrementare la presenza nella telefonia aziendale, in alternativa a quella fissa. Ciò grazie alla riduzione dei costi, alla possibilità di creare offerte bundle e, più importante, alla integrazione dei terminali 3G con i centralini aziendali, sia Ip sia Tdm. Gli operatori potranno offrire servizi di wireless Pbx in outsourcing: un sondaggio di Yankee indica che il 24% degli interpellati considera molto importante l’avere il terminale mobile come principale strumento per la comunicazione aziendale.

Raccomandazioni


Yankee Group non si limita a evidenziare i vantaggi del salto tecnologico verso l’Umts, ma fornisce anche consigli per frenare facili entusiasmi e valutare con cura gli investimenti. Innanzitutto, bisogna individuare quali applicazioni migrare al 3G, perché, come già osservato, molte funzionano bene con il Gprs e non ne trarrebbero alcun beneficio. Anzi, rischiano di soffrire a causa di una minore copertura. Quest’ultimo aspetto, infatti, è cruciale, e lo rimarrà per i prossimi 2-4 anni, fintanto che l’estensione della rete sarà comparabile a quella dell’attuale Gsm. Un altro errore da evitare è quello di muoversi con un approccio orientato alla tecnologia invece che al business. Alle aziende, infatti, servono servizi che migliorino i processi, riducano il downtime e permettano di ottenere un elevato Roi.

Gli operatori mobili alla conquista del mercato enterprise

0

Gli operatori mobili sono a un punto di svolta. Secondo Nicholas McQuire, senior analist di Yankee Group, per assicurarsi un futuro prospero dovranno entrare con entrambi i piedi nell’arena dell’enterprise mobility, ovvero le soluzioni mobili per le aziende, un segmento in espansione dove oggi la fanno da padrone system integrator e vendor dell’It. Il rischio che corrono, infatti, è grande: quello di ritrovarsi nelle retrovie, a fornire soltanto i canali di comunicazione, mentre altri attori si spartiscono il valore aggiunto della soluzione realizzata. Siamo quindi alla vigilia di una importante battaglia fra player delle Tlc e dell’It, compresi i produttori di telefoni, tutti allettati da un business che continua a crescere. Perché il lavoro è sempre più mobile e indietro non si torna.

Quanto contano oggi le aziende per gli operatori mobili, rispetto al più ampio mercato consumer?


"L’interesse degli operatori mobili per il mercato business si è risvegliato solo due o tre anni fa. Oggi in Europa è ancora una parte piccola del totale, ma incredibilmente profittevole: in Germania, per esempio, il 14% del mercato genera il 30% del fatturato, e cifre analoghe valgono per gli altri paesi. In più, l’area consumer è in calo, a causa della pressione sui prezzi: noi prevediamo un calo fra il 2 e l’8% nei prossimi 5 anni. Per questo, gli operatori hanno realizzato di avere un ruolo importante da giocare nel creare un mercato di massa per le wireless business solution. Hanno, quindi, individuato le aree in cui poter accedere con elevati volumi, in termini di prodotti: mi riferisco, in particolare, alla Field force automation (Ffa) e alla Sales force automation (Sfa), dove le esigenze delle diverse aziende sono più o meno le stesse. Ma quello che ha davvero cambiato l’approccio al mercato è la domanda di e-mail, perché la posta rappresenta un gancio per offrire i servizi al mercato enterprise".

In concreto, in che modo gli operatori stanno affrontando la transizione verso le wireless business solution?


"Alcuni hanno effettuato ristrutturazioni interne, separando le attività consumer e business. Poi hanno iniziato a reclutare personale dal mondo It, e hanno investito in soluzioni di customer management molto diverse da quelle usate per il consumer. Più importante, hanno approntato strategie di canale più aggressive, per aprire un dialogo con il mondo dei reseller, sia quelli operanti a livello locale sia internazionali. Sul fronte dei prodotti, stanno proponendo soluzioni complete, in molti casi "white labled" ovvero smartphone in cui non compare il brand del vendor ma solo quello del network operator. Questo, tuttavia, non accade con Rim, che, in quanto leader per la mobile e-mail, fa eccezione e merita un discorso a parte. Rim ha aperto le porte del mercato e preparato la strada agli operatori, risolvendo le problematiche di sicurezza e di facilità d’uso: è una soluzione costosa, ma che funziona bene. Il risultato è che sono gli operatori a far leva sul successo del Blackberry, perché ormai il marchio ha un valore per i clienti e anche perché è una soluzione che funziona in maniera indipendente dalla rete".

Quali sono i rischi per chi non intraprende questo percorso?


"Per i gestori è davvero un momento critico: in passato hanno venduto telefoni e Sim, ma ora, guardando alla direzione in cui punta il mercato, hanno l’opportunità di focalizzarsi sulle esigenze di mobilità delle aziende. Noi lo chiamiamo il passaggio dalla Sim alla soluzione: significa essere legati ai dipartimenti It, fornire supporto ai clienti. È una transizione lunga, che vedremo nei prossimi anni. Il rischio per loro è di diventare solo fornitori di connettività, perdendo la parte più consistente delle revenue, che deriva dalla vendita ai clienti della soluzione completa. Ma chi non segue questa via rischia di lasciare spazio ai concorrenti. Gli operatori lo sanno, e ne hanno fatto un punto focale delle loro strategie. Devono confrontarsi con il mondo dell’It e con i processi di business, cosa che non hanno mai fatto. Ma non c’è dubbio che la mobilità cambierà il nostro modo di lavorare e gli operatori non vogliono restare relegati al ruolo di gestori della rete. Le partnership con i vendor e i system integrator saranno determinanti".

Lo scenario è ancora in via di composizione e per le aziende non è facile orientarsi: a chi si devono rivolgere per portare in mobilità le proprie attività?


"Dipende. Non c’è oggi un fornitore in grado di offrire tutto. Se si vuole customizzare l’applicazione Crm, l’operatore non è in grado di farlo, mentre è in grado di realizzare un servizio di e-mail in outsourcing. Più le richieste sono specialistiche, con personalizzazioni e integrazioni, più il ruolo si addice ai system integrator. Purtroppo, questi ultimi tendono a concentrarsi di più sui progetti multinazionali piuttosto che sulle esigenze delle realtà locali più piccole. Per i system integrator e gli It provider locali il punto di forza sarà la specializzazione. Per le applicazioni orizzontali di mobile office, invece, credo che gli operatori diventeranno il principale punto di riferimento. C’è molta confusione, è vero, e lo conferma un nostro sondaggio, che mostra che il canale preferito dalle Pmi europee per la mobility è quello degli hardware vendor (21%): un dato sorprendente, perché si tratta di aziende molto focalizzate sulla parte high end del mercato e non esperte sulla mobilità. Il 15%, che rappresenta la seconda risposta più numerosa, è "non so", mentre la terza preferenza va agli operatori (14%): due o tre anni fa questi avrebbero certamente occupato un posto più in basso. Stanno crescendo e cresceranno sempre più, soprattutto grazie alla diffusione dell’e-mail".

Oltre alla wireless e-mail, che è protagonista da qualche mese di un boom di richieste, quale altre applicazioni sono oggi più diffuse?


"Il Roi ha sempre guidato l’evoluzione del mercato mobile: ecco perché le applicazioni più sviluppate sono la Sales force automation e la Field force automation. Le troviamo perlopiù all’interno di aziende che operano in settori molto competitivi, per esempio nella logistica e nel settore manifatturiero, dove si sente di più l’esigenza che gli addetti siano sempre connessi. Spesso le soluzioni sono proprietarie e sviluppate dai system integrator, mentre gli operatori vengono utilizzati solo per la capacità trasmissiva, per la rete. In realtà, sul fronte delle applicazioni non ci sono cose molto nuove da dire. Noi dividiamo il mercato in tre fasce. La prima è quella delle soluzioni orizzontali di mobile office, compreso il machine-to-machine. La seconda è quella delle applicazioni che noi chiamiamo "verticali-orizzontali", ovvero Ffa e Fsa: sono mass market ma, al contempo, hanno bisogno di personalizzazioni. La domanda crescerà spostandosi dalla prima fascia alla seconda, mentre gli operatori proporranno soluzioni sempre più facili e veloci da implementare. La terza fascia, infine, è quella dell’innovazione, che inizierà a prendere piede fra tre-cinque anni: sono le soluzioni fortemente personalizzate, perlopiù realizzate dalla comunità It per risolvere specifiche esigenze di business: stiamo parlano di Erp e Crm, e, più in generale, di Business process reengineering. Ma oggi non siamo in grado di dire quale processo portato in mobilità sarà rivoluzionario: le esigenze sono molto diverse. Credo, invece, che nei prossimi due o tre anni l’attenzione si sposterà di nuovo dai dati alla voce: l’innovazione si vedrà nella convergenza fisso mobile".

Quale opportunità si apriranno con l’avanzare dei servizi convergenti fisso-mobile?


"Bisogna partire dal presupposto che gli investimenti delle aziende si stanno concentrando su wireless Lan e VoIp, anche se quelli nei cellulari non diminuiscono: sempre più i manager usano il cellulare all’interno delle aziende, facendo diventare matti i responsabili It che cercano di comprimere i costi. Ecco perché gli operatori ex incumbent, come Telecom Italia o France Telecom, che hanno offerte sia sul fisso sia sul mobile, tenderanno a unire i servizi sotto un unico ombrello, con bundle di servizi fissi e mobili, compreso il Wi-Fi. Da qui verrà la vera innovazione per i prossimo futuro.

Gli operatori che sono operativi solo sul mobile non saranno contenti…come crede che reagiranno?


Gli operatori puramente mobili rischiano di perdere clienti se non riescono a mettere a punto offerte bundle. Credo che le vie d’uscita siano due. Creare partnership con operatori fissi, come ha già fatto Vodafone con Bt per Fusion, il primo servizio convergente di questo tipo, ma rivolto al mercato consumer (si veda Linea Edp N.24 pag. III – ndr). La seconda via, che vedremo sempre più, è quella di coltivare il mercato delle aziende che non hanno ancora migrato al VoIp e non hanno compiuto grandi investimenti nell’infrastruttura di rete fissa, cercando di convincerli a usare solo la telefonia mobile. In Scandinavia ci sono già centinaia di aziende che hanno fatto questa scelta, dotandosi di una copertura interna adeguata e dando in outsourcing all’operatore tutta la parte di switching. Non è più convergenza, ma è un modo innovativo con cui gli operatori possono indirizzare le esigenze del mercato aziendale".

Il Progetto Microcircuito attende al varco le banche

0

Una grossa rivoluzione sta per investire il mondo bancario italiano. Si tratta dell’arrivo delle carte a microchip, nello specifico il Progetto Emv, (acronimo di Europay, MasterCard, Visa) chiamato anche "Microcircuito" che vede l’Italia ultima nel programma d’implementazione dei nuovi Atm rispetto agli altri paesi europei più sviluppati. Questi, infatti, per la maggior parte si sono già adeguati alle nuove specifiche tecnologiche, mentre per il nostro Paese la scadenza è stata posticipata al 2008, per decisione dell’Abi, a causa degli alti investimenti necessari. Abbiamo approfondito il tema con Danilo Rivalta, regional manager e amministratore delegato della filiale nazionale di Diebold, una delle società direttamente coinvolte in questo processo internazionale. "Nel nostro Paese – afferma il manager – il settore ha avuto tanti anni di staticità e la maggior parte degli sportelli Atm è ancora basata sul sistema operativo Dos. La Spagna, per esempio, è molto più evoluta, ed è il primo paese in Europa per Atm installati: ne ha 60.000, seguita da Germania, Inghilterra, Francia e Italia con 37.000 Atm, la maggioranza dei quali sono tra i più vetusti d’Europa, per cui rinnovare nel nostro Paese significa cambiare completamente almeno il 70% dei dispositivi installati".


In vista, quindi, dell’evoluzione tecnologica del mercato, Diebold ha portato una grande innovazione alle proprie macchine, realizzando la linea Opteva, che rappresenta un totale rifacimento dell’hardware, del software e dei servizi connessi.


"Per le banche il nuovo progetto Emv significa dover affrontare un grosso impegno dal punto di vista tecnologico nel sostituire gli attuali Atm – sottolinea Rivalta – perché essendo macchine basate sul vecchio Dos, dovranno rifare tutto il sistema informativo in un’ottica di ambiente di multicanalità integrata, Web oriented. Sarà un investimento elevato anche dal punto di vista del servizio, perché l’Atm non si deve mai fermare e dovrà essere dotato di maggiori servizi di sicurezza. Diebold ha basato la propria soluzione su Windows Xp Professional, con schermi da 15 pollici e con sicurezza aggiornata ai massimi livelli. Abbiamo riscritto completamente il nostro software, basato sul sistema proprietario che si chiama Agilis, che è standard e in particolare, sviluppa anche tutti gli aspetti applicativi, per ottenere due risultati: il primo è quello di avere soluzioni in ambiente Web, l’altro è quello di soddisfare le richieste degli istituti di credito, che cercano di avere un solo software per gestire un parco che sarà di più fornitori".

Multicanalità integrata


Di norma, infatti, il mondo bancario, per essere più competitivo non compra mai tutto da un solo fornitore, ma preferisce scegliere vari player per avere anche più potere contrattuale in fatto di prezzi. Tutto questo ha portato, nel corso degli anni, allo sviluppo di più tipi di software, corrispondenti al numero dei fornitori, e quindi a diverse gestioni separate. Oggi l’obiettivo è quello di avere un software multivendor e, soprattutto, di per poter sviluppare nuove applicazioni in ambiente di multicanalità integrata Web oriented.


"In Italia – afferma il manager – un esempio pratico di questa new wave, viene dalla Bnl, per la quale abbiamo sviluppato un software multivendor, dato da 4 fornitori diversi, che è piuttosto innovativo perché non è soltanto cash out ma è un "deposito intelligente". Infatti si chiede al self service di fare operazioni più evolute, come cash in, check in, cioè versamento di assegni, il pagamento di tutte le utenze, cercando di spostare le operazioni sullo sportello automatico e permettere allo sportello interno di effettuare nuove operazioni. Sono cose che già anni fa si volevano fare, ma mancava la tecnologia. Adesso si può, e dopo esperimenti avanzati, il processo comincia in tutti i primi 10 grandi istituti, comprese le Poste Italiane. Infatti, per il ramo BancoPosta la società investirà in modo significativo sullo sportello automatico e in 2 anni installerà in 4.600 Atm un lettore ottico per pagare le bollette. L’obiettivo è di arrivare a 7mila".


Secondo Rivalta in Italia Diebold è la prima nei servizi, con una quota di quasi il 50% di tutto il parco installato "un primato che ci viene anche dal fatto che nel 2002 abbiamo comprato una società, la Sersi, specializzata in servizi multivendor. Oggi offriamo servizi di monitoraggio molto evoluti, richiesti dalle banche, che devono essere compliant col sistema Faro, (Funzionamento Atm rilevato on line, ndr), che via telefonino o via Internet indica lo sportello automatico perfettamente funzionante più vicino al richiedente, ovunque si trovi e dice anche qual è lo sportello automatico della propria banca più facile da raggiungere. In futuro il nostro obiettivo è di aumentare l’impegno sullo sviluppo software. In Italia abbiamo a Bologna una divisione dedicata, dove lavorano 30 ricercatori, ai quali prevediamo di aggiungere altro personale, per portare avanti nei prossimi 4 anni i progetti di multicanalità. In passato questi progetti sono stati affidati ai costruttori, come Ibm, però adesso vogliamo diventare un solution provider di tutto quello che è il servizio bancario. Il nostro business nel software oggi è circa l’11% del fatturato, però vogliamo portarlo almeno al 25%".


Le banche, dunque, si devono preparare a investire nella multicanalità, non soltanto nell’aspetto del self service, ma anche nelle altre tre forme della banca retail, cioè la banca telefonica, la banca su Web e lo sportello tradizionale. Questi 4 canali, infatti, andranno integrati in un’unica applicazione.


"Un altro trend emergente – ci anticipa Rivalta – è quello di portare la tecnologia ai massimi livelli: Windows Xp Professional, schermi multimediali, tutto a colori. Così facendo, si aprono nuove frontiere, come mettere sull’Atm la pubblicità: per esempio uno spot video mirato al profilo del cliente, in apertura a ogni operazione. Questo potrà effettivamente succedere fra 4-5 anni, anche se in Spagna c’è già in 10.000 Atm. Da noi è stata avviata una sperimentazione in Bnl su 400 terminali. Questo sistema permette di effettare campagne mirate per zona territoriale o arco temporale".


Per quanto riguarda l’andamento della società nel 2005 in Italia, secondo il manager sarà più positivo del 2004 "perché la vendita della nuova linea Opteva sta portando i suoi frutti in quanto riteniamo che attualmente sia più avanti delle soluzioni della concorrenza".

La ricetta italiana per la protezione aziendale

0

Le peculiarità a Emaze Networs certo non mancano. Innanzitutto, è un’azienda specializzata nella sicurezza tutta italiana, nata nel periodo d’oro degli incubatori tecnologici, ma riuscita a sopravvivere alla successiva ondata di fallimenti, perlopiù collegati al tracollo della new economy. Certo, la tenuta si deve, in buona parte, alla presenza nell’azionariato di Mb Venture Capital Fund I, società di finanziamento alla quale partecipano aziende del calibro di Generali, Capitalia, Mediobanca, Fiat, Italtel, Pirelli, Bracco e altre ancora. Ma sicuramente c’entra anche un modello di business improntato al realismo e l’intuizione tecnologica della ricerca di una soluzione per problematiche divenute, nel corso del tempo, sempre di maggior attualità.


Racconta Luca Emili, amministratore delegato della società: "Il finanziamento via venture capital ci ha consentito di lavorare con calma allo sviluppo del cuore del nostro sistema, partendo dal laboratorio di ricerca e sviluppo di Trieste, nell’area Science Park, dove sono confluite persone di varie nazionalità". Ha preso, così, forma Ip Legion, perno della proposta di Emaze. "Si tratta di un’applicazione modulare che rileva, analizza e risolve problemi di sicurezza nei sistemi informativi aziendali di una certa complessità, con elevati livelli di criticità – tiene a precisare il manager -. La sua prerogativa è che, pur essendo una soluzione pacchettizzata, è ampiamente personalizzabile, a differenza di molti prodotti americani che, al massimo, sono integrabili. Noi, invece, siamo in grado di creare sviluppi ad hoc per specifiche esigenze, per progetti che si attestano sulla fascia dei 100-500 giorni-uomo". L’architettura di Ip Legion è fatta di un prodotto base, che si installa sul sistema master, ma anche di varie appliance o sonde, chiamate Scout, che si preoccupano di rilevare le anomalie per le quali sono state programmate e spostano l’applicazione a livello di rete locale, per analizzare gli specifici dispositivi o programmi esposti a rischi di sicurezza.

Reti wireless più protette


Il punto di partenza di Ip Legion è stato il vulnerability assessment, di fatto la variante complessa dei comuni antivirus. "Oggi questa attività viene svolta dalle poche aziende sensibili, soprattutto attraverso l’uso di consulenti che, quindi, la eseguono una volta ogni tanto – riprende Emili -. Invece, la frequenza di rischio è paragonabile a quella generata dai virus e, pertanto, occorre ridurre molto il tempo di analisi. Il nostro prodotto è in grado di fare la verifica delle vulnerabilità, anche in un solo giorno, su migliaia di postazioni o dispositivi".


L’infrastruttura è stata la più onerosa componente di sviluppo del sistema (gestione degli accessi, repository, strumenti di reporting e così via) ma, una volta completata, ha consentito ai tecnici di Emaze di pensare alla progressiva aggiunta di altri elementi, per la soluzione di problemi di sicurezza più specifici. È nato così, ad esempio, Wi-Fi Analyzer, modulo indirizzato all’individuazione di un problema tipicamente localizzato dove vanno a lavorare le sonde Scout, con l’analisi sul campo radio locale.

Migliora la gestibilità


"Contrariamente a quanto si crede – puntualizza il manager – il problema è più serio per chi non ha una rete Wi-Fi vera e propria, ma, ad esempio, gira con un portatile dotato di scheda integrata. Quest’ultima può, infatti, diventare attiva e generare un punto d’accesso non noto, ma accessibile da chiunque, in modo anonimo, attraverso un’antenna potenziata".


Come abbiamo visto, l’approccio di Emaze è improntato al vulnerability assessment, il che fa pensare a una scelta di campo ben precisa rispetto a chi, invece, propone l’intrusion detection. "Il problema di queste soluzioni è che spesso generano troppe informazioni e falsi positivi – spiega Emili -. Il magma è difficilmente controllabile. La strada da noi intrapresa consente di eliminare i falsi positivi, riducendo notevolmente gli eventi segnalati. Bisogna anche dire, però, che spesso dalla rilevazione della vulnerabilità al patching può passare parecchio tempo, specie se l’intervento è affidato a un outsourcer e, in questa fase, il sistema è attaccabile. L’abbinamento con l’intrusion detection appare, a conti fatti, la soluzione più sicura". Attraverso questi sviluppi si sta progressivamente arrivando alla governance della rete. In effetti, Ip Legion può essere utilizzato anche per verificare l’aderenza di una struttura informatica aziendale alle normative vigenti (come le leggi sulla privacy o Basilea II, per gli aspetti di rischio operativo), alle policy di sicurezza interna o a determinati standard. Per l’immediato futuro, nei piani di Emaze c’è l’estensione della piattaforma alla sicurezza via VoIp, con tutte le implicazioni che ci possono essere, compresa la tendenza recente alla diffusione dello spamming via voce su Ip, che raggiunge così anche i telefoni. Questo tipo di percorso, dovrebbe via via portare la società a estendere il proprio raggio d’azione verso realtà almeno di tipo medio, se non proprio piccolo. Questo dovrebbe comportare un cambio almeno parziale di una strategia commerciale fin qui totalmente affidata alla vendita diretta. "Stiamo valutando la strada delle partnership – ammette Emili – cercando rivenditori che vogliono offrire qualcosa di diverso rispetto a prodotti tradizionali che costringono solo a una gara sul prezzo".

«Ho scelto il Crm on demand»

0

Rancilio, che ha il proprio core business nella produzione di macchine professionali per caffè, macinadosatori, lavatazze e produttori di ghiaccio, vanta una forte presenza sui mercati esteri. La società, che nel 2004 ha fatturato circa 25 milioni di euro, ha sede nei pressi di Milano, una filiale in Spagna, una negli Stati Uniti e un ufficio di rappresentanza in Australia, con un organico complessivo di oltre cento dipendenti.


La necessità di dotarsi di uno strumento in grado di ottimizzare i rapporti con la clientela e la forza vendita si è resa necessaria nel corso degli ultimi anni. La vocazione internazionale di Rancilio, infatti, imponeva l’utilizzo di strumenti che permettessero di colloquiare direttamente tra la sede centrale e i capi area, indipendentemente da dove questi risiedono.


«Quando si va a visitare un cliente è necessario conoscerne il profilo, quasi come se fosse una fotografia» tiene a sottolineare Flavio Galli, Ict manager di Rancilio.


La scelta della soluzione di Salesforce.com è stata fatta prendendo in considerazione le esigenze dell’area commerciale, di cui sono state analizzate fin dall’inizio problematiche e obiettivi. L’infrastruttura poggia sul sistema operativo Windows 2000, eccezion fatta per l’Erp di Sorma (oggi parte del gruppo Esa Software), che copre tutta l’area gestionale/amministrativa, e le Acg di Ibm, che poggiano su As/400.


«Ci mancava uno strumento che potesse dare una visione d’insieme di tutti i dati che riguardano le strutture professionali che lavorano con noi – precisa il manager -. Il gestionale ci dava informazioni su fatturato, ordini e comunicazioni fiscali. Con il Crm abbiamo cercato uno strumento che radunasse tutti questi dati e permettesse di analizzare e conoscere in ogni momento la situazione di un cliente, la sua storia. Altro obiettivo era dotare la forza vendita di tecnologie evolute. Salesforce.com ci ha permesso di organizzare meeting, con scarso preavviso, senza sapere dove si trovano fisicamente i capi area».


Partito sotto la spinta dell’area commerciale, l’utilizzo del software sta evolvendo nell’ottica della gestione omnicomprensiva della comunicazione fra i vari settori, arrivando a integrare anche la componente di assistenza e le operazioni relative.


«La mobilità è supportata da questa soluzione – chiarisce Galli -. È, infatti, possibile collegarsi, tramite antenne Gprs e Umts, per consultare in tempo reale, e in sicurezza, la situazione di un cliente, esportando i dati relativi anche su palmare». Il progetto è partito con l’analisi delle esigenze di business nel 2004 e il servizio di Crm on demand è adottato con profitto già da diversi mesi.


«Ci ha colpito la facilità d’uso della soluzione – sostiene il manager -, grazie soprattutto all’interfaccia utente intuitiva, del tutto simile a quella di Windows. L’intervento di Rds, software house che ha proceduto alle personalizzazioni, è stato fondamentale per gli aspetti che non sono presi in considerazione dalla piattaforma stessa. Il vantaggio è, però, soprattutto quello di utilizzare uno strumento in affitto, non avere un’infrastruttura interna permette di avere a disposizione, in breve tempo, tutti gli aggiornamenti, senza dover intervenire direttamente sul software».


Le aziende all’estero possono accedere facilmente alla piattaforma di Crm, che è già tradotta in tutte le lingue. «L’idea è anche di spostare in outsourcing, in futuro, quasi tutta l’infrastruttura It – conclude Galli -. Si tratta di una scelta strategica, perché la complessità delle strutture aumenta e il personale interno risulta spesso insufficiente».

Norman

0

Norman, specialista nella sicurezza dei dati, nello sviluppo e fornitura di programmi anti-virus, anti-spam e anti-spyware per la sicurezza in Internet, ha recentemente scelto il nostro Paese per aprire una nuova filiale.
Filiale che sarà guidata, in qualità di country manager, da Walter Brambilla che ha deciso di cogliere la sfida per sviluppare il mercato e intraprendere relazioni commerciali con i rivenditori di It security.

Gfi

0

Il Consiglio di amministrazione di Gfi, azienda che fornisce software per la sicurezza del network, ha scelto Curtis H. Staker quale nuovo chief executice officer della società. Il manager rimpiazzerà Nick Galea, che è stato Ceo dell’azienda negli scorsi 13 anni e a cui ora va la carica di presidente. Il nuovo Ceo proviene da Websense, dove dal 2003 ricopriva il ruolo di presidente della società.

a cura di Laura Marinoni Marabelli

think3

0

C’è un nuovo vice president marketing Europe in think3. Si tratta di Aurelio Carlone che, in questa posizione, sarà responsabile dello sviluppo di nuove opportunità di business, guiderà le campagne di vendita e supporterà le attività di marketing e comunicazione della società di Cincinnati, Usa, sia a livello italiano che europeo. I 25 anni di esperienza nel settore Ict lo hanno visto presente in aziende come Symantec, Computer Associates, Syntax, Sterling Software e Business Consultant International (Bci Italia).

a cura di Laura Marinoni Marabelli

«L’It partecipa al business»

0

Dopo tanti anni di carriera vissuta dalla parte dell’offerta It, per Agostino Fedeli, responsabile Tecnologie e Sistemi Informativi di Europ Assistance, è oggi piacevole ritrovarsi dalla parte del cliente.


«Prima di entrare tre anni fa in Europ Assistance – ci spiega Fedeli – la mia carriera si è costruita tra il mondo dello sviluppo software e dei sistemi e quello della distribuzione. Infatti, dopo una laurea in Fisica e un master in Computer Science conseguito negli Usa, ho iniziato a lavorare in Recordati, per poi passare in Syntax, quindi in Olivetti Italia, Computer 2000, Tech Data e Vobis. Visto il ruolo che oggi svolgo, ritengo la mia esperienza passata un fatto molto positivo, perché conoscendo le tattiche del mondo dei vendor, sono in grado di interagire con cognizione di causa e ottenere risultati migliori per tutti, senza ricattare i fornitori con la leva del prezzo. E oggi penso di aver costruito una buona intesa con i vendor, perché l’approccio di Europ Assistance è di avere un rapporto più di partnership, che di pura vendita. Per quanto mi riguarda, i partner commerciali devono essere delle giuste dimensioni: non troppo grandi, perché forse non otterremmo l’attenzione che desideriamo, ma nemmeno troppo piccoli. In definitiva, scegliamo degli interlocutori commerciali ciascuno dei quali, nel proprio settore, sia capace di offrire qualità e avanguardia tecnologica».


Come ricorda il manager, il mondo dell’It, purtroppo, oggi è notevolmente cambiato rispetto a 30 anni fa. In quegli anni c’era una grande fiducia nelle tecnologie, perché erano viste come un’opportunità per migliorare l’azienda e ridurre i costi, mentre al momento attuale la sensazione è quasi opposta.


Dopo le grosse spese effettuate per l’Anno 2000 e l’euro, in seguito anche allo scoppio della bolla Internet, che ha toccato le tasche di tutti, l’It viene vista (spesso ingiustamente) come la causa di tanti mali per cui molte aziende utenti sono diventate più diffidenti verso i vendor.


«In questo contesto – riprende Fedeli – ritengo che Europ Assistance rappresenti un esempio di ottimismo, perché è la dimostrazione di come si possano raggiungere significativi risultati quando si è seri e quando si sa bilanciare l’attenzione all’oggi, con una vision anche sul domani. E il positivo andamento della società lo testimonia».


Quando Fedeli è arrivato in Europ Assistance, ha trovato una realtà in costante crescita, il che conferma la continua attenzione, da parte del top management, nel voler mantenere la leadership e quindi mettersi in discussione di continuo. Per la società gestire l’It significa sia mantenimento dell’esistente, che normalmente pian piano evolve o addirittura sparisce per cause oggettive, sia ricerca del nuovo, che deve essere ugualmente profittevole e dominabile.


«Sui sistemi c’è un continuo aggiornamento, con il rischio, però, tipico degli informatici di un’azienda utente, di guardare più al passato che al futuro, rischio tanto maggiore quanto minore è la partecipazione all’evoluzione del business dell’azienda – osserva Fedeli -. Per fare un esempio, spesso succede che quando l’azienda entra in un ramo nuovo di attività, chiede il supporto degli informatici che sviluppano le necessarie soluzioni. Quando questo settore di business diventa importante per l’azienda e le soluzioni informatiche si consolidano, il trend evolutivo può volgersi in direzioni diverse da quelle iniziali. I commerciali sono i primi a rilevarne i segnali, ma le richieste che fanno agli informatici, se gli informatici non sono consapevoli e partecipi dell’evoluzione in atto, vengono spesso risolte in maniera tradizionale e con soluzioni basate più sulla situazione passata che su quella che sta emergendo».


Tutto questo, secondo il manager, dipende anche dal fatto che gli informatici sono prevalentemente dei tecnici, per cui spesso non sono compartecipi delle strategie del business perché non le ritengono di loro interesse, ma dal momento che anche il ruolo degli informatici sta evolvendo, devono invece capire che essere propositivi non significa semplicemente eseguire un ordine del business, ma essere anche proattivi nel nuovo progetto. Il che comporta una crescita culturale dell’azienda nel suo complesso, e del mondo It nello specifico.

«Quando siamo passati dal mainframe a Unix – ricorda l’It manager – buona parte dei tecnici che erano molto esperti nel vecchio mondo, si sono trovati dall’oggi al domani a essere ignoranti nel nuovo ambiente open, per cui hanno saputo rimboccarsi le maniche per imparare. Devo anche riconoscere che Europ Assistance è un’azienda illuminata, solida e coesa, con persone tra loro molto affiatate e con voglia di fare. Un approccio al lavoro che peraltro è già connaturato in una società che fornisce assistenza, attività che però non va confusa con un altro servizio che forniamo, quello del call center. Infatti, quest’ultimo è un business diverso, tant’è che l’abbiamo affidato a InTouch, una nostra società creata appositamente. L’attività del call center di solito si apre e si chiude con una telefonata, mentre per l’assistenza il discorso è diverso, in quanto chi ci chiama è in difficoltà, per cui noi dobbiamo risolvergli il problema in modo concreto».


Al suo arrivo in Europ Assistance, Fedeli ha trovato una realtà che aveva già in fase di implementazione una serie di scelte strategiche prese in precedenza. Una di queste era relativa alla decisione di passare dal mondo proprietario Ibm a quello Unix. Il mainframe è stato chiuso e la società è passata a Sun, aprendosi al mondo Internet.


Oggi, come spiega Fedeli, «abbiamo un portale B2C per facilitare i nostri clienti a interagire con noi online, un altro per la rete di fornitori, in quanto l’assistenza che forniamo avviene attraverso una rete di partner, carri-attrezzisti o medici o altri interlocutori, che sono sempre con noi collegati, mentre un altro portale è dedicato ai punti vendita di Europ Assistance, che sono costituiti da operatori del settore, come agenzie di viaggi, broker e agenti assicurativi. Dal punto di vista architetturale, il cuore è Unix con database Oracle, affiancato da sistemi specializzati in ambienti Microsoft Windows. La nostra strategia aziendale ruota attorno al cliente, per cui il Crm che abbiamo non è tanto uno strumento dell’It quanto dell’azienda nel suo complesso, dal momento che deve conoscere sempre di più i suoi clienti per capirne i bisogni e poterli servire meglio, perché solo così un’azienda cresce»


Già tre anni fa in Europ Assistance era in atto una serie di progetti, per cui il compito del nuovo responsabile It è stato quello di pilotare l’evoluzione in base alle esigenze di mercato, facendola crescere sia sul piano dei sistemi che della cultura degli informatici.


«Uno dei miei primi impegni – ricorda il nostro interlocutore – è stato quello di far evolvere l’interazione del migliaio di utenti interni con l’It attraverso il concetto del centro servizi, cercando di razionalizzare le procedure, i meccanismi e la struttura per l’erogazione dei servizi; nel caso dell’help desk, ad esempio, abbiamo separato il supporto normale offerto durante le ore lavorative, rispetto alla gestione della criticità sui sistemi core, che deve essere attiva 24×7. Il problema, spesso, è quello di riuscire a definire qual è il servizio di cui necessita l’utente interno ed esterno, quali sono i parametri da misurare e poi, in base ai risultati ottenuti, valutare come muoversi al meglio».


Attualmente in Italia, tre sono le aree di attività gestite dalla funzione It. La prima è quella di garantire il funzionamento dei sistemi, e questo viene fatto sia con personale interno sia con accordi con partner esterni. Un’altra area riguarda la manutenzione e l’evoluzione del sistema aziendale, fatto di tante applicazioni che coinvolgono varie attività aziendali, decise di volta in volta assieme agli utenti, con i quali periodicamente la funzione It valuta anche le priorità degli interventi da fare.


«Per nostra fortuna oggi gli utenti finali sono più evoluti rispetto a un tempo, per cui ci guidano nelle loro esigenze operative, – osserva Fedeli – però alla fine le scelte tecnologiche sono sempre di nostra competenza. Il tutto deve essere fatto in un’ottica di adeguamento dell’It al business, suggerendo il percorso migliore da seguire». La terza area è data dallo sviluppo di nuove funzionalità, che è poi quella che si occupa dell’innovazione.


E qui viene spontaneo portare il discorso sui budget It e di come sono gestiti. «In Europ Assistance – osserva Fedeli – oltre alla previsione di spesa, che va da un anno all’altro, si presenta anche un piano triennale. In quel contesto, la funzione It cerca di raccogliere le esigenze di medio-lungo periodo delle varie funzioni di business dell’azienda e con loro si costruisce il piano di supporto che deve essere offerto. Alla fine l’azienda ci assegna un budget e noi dobbiamo decidere come destinarlo in base alle varie aree di attività e ai progetti in programma. Da parte nostra è importante fare sempre un bilancio tra l’investimento da effettuare e il ritorno che se ne ricava. Questo è un concetto difficile da applicare in tutti i settori e ancor di più nell’It, in quanto non è facile andare a misurare il Roi a consuntivo, mentre, invece, è più semplice ipotizzare il Roi di un progetto ancora da realizzare».


E adesso che nuove sfide e progetti avete? chiediamo. «Ritengo che non solo il Cio ma anche le altre figure informatiche a tutti i livelli, – risponde Fedeli – debbano diventare da implementatori di strategie aziendali a costruttori di strategie per il business. Spesso, in base alle richieste continue degli utenti, le persone dell’It possono essere in grado di intuire in quale direzione vanno le esigenze di business e quindi proporre soluzioni innovative che facilitino i processi. Gli skill tecnici si possono o creare o comprare, piuttosto il problema sono gli skill manageriali con cultura It. Riguardo ai progetti futuri, l’attenzione va alla nostra centrale operativa in quanto stiamo avviando un progetto di rifacimento del suo sistema hardware e software di gestione, che da un lato riguarda la tecnologia, come per esempio il Voice over Ip, dall’altro una automazione sempre più spinta delle fasi di lavorazione che oggi sono “human intensive”, come per esempio l’interazione con i fornitori. In pratica riguarda la costruzione di un sistema che supporti non solo la nostra operatività, ma anche l’operatività del “Sistema Eura”, composto idealmente dal cliente, da noi e dai fornitori, tenendo tra l’altro conto delle prevedibili evoluzioni della tecnologia. Per esempio, per noi è importante localizzare velocemente un cliente quando ha bisogno di assistenza. Nel giro di pochi anni ci aspettiamo che sia normale che il telefonino che un utente usa per chiamarci e segnalare il suo problema, sia in grado di trasmettere in automatico la propria posizione al nostro sistema, che possa utilizzare, sempre in automatico, l’informazione per attivare altri sistemi, che a loro volta automaticamente individuino i soccorsi disponibili più vicini per poi inviarli in soccorso al cliente. L’obiettivo futuro, quindi, è quello di arrivare a svolgere tutti questi passaggi in modo rapido e senza l’intervento umano».

Oracle Italia

0

La decisione di Oracle Italia di creare una nuova business unit dedicata alle soluzioni tecnologiche per le piccole e medie imprese, deriva dalla crescita registrata di oltre il 50% in termini di nuovi clienti nel segmento Pmi. Infatti, sarà con questa nuova struttuta che la società individuerà e risponderà alle esigenze delle aziende con non più di 250 dipendenti per offrire loro, oltre a prodotti specifici, anche servizi quali la formazione e l’accesso al credito agevolato.
Responsabile della nuova divisione è Clara Covini, che assume il ruolo di vice president Sme (Small and medium enterprise) Technology Business Unit.

Etnoteam

0

Etnoteam, con l’obiettivo di ampliare la gamma dei servizi professionali e di consulenza dedicati alle soluzioni di Enterprise application, ha creato una nuova business unit la cui guida è stata affidata all’ex-amministratore delegato di Sap, Roberto Pasetti.

Aquire

0

Aquire, specialista nella produzione di soluzioni per la workforce intelligence unificata, ha reso nota la nomina di Andrew Kirk Simmons quale nuovo vice president of Global Partners.
Il manager porta con sè 18 anni di esperienza nella vendita e nel marketing a livello internazionale nei settori del software, hardware e del networking enterprise. Prima del suo ingresso in Aquire, Simmons è stato director of Business Partner development della divisione Crm Solutions di Best Software.

Nokia

0

Kai Öistämö, entrato in Nokia nel 1991, guiderà, a partire dal 1° ottobre, il business group Mobile Phones, con la qualifica di Head of Mobile Phones. Öistämö è attualmente responsabile della gestione della business line di Mobile Phones e in precedenza ha coperto varie posizioni esecutive di crescente responsabilità all’interno dello stesso business group.
Robert Andersson, nominato Head of Customer and Market Operations di Nokia, ha coperto varie posizioni in Nokia sin dalla sua entrata in azienda nel 1985 e al momento è responsabile del Customer and Market Operations a livello Emea. In passato è stato a capo del business group Mobile Phones nella regione dell’Asia Pacifico.

Business Objects

0

Business Objects ha reso nota la nomina di John Schwarz a Chief executve officer. Bernard Liautaud, fondatore dell’azienda, rimane chairman of the board e assume la carica di Chief strategy officer.
La società ha anche annunciato la nuova ristrutturazione dell’area Emea, in particolare la region South Europe che viene assegnata allo staff manageriale italiano, capitanato dall’amministratore delegato Fabio Menicanti, che guida la filiale italiana dell’azienda dal 2001. I manager italiani assumeranno la responsabilità delle rispettive divisioni per la nuova region: Luca Alemanno è stato nominato finance director South Region; Alberto Bastianon oggi è pre sales director South Region; Fabio Bianco diventa marketing director South Region; Roberto Marzocca è technical director South Region; Luca Stigliano è stato nominato HR director South Region.
Sono state create anche la North Region, comprensiva di Regno Unito, Ireland, Nordics e Paesi Bassi, guidata dal management britannico; la West Region, che include Francia, Belgio, Lussemburgo ed Eemea (Eastern Europe, Middle East e Africa), di spettanza al management francese; e la Central Region, comprensiva di Germania, Austria e Svizzera, affidata al management tedesco.

Ncr

0

Due manager per altrettante cariche in Ncr: Silvia Chiaravalli, entrata in azienda nel 1990 come system manager, ha ricoperto incarichi di crescente responsabilità sino a quello attuale affidatole, di marketing manager per il Sud Europa. A livello italiano, invece, Flavio Ballarini cambia incarico e diventa direttore divisione banche, subentrando a Renato Diato, di recente nominato amministratore delegato di Ncr Italia.

a cura di Laura Marinoni Marabelli

Lg Electronics

0

Lg Electronics amplia la propria area di business nel mercato degli elettrodomestici, con l’ingresso nel segmento built in. Per far ciò ha creato una nuova struttura, che si posiziona all’interno della business unit white goods, a capo della quale ha nominato Luciano Mercandelli, con la carica di sales manager built in. Mercandelli, che entra in Lg avendo all’attivo un’esperienza pluriennale acquisita in Whirlpool, darà conto del suo operato a Paolo Locatelli, white goods business director.

a cura di Laura Marinoni Marabelli

Trend Micro

0

Una nuova focalizzazione sul mercato delle piccole e medie imprese in Europa: con quest’obiettivo Trend Micro affidato tre cariche ad altrettanti manager. Ha innanzitutto riposizionato Steve Quane promuovendolo al ruolo di general manager of small and medium business. Quindi due nuovi acquisti: Adrian Marsh, in arrivo da Nortel Networks, nominato director global small and medium business operations; e Louise Lautin, che si occuperà di canale, nella posizione di channel marketing manager of global small and medium business. Lautin, che proviene da Symantec, ha lavorato anche in Ibm e in Dell.

a cura di Laura Marinoni Marabelli

Anie

0

L’Anie, la federazione nazionale delle imprese elettrotecniche ed elettroniche aderente a Confindustria, ha riorganizzato il proprio comitato di presidenza, che sarà in carica per il prossimo biennio, nominando alcuni vice presidenti: Alessandro De Dominicis di Sogepa-Finmeccanica, Samy Gattegno di Alcatel Italia, Aldo Fumagalli del Gruppo Candy, Alessandro Signorini di Pirelli e Giorgio Pogliano dei F.lli Pogliano. La carica di consigliere incaricato, invece, va a Cesare Avenia di Ericsson, che avrà la delega per i rapporti istituzionali, Antonio Paravia di Paravia Elevators’ Service, che si occuperà del marketing associativo e il Mezzogiorno, e a Vittorio Rossi che gestirà la normazione e standardizzazione.

a cura di Laura Marinoni Marabelli

Itway Vad Italia

0

L’area marketing di Itway Vad Italia da oggi sarà capitanata da Anthony Micolitti, che in questo ruolo avrà la responsabilità del marketing per tutte le attività dell’Area strategica di affari (Asa) Vad in Italia. Il manager si occuperà di sviluppare strategie di marketing e comunicazione integrate, nonché di mettere a punto piani di business, programmi di customer care e iniziative in collaborazione con i partner e il canale. Micolitti risponderà direttamente al country manager Giorgio Mattaliano.

a cura di Laura Marinoni Marabelli

Wonderware

0

Un nuovo manager nello staff di Wonderware, unità operativa di Invensys Systems. Stiamo parlando di Giuseppe Caltabiano, chiamato a coordinare il marketing a livello Emea dell’azienda che fornisce software per l’automazione industriale. Caltabiano, che riferirà a Uwe Kueppers, director of business development and marketing Emea, ha alle spalle esperienze in Digisoft Systems Engineering e in National Instrument Italy.

a cura di Laura Marinoni Marabelli

D-Link

0

Ha alle spalle una vasta esperienza nel mondo della distribuzione. Oggi Franco Ferrara arriva in D-Link, dove gli è stata affidata la carica di corporate account manager nell’ambito della struttura commerciale della sede di Milano. Tra i suoi compiti vi è lo sviluppo del business di canale nei settori system integrator e corporate dealer in coordinamento con il mercato dei large account, Pubblica amministrazione e telecomunicazioni. Tra le esperienze professionali passate Ferrara annovera Opc Lan, Azlan Italia e Allied Telesyn.

a cura di Laura Marinoni Marabelli

Hyperion Italia

0

La filiale italiana di Hyperion ha un nuovo sales director Smb: stiamo parlando di Paolo Zerbini, approdato in azienda nel 1997 e marketing director dal 2002, che nella nuova posizione avrà il compito di strutturare, gestire e sviluppare il canale dei partner verso il mercato della piccola e media impresa, area ritenuta strategica per la crescita del business di Hyperion in Italia. La poltrona su cui sedeva Zerbini passa oggi a Renata Fabbri, che guiderà la squadra marketing & communication attiva nelle seguenti aree: lead generation, telemarketing, convegni e seminari, Pr e media relations.

a cura di Laura Marinoni Marabelli

Selta

0

Selta, azienda che opera nel campo dell’automazione e delle soluzioni di telecontrollo per le public utilities, ha rafforzato le proprie attività nel settore delle reti elettriche e ferroviario scegliendo Giordano Bellomo quale nuovo responsabile dello sviluppo dei nuovi mercati.

a cura di Laura Marinoni Marabelli

Orsyp

0

Stefano Scarazza sale di grado in Orsyp. Forte della conduzione della filiale italiana, che negli ultimi due anni, sotto la sua guida, ha registrato una percentuale di crescita superiore al 50%, Scarazza assume la responsabilità oggi anche della region Southern Europe, un’area che comprende Israele, Grecia, Turchia, Svizzera Italiana, Paesi dell’ex-Yugoslavia, Cipro, Malta, Albania e si estende fin oltre il Mediterraneo a Egitto, Qatar, Emirati Arabi e Bahrain.

a cura di Laura Marinoni Marabelli

Stonesoft

0

Fabio Cipolat Gotet ha trascorso sette anni in Selesta prima di approdare in Stonesoft. L’azienda finlandese lo ha nominato sales account manager della filiale italiana, posizione nella quale riporterà direttamente a Emilio Turani, country manager di Stonesoft Italia. La nomina rientra in una strategia di rafforzamento della presenza dell’azienda sul mercato italiano, dove cresce l’esigenza di una maggiore focalizzazione sui mercati verticali e sui grandi clienti.

a cura di Laura Marinoni Marabelli

La filiera la sistemo così

0

Carni Sarde Mamusa è una delle aziende industriali nel
network zootecnico del Gruppo Mamusa, attivo nel panorama italiano delle filiere
integrate per la lavorazione e la commercializzazione della carne. La società
conta diverse sedi ubicate nel comprensorio di Cagliari dove, a pieno regime,
lavorano circa 100 addetti . Ogni settimana vengono prodotti e lavorati circa 2.000 suini, per un totale di 1.000 quintali di carne, confezionati in quasi 200.000 vaschette.

«Da sempre, la Sardegna è nota per un livello di qualità superiore rispetto al resto della carne suina italiana – spiega Pierluigi Mamusa, amministratore della società -. La nostra azienda è operativa già da diversi anni, ma
l’automazione completa di tutti i processi industriali, inclusa la tracciabilità
dell’ultima parte della filiera, la gestione dei tagli e del confezionamento per
la distribuzione, sarà a pieno regime a partire da quest’anno. Abbiamo
deciso di sviluppare processi avanzati di gestione e controllo
, per offrire prodotti certificati e garantiti su tutta la linea di produzione. In questo modo, al momento dell’acquisto, il cliente potrà trovare sulle nostre confezioni una serie di informazioni aggiuntive che ci distinguono dai prodotti indifferenziati».

Prima che le normative nazionali ed europee
regolamentassero la tracciabilità alimentare, obbligando gli operatori del
settore a specificare la provenienza e la data di confezionamento dei prodotti,
la società aveva già optato per la massima trasparenza e implementato un’infrastruttura informatica all’avanguardia, basata su tecnologia Hp.

«In un mercato sempre più competitivo – prosegue il manager – è necessario aggiungere valore al prodotto che viene offerto al consumatore. Chi sceglie i nostri prodotti ha a disposizione molte informazioni, a partire dal tipo di mangime con cui l’animale è stato nutrito. Questo permette una maggiore consapevolezza d’acquisto e, ovviamente, una maggiore sicurezza».

Grazie a politiche di sviluppo lungimiranti, Carni Sarde Mamusa aveva predisposto un piano di ingegnerizzazione dell’intera supply chain già nel 2000, con un significativo investimento hardware e software per automatizzare la tracciabilità allo stato dell’arte.

«In passato, la bontà di un prodotto poteva essere espressa solo a parole, ma non c’erano garanzie circa il processo di produzione – precisa Mamusa -. Oggi,
invece, i percorsi di certificazione demandano a un ente esterno la verifica di
diversi parametri di qualità che, attraverso controlli numerici e analisi di
campionamento, attestano l’effettiva validità di un prodotto e la sua genuinità.
Anticipando molti temi legislativi, una delle scelte che
abbiamo fatto è stata quella di implementare un sistema di monitoraggio del Ph,
della temperatura, della carica batterica e di altri parametri relativi a ogni
quarto suino che entra nel nostro ciclo produttivo. Tutte queste analisi sono,
poi, gestite da un laboratorio che, attraverso un database, accoppia i
dati utili a descrivere
in modo puntuale e specifico la tracciabilità di quel lotto con un determinato codice. Ciascuna informazione presente sulle confezioni di carne è, quindi, il risultato di reali processi di controllo. Oggi possiamo gestire più di 200.000 codici alla settimana, collegando le matricole a lotti che permettono di risalire la catena di lavorazione arrivando a qualsiasi informazione riguardante il singolo animale macellato».

La società ha sempre considerato la
tecnologia
un supporto indispensabile per il business e, non a caso, le
sue aziende zootecniche siano state tra le prime in Europa a dotarsi di un
software gestionale specifico per la produzione. Grazie alla consulenza del
system integrator cagliaritano LeaderChip, negli ultimi due anni è stato
implementato il gestionale Target Cross, completato l’interfacciamento con le
varie periferiche di rilevazione e l’applicazione Omnis Studio, dedicata alla
tracciabilità. In questo modo, dal codice a barre presente sulle vaschette di
Carni Sarde Mamusa è sempre possibile risalire a uno storico che comprende tutto
il ciclo di allevamento, macellazione e lavorazione. Attraverso il
controllo di ogni singola matricola animale
, l’azienda può gestire la produzione in modo più puntuale, massimizzando i parametri di efficienza e di redditività.

«Nel nostro settore è fondamentale ottimizzare i processi e abbattere i margini di errore – ribadisce Mamusa -. Integrando il gestionale con un programma di contabilità industriale su database Sql, abbiamo potenziato il controllo su tutta la filiera e combinato i dati tecnici con le informazioni economiche. Questo ci offre una visione unificata dell’intero processo produttivo. Abbiamo gradualmente esteso questa modalità di gestione informatizzata a tutta la supply chain».

Carni Sarde Mamusa si è posta l’obiettivo di eliminare ogni possibile fermo macchina. Per questo motivo LeaderChip ha previsto un servizio di assistenza in grado di assicurare la continuità operativa in modalità 24×7. Oltre al supporto on site, viene utilizzata anche una Vpn dedicata. Quando l’azienda lancia un’icona di assistenza remota, LeaderChip si attiva prontamente, prendendosi carico di ogni problema tecnico.

«Siamo un’azienda in continua crescita e abbiamo bisogno di soluzioni capaci di evolvere in sintonia con nostro business – conclude il manager -. Stiamo già
pensando a un progetto di riassortimento automatico del nostro
magazzino, per cui potremo determinare la miglior rotazione
dei prodotti a seconda delle necessità espresse via Web dai punti vendita».

Juniper estende all’impresa la strategia infranet

0

L’acquisizione di Netscreen, ormai completamente digerita, secondo il management europeo di Juniper Networks, aveva anche lo scopo di conquistare quote di mercato e clienti nel settore enterprise. Era l’inizio di un percorso d’espansione che Juniper ha svelato compiutamente con l’annuncio della nuova strategia Enterprise Infranet. Il concetto di infranet era già stato introdotto da Juniper tempo fa per le reti di carrier e service provider. In sintesi si tratta di realizzare un’infrastruttura su cui si possa gestire la larghezza di banda, la qualità del servizio, la sicurezza e, soprattutto, attraverso la quale si possa garantire l’interoperabilità. Quest’ultimo aspetto non è banale: se si pensa a un servizio di telefonia Ip, si capisce subito che è necessario poter comunicare con un qualsiasi utente e non solo con quelli collegati alla propria rete locale.


Secondo la visione tecnologica di Juniper, così come l’ha spiegata Richard Brandon, vice president of marketing Emea di Juniper, un’infranet è una rete multiservizio, che realizza la convergenza tra voce e dati, networking e security, fisso e mobile. Il tutto allo scopo di fornire servizi multipli su un’infrastruttura Ip. Fedele all’applicazione degli standard, in questo caso Juniper propone e sta implementando Mpls (Multiprotocol label switching), che ha infatti integrato direttamente nel proprio sistema operativo di routing: JunOs. In pratica, secondo le dichiarazioni del manager inglese, l’idea di fondo è quella di riconoscere i flussi di traffico appartenenti a servizi diversi, mantenerli quindi separati e favorire quelli più sensibili ai ritardi. JunOs, di fatto, è stato progettato per consentire l’elaborazione dei diversi flussi da parte di processori indipendenti. La disponibilità di switch o routing fabric multiple nelle macchine Juniper fa il resto.

Una rete intelligente


L’infranet nell’ambito enterprise, in sintesi, è una rete intelligente, che s’integra con le applicazioni e con i terminali per controllare il traffico e rendere disponibile un accesso sicuro al sistema informativo. Le componenti dell’infranet si suddividono lungo tre assi dimensionali. I primi due articolano, rispettivamente, le aree in cui eseguire il controllo (la distribuzione delle applicazioni sulla rete, utilizzo delle risorse di rete, mitigazione delle minacce alla sicurezza) e gli elementi It (rete, applicazioni, terminali, cui si aggiungono le policy e la visibilità, necessaria per la misura delle prestazioni e per il controllo). Alle intersezioni di questa prima matrice, si trovano le componenti, che vanno poi declinate lungo il terzo asse, quello dell’ambito di riferimento: campus, data center, Wan gateway, distributed enterprise o extended enterprise.


Molti dei prodotti che realizzano le componenti dell’infranet sono già presenti nel portafoglio di Juniper, mentre altre arriveranno, anche attraverso acquisizioni.


Le ultime novità riguardano l’Infranet Controller Appliance, il software Infranet Agent e Infranet Enforcer, che, sfruttando la tecnologia di protezione e controllo di terminali e host, basata sulle soluzioni di virtual private networking Ssl (Secure sockets layer) per le Vpn clientless di Juniper, permettono alle imprese di rendere sicure le loro reti e i terminali in ambito campus e presso i siti remoti.


In ogni caso, secondo Brandon "l’Enterprise Infranet si basa su protocolli standard e adotta Api aperte, per consentire un facile interfacciamento delle risorse già disponibili. Non è quindi necessario rivoluzionare l’infrastruttura per implementarla. Senza contare che un approccio graduale non solo è possibile, ma permette di beneficiare immediatamente dell’architettura, anche se solo parzialmente". La visione di Juniper, in accordo con l’Infranet Initiative Council, è quella di Enterprise Infranet distinte che cooperano nella creazione di una grande rete federata. Una tale infrastruttura, evidentemente, abilita la realizzazione di architetture per l’extended enterprise. Inoltre, Juniper ha rimarcato che la strategia è complementare al lavoro che la stessa società sta portando avanti con Microsoft per la Network Access Protection e quello che la casa americana svolge in seno ai vari comitati per la definizione degli standard.

Accompagnare il prodotto passo a passo con il Plm

0

Plm come risultato di una lunga storia, come sommatoria di più fattori, come specchio dell’esigenza di ridurre i costi, accelerare l’innovazione e migliorare i processi. Se ormai l’essenza del Product lifecycle management (Plm) è chiara e ruota attorno alla gestione completa del ciclo di vita dei prodotti, le considerazioni personali non mancano. Da una generica e condivisa definizione di soluzione in grado di supportare le imprese durante tutte le tappe percorse dalla merce (dalla loro concezione, al lancio sul mercato) si passa, infatti, al campo della libera interpretazione, con declinazioni diverse. Ciò che accomuna le imprese manifatturiere italiane è l’esigenza di riportare l’ufficio tecnico sotto i riflettori dopo un decennio in cui l’attenzione si è concentrata sull’integrazione tra produzione ed Erp, mentre il progettista era visto come un’isola a se stante. E i vendor di sistemi di Product lifecycle management ne sono consapevoli e si fanno trovare preparati.


"Di fatto ci si è accorti che questa situazione non poteva perdurare – esordisce Gianni Graziani, direttore generale di Autodesk – perché il vero core delle aziende industriali è il prodotto, che deve essere progettato e gestito in modo efficiente, a maggior ragione in un mercato su larga scala, con cicli di vita che si allungano". Il manager porta a esempio il comparto delle macchine utensili in cui la Cina rappresenta al contempo un concorrente e un’opportunità di business, in quanto attrezzature che per i paesi europei diventano obsolete, in quello asiatico possono vivere una seconda giovinezza.


Il Plm, quindi, supera la dimensione empirica e si concretizza in sinonimo di ritorno sull’investimento. "In Italia se ne parla come una concreta occasione – evidenzia Stefano Rinaldi, country manager di Ptc -. Le aziende sono ormai mature per affrontare problematiche associate allo sviluppo prodotto e l’idea che sia necessario riportare in primo piano la progettazione è un dato di fatto". Si tratta di una maturazione avvenuta in termini evolutivi. Dopo essersi occupate dell’ottimizzazione dei processi transazionali per recuperare efficienza operativa, le aziende dell’area manufacturing iniziano a investire risorse ed energie in direzione della competitività futura. Anche se, fa notare Gian Luca Sacco, direttore marketing di Ugs Italia, gli investimenti sono caratterizzati da una maggiore dilatazione dei tempi dovuta all’attenzione meticolosa che si dedica alle voci di spesa.

Una trasformazione necessaria


Il passaggio da esigenza avanzata, in cui solo i precursori individuavano un elemento di ottimizzazione, a vero e proprio must è da collegarsi al concetto di azienda estesa di cui, anche in Italia, si parla sempre più spesso.


"Capita che le imprese, anche quelle medie, demandino a terzi alcuni aspetti della progettazione – prosegue Rinaldi -. In altri casi, si assiste a una delocalizzazione vera e propria, anche della produzione, rendendo necessari strumenti appositi, autonomi ed efficienti, ma al contempo integrati".


Il Product lifecycle management è uscito dall’aura dedicata esclusivamente alle grandi società, tipica degli anni 90, quando il concetto comportava un grosso lavoro organizzativo, troppo distante dalle possibilità delle Pmi. L’evoluzione della tecnologia mette, invece, a disposizione strumenti che consentono di collegare dipendenti, terzisti e fornitori, accessibile anche alle aziende di dimensione ridotta.


Al contempo, la grande impresa non si può più permettere lunghi cicli di lavorazione e punta su ritorni immediati.


"Negli anni 90 – dice ancora Graziani -, con i grossi progetti di Plm si calava dall’alto un cambiamento procedurale che andava a modificare il modo di lavorare dei progettisti. Ora, l’utente partecipa in prima persona e riesce a misurare direttamente i vantaggi. In termini di trend, fino a dodici/diciotto mesi fa, la piccola e media impresa era interessata puramente alle funzionalità del Cad. Di fatto, ora, è cambiato l’approccio mentale".

Percorso a ostacoli?


Quello per cui si può provare rammarico, secondo Sacco, è l’incapacità dimostrata nel passato dai protagonisti del mercato Plm di cavalcare, così come ha fatto il mondo Erp, il medesimo acronimo per anni, rendendolo chiaro e riconoscibile: "Noi ci siamo complicati la vita cambiando continuamente sigle e concetti al crescere delle funzionalità". Prima di arrivare al Plm, infatti, è stato il momento del Pdm, che però rappresenta un’applicazione che gestisce solo dati di prodotto e in minima parte di processo. "Se ne parla dalla metà degli anni 80 – continua Sacco -, quindi la tecnologia è matura e fondamentalmente votata alla gestione delle informazioni in ambito tecnico. Il Plm, invece, non è solo un’applicazione ma un nuovo metodo di lavoro abbinato a uno strumento informativo che gestisce il prodotto in tutta la sua fase concettuale, superando il semplice uso che ne può fare l’ufficio progettazione". La sua diffusione non trova ostacoli nemmeno nell’integrazione con i software gestionali, per la quale non esistono difficoltà tecniche, pur permanendo quelle che potrebbero essere definite problematiche "politiche". "Tutte le società che propongono un sistema Plm offrono anche un modulo di integrazione configurabile – puntualizza Sacco -. Quello che diventa complesso è stabilire le linee di confine tra gli interessi di figure diverse all’interno dell’azienda. A maggior ragione tenendo conto che dei quattro pilastri che sorreggono l’infrastruttura aziendale (Erp, Plm, Crm, Scm, ndr), saranno i primi due a rimanere anche nel futuro". Resta, comunque, difficile quantificare la percentuale di penetrazione del Product lifecycle management, al quale i vari vendor possono dare accezioni diverse. "A quelli che ritengono che Plm equivalga a Pdm o data management, se ne affiancano altri che lo interpretano più ad ampio spettro", commenta Sacco.

Strumenti dedicati


La maggiore standardizzazione degli strumenti ne semplifica l’utilizzo e ne riduce i costi, di licenza e di esercizio. "Importante è anche la personalizzazione e l’inserimento in un contesto aziendale – specifica Graziani -, magari a livello modulare. Calare dall’alto un sistema completo potrebbe significare non dare all’impresa il tempo sufficiente per assorbirlo". I processi, infatti, si moltiplicano, richiedendo un maggior controllo delle informazioni che sempre di più risultano strutturate. La necessità principale è di gestire la documentazione ordinaria ma anche problematiche quali la configurazione del prodotto e le sue modifiche. "Chi non riesce a gestire o automatizzare questi passaggi – indica Rinaldi -, non potrà ridurre tempi e costi di produzione e collaborare in una supply chain complessa fin dall’inizio, mantenendo alto il livello di qualità e di innovazione; elementi determinanti soprattutto in un periodo come questo e con competitor quali la Cina e l’India".

Collaborazione su larga scala


L’investimento in ricerca e sviluppo e la diffusione di strumenti quali Internet hanno permesso di compiere un passo epocale, per affrontare la problematica della collaborazione tra attori distribuiti e con la necessità di mantenersi in comunicazione anche in fase di ingegnerizzazione. "Alla base delle nuove offerte, si pongono soluzioni integrate e integrali – incalza Rinaldi -, in grado di valutare tutte le caratteristiche inerenti la creazione del modello digitale".


Una maturità che, tuttavia, si può ritrovare solo nel mercato manifatturiero, anche nell’accezione verticale di automotive, aerospace&defence, hi tech, ma che non è ancora vissuta in altri settori, per quanto interessati e interessanti per l’evoluzione del Plm. Tra questi spiccano il fashion e il largo consumo ma, per ora, si tratta di settori ancora acerbi. "In Italia, qualche realtà "visionaria" vede l’utilità del Plm per usi non tradizionali, come ad esempio il packaging e la gestione delle ricette – conclude Sacco -. Bisogna, tuttavia, non farsi prendere da facili entusiasmi perché anche in settori diversi da quelli usuali il suo impiego potrebbe essere destinato ad aspetti tipicamente di machinery, vale a dire l’impianto di produzione di un bene".

Disponibilità e affidabilità nelle nuove San

0

Il mercato dei supporti magnetici su disco è caratterizzato da una continua crescita in termini di capacità e prestazioni e, contemporaneamente, dalla riduzione di prezzo e dimensioni. In questo panorama, i sistemi basati su disco possono essere considerati una valida alternativa ai nastri, oppure essere utilizzati in maniera complementare a essi all’interno di San di ogni dimensione. In particolare, le soluzioni Raid (Redundant array of inexpensive disks) possono essere utilizzate per collegare direttamente sistemi di backup oppure, sfruttando connettività Fiber channel, per collegare direttamente i server, creando un’infrastruttura di tipo switchless-San. In un’infrastruttura Raid i dati sono memorizzati in un array che collega e controlla un numero variabile di supporti, secondo una modalità che ne garantisce il completo ripristino nel caso in cui uno dei dischi sia guasto. Tecnologie ancora più sofisticate forniscono, invece, meccanismi di recovery che consentono di riguadagnare la disponibilità dei dati anche nell’ipotesi in cui più dischi abbiano simultaneamente un problema. Nonostante l’affidabilità raggiunta, i dischi e gli altri componenti hardware non sono esenti da guasti. In particolare, in caso di malfunzionamento di uno degli elementi hardware, l’intervento dell’utente si rende necessario per rimpiazzare la parte guasta e ripristinare la condizione di normale operatività. I sistemi Raid sono creati combinando una serie di componenti elettronici e meccanici particolarmente sensibili e la possibilità che uno di essi si guasti è molto più alta se rapportata ad altri dispositivi elettronici di largo consumo. Dal punto di vista dell’utilizzatore finale, è essenziale ottenere il più alto livello di continuità di servizio dell’intero sistema e valutare il relativo Tco.


A questo riguardo, oltre a dotarsi di hardware affidabile, è indispensabile contemplare i costi associati ai servizi di assistenza e manutenzione che, spesso, non sono evidenti al momento dell’acquisto della soluzione.

Attenzione ai costi


I sistemi storage basati su Raid sono costituiti da numerosi elementi e sono molte le sfide tecnologiche che i progettisti devono affrontare per sviluppare soluzioni affidabili. In un’architettura Raid i dischi operano in modalità asincrona e con un elevato regime di rotazione per minuto (Rpm). Un altro elemento critico è rappresentato dal rapido movimento delle testine dovuto alle operazioni di lettura/scrittura dei dati, che favorisce l’usura. Nel caso in cui l’intero sistema non sia progettato accuratamente, le vibrazioni possono logorare gli elementi meccanici, riducendo significativamente il ciclo di vita dei dischi e, contemporaneamente, aumentando il rischio di guasti e di perdita dei dati. Altri accorgimenti riguardano le condizioni ambientali. Al fine di evitare la penetrazione della polvere, i dischi devono, infatti, essere accuratamente assemblati e inseriti in alloggiamenti particolari, che li preservino dall’introduzione di agenti esterni. Infine, caratteristiche e tolleranze meccaniche devono consentire di rimuovere e installare qualsiasi componente presente all’interno di un sistema di storage quali dischi, controller o ventole. Per quanto riguarda la ridondanza, un sistema di storage basato su tecnologia Raid garantisce la disponibilità continua dei dati in caso di guasto di un singolo elemento o (con soluzioni ancora piuttosto costose) anche a fronte di guasti multipli. La scarsa affidabilità di un sistema di storage non necessariamente causa una perdita immediata dei dati ma, spesso, comporta costi aggiuntivi in termini di servizi di assistenza e manutenzione. Inoltre, quando il tempo che intercorre tra il guasto e la sostituzione aumenta, cresce la possibilità di non avere accesso ai dati, così come il rischio di un secondo guasto.

Qualità "certificata"


In questo scenario, è essenziale progettare accuratamente i sistemi, selezionare attentamente i componenti e assicurarsi che i processi produttivi garantiscano il massimo livello di qualità.


Inoltre, è importante che i sistemi siano sottoposti ai processi di certificazione che possano comprovarne l’affidabilità. Certificazioni rilevanti sono Nebs (Network equipment building standard) ed Etsi (European telecommunication standard institute) che, sempre più spesso, sono un elemento necessario per accedere, ad esempio, al mercato delle telecomunicazioni.

*direttore marketing Emea di DotHill

Virtualizzazione per la server consolidation Pregi e opportunità

0

Cento milioni di dollari di fatturato nel 2003, 218 nel 2004 e circa 400 (previsti) per il 2005. Sono i numeri di Vmware (produttore di software di virtualizzazione) che, oltre e a testimoniare il trend di crescita della società, ci dicono anche come sta crescendo nel complesso questo mercato, se è vero che Vmware detiene oltre il 90% di share. La realtà, pur interamente posseduta da Emc, è totalmente indipendente."Non siamo un’azienda monoprodotto ma monotematica – ha spiegato Alberto Bullani, corporate account manager Vmware Italia -. In effetti, facciamo una sola cosa, pur con prodotti differenti indirizzati ad altrettante esigenze. Abbiamo avuto successo con un’idea vecchia di 30 anni, cioè la virtual machine dei mainframe, portandola sette anni fa sulle piattaforme x86". La virtualizzazione di cui si parla è quella che si applica ai sistemi di elaborazione, tipicamente i server, e che consente di ridurre la proliferazione delle macchine mediante un software che disaccoppia il sistema operativo principale dall’hardware. Rispetto all’approccio tradizionale, basato sulla stretta corrispondenza tra una macchina, un sistema operativo e, quasi sempre, una singola applicazione (con conseguente sottoutilizzo del processore), l’astrazione consente di realizzare un mix di macchine virtuali (ciascuna dedicata a un ambiente operativo) che condivide in modo dinamico le medesime risorse. Tali virtual machine "sono assolutamente separate tra loro, per cui risulta impossibile la propagazione di virus o di crash", ha aggiunto Bullani. Il risparmio? Si possono consolidare anche 150 server fisici in soli 3.

Installazione facilitata


La macchina virtuale di Vmware è costituita da un singolo file poco ingombrante, che si copia e si installa molto velocemente, permettendo anche di replicare in modo agevole un template preimpostato su più locazioni. Il tempo di messa in linea di un server virtuale è di pochi minuti. L’offerta è declinata in quattro differenti pacchetti. Si parte da Vmware Ace, prodotto per desktop, si passa a Vmware Workstation e a Gsx Server dedicati, rispettivamente, alle workstation mobili o ai server medio piccoli e si arriva a Esx Server, che rappresenta la parte più significativa dell’offerta, indirizzando i server di dimensioni maggiori. Esx Server è in grado, attualmente, di gestire fino a 2 processori, ma in futuro il supporto sarà esteso a 4. A differenza dei prodotti minori non richiede un Os ospitante, perché si installa direttamente sull’hardware della macchina. Ne derivano vantaggi in termini di performance e sicurezza, ma anche un controllo più diretto dell’hardware, con la possibilità di assegnare risorse in modo più granulare. L’offerta è completata da Virtual Center, una console di gestione centralizzata per controllare tutte le macchine virtuali presenti sulla rete. Per quanto riguarda il supporto ai differenti Os, sono comprese tutte le ultime versioni di Windows, le principali declinazioni di Linux e Sun Solaris. Mediante partnership con vendor software (in area Erp) e hardware (con i produttori di Cpu e server, storage e networking) sono state realizzate le certificazioni di interoperabilità e supporto per i vari ambienti. Oltre alla server consolidation, vi sono altri ambiti di utilizzo. Uno è quello del test e sviluppo di applicazioni; un altro è la business continuity dato che una macchina virtuale permette di mettere in produzione velocemente ed economicamente un sito di disaster recovery. Ulteriore area è la gestione sicura dei desktop, resa possibile dall’ultimo nato, Vmware Ace, che consente di applicare policy di sicurezza mediante desktop virtuali.

Performance migliorate in ambienti multiOs

0

Anche Amd e Intel sembrano credere fortemente nelle potenzialità della virtualizzazione delle risorse computazionali. Negli scorsi mesi entrambe hanno annunciato le rispettive tecnologie. Quella di Amd si chiama Pacifica ed è stata pensata per ottimizzare l’astrazione su server e client in ambienti a 64 bit, così come su workstation, desktop e notebook basati su architettura x86. La società sta collaborando da tempo con Microsoft e Vmware alla tecnologia, che dovrebbe essere disponibile per i processori client e server Amd64 nel corso della prima metà del 2006. Intel, da parte sua, ha annunciato già per questo autunno la disponibilità della sua architettura di astrazione (Vanderpool), che verrà supportata sia dai Pentium 4 che dai Pentium M. Il principio è lo stesso per entrambe le soluzioni, ovvero permettere di utilizzare, contemporaneamente, diversi sistemi operativi e applicazioni sullo stesso computer, all’interno di partizioni logiche indipendenti delle risorse utilizzate, messe a fattor comune. Ma, mentre se si utilizzano i software di Microsoft o Vmware si creano una o più macchine virtuali al di sopra di un sistema operativo "ospite", le architetture di virtualizzazione hardware (fornite da Amd e Intel) permettono di far girare ogni virtual machine direttamente sul processore fisico. L’astrazione a livello di hardware, in linea di principio, fornisce migliori performance e affidabilità ma, spesso, risulta eccessivamente costosa ed ecco perché si apre sul mercato uno spazio sempre più consistente anche per i più economici approcci di Microsoft e Vmware.

Il ruolo di Microsoft

0

Microsoft ha svelato i suoi piani circa il futuro di Virtual Server, il software di astrazione delle risorse It acquisito nel 2003 da Connectix e rimarchiato nell’ottobre scorso. La società ha deciso che il prossimo aggiornamento (Virtual Server 2005) non verrà distribuito come service pack ma come prodotto a sé. La nuova versione, prevista per fine anno, si chiamerà R2 e sarà concessa gratuitamente ai clienti coperti dal contratto Software Assurance, mentre tutti gli altri dovranno pagare. Virtual Server 2005 R2 supporta le edizioni a 64 bit di Windows e, a detta del management di Microsoft, è stato migliorato sotto il profilo del supporto alle Cpu di Intel, oltre che sulle funzionalità di clustering. La casa di Redmond ha anche introdotto il supporto degli ambienti operativi di terze parti, quali Linux e Solaris. Microsoft sta, però, sviluppando parallelamente anche una propria soluzione di virtualizzazione, chiamata Hypervisor, creata sulle fondamenta tecnologiche di Virtual Server, che sarà integrata in Longhorn Server (atteso per il 2007).

«Ti sistemo la filiera»

0

Carni Sarde Mamusa è una delle aziende industriali nel network zootecnico del Gruppo Mamusa, attivo nel panorama italiano delle filiere integrate per la lavorazione e la commercializzazione della carne. La società conta diverse sedi ubicate nel comprensorio di Cagliari dove, a pieno regime, lavorano circa 100 addetti. Ogni settimana vengono prodotti e lavorati circa 2.000 suini, per un totale di 1.000 quintali di carne, confezionati in quasi 200.000 vaschette.

«Da sempre, la Sardegna è nota per un livello di qualità superiore rispetto al resto della carne suina italiana – spiega Pierluigi Mamusa, amministratore della società -. La nostra azienda è operativa già da diversi anni, ma l’automazione completa di tutti i processi industriali, inclusa la tracciabilità dell’ultima parte della filiera, la gestione dei tagli e del confezionamento per la distribuzione, sarà a pieno regime a partire da quest’anno. Abbiamo deciso di sviluppare processi avanzati di gestione e controllo, per offrire prodotti certificati e garantiti su tutta la linea di produzione. In questo modo, al momento dell’acquisto, il cliente potrà trovare sulle nostre confezioni una serie di informazioni aggiuntive che ci distinguono dai prodotti indifferenziati».

Prima che le normative nazionali ed europee regolamentassero la tracciabilità alimentare, obbligando gli operatori del settore a specificare la provenienza e la data di confezionamento dei prodotti, la società aveva già optato per la massima trasparenza e implementato un’infrastruttura informatica all’avanguardia, basata su tecnologia Hp.

«In un mercato sempre più competitivo – prosegue il manager – è necessario aggiungere valore al prodotto che viene offerto al consumatore. Chi sceglie i nostri prodotti ha a disposizione molte informazioni, a partire dal tipo di mangime con cui l’animale è stato nutrito. Questo permette una maggiore consapevolezza d’acquisto e, ovviamente, una maggiore sicurezza».

Grazie a politiche di sviluppo lungimiranti, Carni Sarde Mamusa aveva predisposto un piano di ingegnerizzazione dell’intera supply chain già nel 2000, con un significativo investimento hardware e software per automatizzare la tracciabilità allo stato dell’arte.

«In passato, la bontà di un prodotto poteva essere espressa solo a parole, ma non c’erano garanzie circa il processo di produzione – precisa Mamusa -. Oggi, invece, i percorsi di certificazione demandano a un ente esterno la verifica di diversi parametri di qualità che, attraverso controlli numerici e analisi di campionamento, attestano l’effettiva validità di un prodotto e la sua genuinità. Anticipando molti temi legislativi, una delle scelte che abbiamo fatto è stata quella di implementare un sistema di monitoraggio del Ph, della temperatura, della carica batterica e di altri parametri relativi a ogni quarto suino che entra nel nostro ciclo produttivo. Tutte queste analisi sono, poi, gestite da un laboratorio che, attraverso un database, accoppia i dati utili a descrivere in modo puntuale e specifico la tracciabilità di quel lotto con un determinato codice. Ciascuna informazione presente sulle confezioni di carne è, quindi, il risultato di reali processi di controllo. Oggi possiamo gestire più di 200.000 codici alla settimana, collegando le matricole a lotti che permettono di risalire la catena di lavorazione arrivando a qualsiasi informazione riguardante il singolo animale macellato».

La società ha sempre considerato la tecnologia un supporto indispensabile per il business e, non a caso, le sue aziende zootecniche siano state tra le prime in Europa a dotarsi di un software gestionale specifico per la produzione. Grazie alla consulenza del system integrator cagliaritano LeaderChip, negli ultimi due anni è stato implementato il gestionale Target Cross, completato l’interfacciamento con le varie periferiche di rilevazione e l’applicazione Omnis Studio, dedicata alla tracciabilità. In questo modo, dal codice a barre presente sulle vaschette di Carni Sarde Mamusa è sempre possibile risalire a uno storico che comprende tutto il ciclo di allevamento, macellazione e lavorazione. Attraverso il controllo di ogni singola matricola animale, l’azienda può gestire la produzione in modo più puntuale, massimizzando i parametri di efficienza e di redditività.

«Nel nostro settore è fondamentale ottimizzare i processi e abbattere i margini di errore – ribadisce Mamusa -. Integrando il gestionale con un programma di contabilità industriale su database Sql, abbiamo potenziato il controllo su tutta la filiera e combinato i dati tecnici con le informazioni economiche. Questo ci offre una visione unificata dell’intero processo produttivo. Abbiamo gradualmente esteso questa modalità di gestione informatizzata a tutta la supply chain».

Carni Sarde Mamusa si è posta l’obiettivo di eliminare ogni possibile fermo macchina. Per questo motivo LeaderChip ha previsto un servizio di assistenza in grado di assicurare la continuità operativa in modalità 24×7. Oltre al supporto on site, viene utilizzata anche una Vpn dedicata. Quando l’azienda lancia un’icona di assistenza remota, LeaderChip si attiva prontamente, prendendosi carico di ogni problema tecnico.

«Siamo un’azienda in continua crescita e abbiamo bisogno di soluzioni capaci di evolvere in sintonia con nostro business – conclude il manager -. Stiamo già pensando a un progetto di riassortimento automatico del nostro magazzino, per cui potremo determinare la miglior rotazione dei prodotti a seconda delle necessità espresse via Web dai punti vendita».

L’Ict è «vita»

0

Due sono i centri presenti in Berloni (realtà di spicco a livello internazionale nella produzione di mobili da cucina e da arredamento): uno è chiamato “Tecnologie” e rappresenta l’It in senso stretto, in quanto è di supporto alla produzione, l’altro è dato dal Ced, che gestisce i dati di tipo amministrativo. Da cinque anni alla guida del primo centro c’è Giorgio Sabbatini (una laurea breve in Ingegneria e Logistica della Produzione, seguita da una serie di corsi di specializzazione) che abbiano intervistato per farci raccontare le peculiarità della realtà in cui opera e come, dopo un incendio che due anni fa ha danneggiato la fabbrica principale, sia nata una struttura che oggi è tra le più innovative nel suo genere.


«Al mio arrivo in Berloni – ricorda Sabbatini – ho trovato una struttura It abbastanza classica, ma con una serie di progetti di sviluppo tecnologico in fase di avvio. Le principali difficoltà che ho incontrato allora erano più che altro legate alla programmazione delle macchine utensili, in quanto quelle nuove erano gestite da un pc, con un software che andava personalizzato, e quindi rappresentavano un sostanziale cambiamento rispetto al precedente approccio artigianale. Uno dei miei primi impegni è stato quello di fare dei corsi agli operai per insegnar loro come funzionano le macchine computerizzate a controllo numerico, dotate di schede Eprom o hard disk o qualsiasi altro tipo di memoria, su cui poggiano i programmi. Per fare un esempio, ogni volta che è necessario disegnare un cerchio, ci sono dei comandi che l’operatore deve dare alla macchina, che quindi esegue il disegno in base ai parametri ricevuti: ovviamente questi devono corrispondere ai disegni forniti dai tecnici, per cui l’operatore deve avere una valida preparazione per far eseguire alla macchina quanto effettivamente richiesto».

Ma che cosa ha comportato, dal punto di vista tecnologico, la scelta di automatizzare il processo produttivo? «Per quanto riguarda le macchine a controllo numerico – risponde il nostro interlocutore – abbiamo cercato di interagire il più possibile con gli standard attuali dei disegni tecnici, cioè con il software AutoCad, al quale peraltro oggi si sono adeguati anche i costruttori delle macchine stesse».


Mentre la società era in questa fase di passaggio alle nuove tecnologie, è successo l’incidente dell’incendio che due anni fa ha danneggiato la fabbrica principale dedicata all’assemblaggio, dove arrivano tutti i pezzi finiti, che una volta rifiniti e rilavorati venivano assemblati in mobili e quindi spediti. Per cui era l’area più importante che fungeva da raccordo di tutta l’attività delle altre fabbriche.

«Nella sfortuna siamo stati abbastanza fortunati – ricorda Sabbatini – perché al momento dell’incendio l’area Ced era abbastanza in sicurezza e perciò abbiamo potuto ripristinare tutti i dati al giorno prima dell’incidente: tramite i vari server non coinvolti nell’incendio, siamo riusciti a non perdere i dati, però questo episodio ci ha spinto a ripartire su basi completamente nuove. Infatti, la costruzione del nuovo capannone, ha anche consentito di comprare macchinari molto più tecnologici dei precedenti, che però richiedevano un maggior ruolo da parte dell’It di coordinamento e di integrazione».


La Berloni è dunque uscita più rafforzata dall’incidente, perché nel nuovo stabilimento è stato implementato il “magazzino automatico”, una struttura che si sviluppa in orizzontale, in quanto fa uscire gli ordini in base alle richieste di carico che ogni singolo trasportatore ha ricevuto dall’ufficio acquisti. In pratica, oggi, ogni trasportatore, presentandosi in date stabilite e digitando su un terminale l’ordine, si vede consegnare in modo automatico la merce, che a sua volta deve consegnare al rivenditore.

Per raggiungere questi risultati, come sottolinea l’It manager «vuol dire che a monte c’è un grosso livello organizzativo, che ha costretto l’area It a una completa riorganizzazione. Infatti, anche prima lavoravamo a giornata, ma non avevamo gli strumenti di working progress che oggi possediamo e che stiamo ulteriormente raffinando con una soluzione che stiamo testando, chiamata “software di fabbrica” acquisita da Esa Software, che in pratica automatizza il ciclo informativo di fabbrica e che ci dà la situazione, in tempo reale, dei singoli pezzi di un ordine».

In sintesi, una volta che è stato sistemato tutto il parco software a livello delle informazioni, queste vanno convogliate direttamente sulle varie linee di produzione: ogni linea ha un suo tabulato e dei file situati sui server preposti, che vengono prelevati dalle macchine utensili, le quali eseguono i vari pezzi, in base ai programmi contenuti nei file.

Una volta prodotto il materiale, viene etichettato, raggruppato in base ai diversi ordini fatti dai clienti e stoccati in magazzino. Quest’ultimo, a sua volta, è gestito da un server, che contiene tutte le etichette dei vari ordini e la situazione dei diversi livelli di produzione. Con questa organizzazione, quindi, come già accennato, il magazzino automatico è in grado di gestire gli ordini e consegnare la merce direttamente sul camion dei trasportatori, in modo totalmente automatico.


«All’interno, però, abbiamo dovuto personalizzare anche tante automazioni e soluzioni – spiega Sabbatini – costruite direttamente da noi dell’It, in quanto siamo quasi tutti programmatori e per fortuna abbiamo anche delle idee per sviluppare cose nuove. Il nostro impegno, però, non è limitato alla gestione del magazzino, ma abbiamo anche la gestione di tutta l’automazione delle macchine di produzione: in un ufficio abbiamo una serie di server, che sono collegati alle macchine utensili, alle quali passiamo le eventuali variazioni sia dei cicli che dei programmi. Infatti, se l’ufficio tecnico decide di portare dei cambiamenti a un pezzo, lo comunica a noi dell’It, per cui automaticamente creiamo un “part program”, cioè un programma che la macchina riconosce e che consente di avviare le modifiche richieste».


Per quanto riguarda il tema della robotica, il manager ci spiega che in altri stabilimenti sono state ulteriormente migliorate le varie fasi produttive relative alla lavorazioni dei pezzi. Per esempio, in uno stabilimento c’è la produzione chiamata “giorno e notte” dove vengono prodotte camere da letto e soggiorni, e in un altro la lavorazione chiamata “top e mensole” dove è presente un robot che automaticamente imballa tutti i vari pezzi che poi vanno in magazzino. Un altro magazzino automatico gestisce il discorso delle “barre”, che sono i pannelli grezzi dai quali vengono ricavate le varie parti di un mobile. In quest’area prima entra in funzione una sezionatrice che taglia le barre, che poi passano in progressione alle macchine squadra-bordatrici, quindi alle foratrici e alle linee della verniciatura, per arrivare ai vari reparti di assemblaggio e poi alla spedizione nel magazzino.

«Il tutto, dal punto di vista tecnologico – osserva Sabbatini – è supportato da una schiera di server. Per il discorso Internet ci appoggiamo a un server Unix che ci fa da proxi, usiamo un server Vms per il gestionale e per tutti i dati amministrativi e poi abbiamo una serie di server Windows 2003 per la gestione dei dati dell’automazione: su questi server gira Oracle, per il software di fabbrica, Sql di Microsoft per il magazzino automatico, e altri piccoli server Sql anche in locale per quanto riguarda la distribuzione dei dati e del cartaceo»

.

In merito ai nuovi progetti, Sabbatini ci ha anticipato che è in fase di avvio, con il pieno supporto della proprietà Berloni il discorso del Voice over Ip. «Di recente abbiamo installato nuove antenne a 2,4 GigaHertz che portano sia segnale dati che streaming video e fonia. In virtù di questa nuova tecnologia, abbiamo pensato di implementare il VoIp, in particolare anche per tutti i nostri agenti e le sedi che abbiamo all’estero. Questa scelta porterà notevoli abbassamenti dei costi delle telefonate e di Internet».


L’avvio di tutte queste innovazioni si è tradotto, per Berloni, in un’accelerazione dei processi produttivi e in un miglioramento anche della qualità dei prodotti, un’arma ancora vincente per combattere la forte competizione, sia nazionale che internazionale, che c’è in atto nel settore. Una ulteriore dimostrazione che il top management ha un approccio illuminato verso la tecnologia viene anche dal fatto che Sabbatini non ha avuto particolari restringimenti sulle spese It: »Gestisco in prima persona un certo budget per quanto riguarda l’assistenza tecnica e l’infrastruttura It, che nel complesso è data da 160 postazioni pc, più 50 tra macchine e server che sono presenti nelle fabbriche. Per i budget di nuovi progetti, invece, si decide di volta in volta con il top management. Nel caso di grossi problemi legati all’hardware ci rivolgiamo direttamente al vendor, ma per quanto riguarda le gestione quotidiana del parco installato, lo facciamo internamente, in quanto il mio staff è molto qualificato e ha competenze su tutti i fronti. Ritengo che sia molto importante poter contare su validi skill interni, che peraltro ci siamo costruiti nel tempo, procedendo sia con accurate selezioni al momento delle assunzioni, sia con una formazione interna continua, perché solo così possiamo offrire servizi di qualità. L’approccio selettivo l’ho usato anche per quanto riguarda i fornitori, dal momento che non cerco dei semplici venditori, ma degli interlocutori competenti e per fortuna ho trovato due realtà locali che rispondono adeguatamente alle mie esigenze. Dai fornitori, inoltre, voglio essere aggiornato sui nuovi prodotti tecnologici, anche se internamente ci informiamo continuamente con materiale e riviste specializzate. Però, devo anche dire che alla fine ritengo non ci sia miglior amministratore di se stesso, in quanto se c’è un problema, relativo a qualche linea, alla fabbrica o alla rete, cerchiamo di risolverlo internamente, visto che ho dei validi programmatori e un tecnico molto esperto che sa anche costruire una macchina. E questo modo di procedere è anche la conferma dell’importanza del ruolo che un Cio gioca in azienda, che deve saper essere sempre in grado di interagire con le necessità del core business e conoscere profondamente le varie fasi di produzione per supportarle al meglio. Attualmente abbiamo allo studio anche qualche altra innovazione tecnologica, ma per il momento non posso sbilanciarmi».

Microsoft in Italia aumenta il focus su Pmi, sanità e mobility

0

Da due anni alla guida di Microsoft Italia, Marco Comastri (ex manager Ibm) si appresta ad affrontare il nuovo esercizio fiscale (che chiude a fine giugno 2006) con una rinnovata squadra di manager posti a capo di settori sui quali la società vuole maggiormente focalizzare le proprie energie. E una conferma di come la filiale cerchi di stimolare su tutti i fronti un mercato "che certo non ci aiuta a fare quello che vorremmo" come ha sottolineato Comastri, viene anche dal fatto che internamente è stato realizzato il Manuale dell’imprenditore, una guida che si propone di aiutare i manager delle Pmi a calcolare, in modo semplice, il ritorno degli investimenti fatti nell’It.


Riguardo alla nuova squadra annunciata, esordiscono quattro manager: Anna Di Silverio, a capo della divisione Servizi, Pierpaolo Taliento alla guida della divisione Business Marketing Organization, Mario Derba nominato direttore divisione Enterprise & Partner Group mentre Andrea Dossena è il direttore della divisione Finance & Administration. Riconfermati, invece, David Moscato alla guida della divisione Small & Midmarket Solutions & Partners e Giovanni Stifano direttore della divisione Public Sector.


Non potendo, per policy aziendale, dare le cifre relative all’andamento dell’anno appena concluso, Comastri si è limitato a dire che Microsoft Italia, settima per importanza tra le country internazionali, ha intenzione di aumentare nell’esercizio 2006 il numero dei dipendenti del 10%, in un momento in cui molti competitor rallentano o licenziano.


In sintesi, per il nuovo anno, l’amministratore delegato ha dichiarato che il focus si concentrerà su tre settori di riferimento: business, citizenship e people.


In particolare, per l’area business ha individuato tre macro priorità. A livello mercato è prevista una maggior copertura geografica, che si tradurrà in un incremento della presenza diretta anche in centri minori, in un programma specifico per Pmi e in maggiori investimenti sulla sanità, un settore in forte evoluzione sul quale la socità sta puntando in modo particolare. Sul fronte prodotti, continua la focalizzazione su server e sulle soluzioni verticali, da realizzare con il contributo dei partner. Interpellato da Linea Edp sugli scarsi risultati ottenuti in area Erp (Navision e Axapta), Comastri ha ammesso che in effetti la società nel 2005 aveva un piano aggressivo di vendita, che in parte è stato disatteso perché il mercato del settore è fermo. Ha, tuttavia, affermato che prosegue il forte commitment su quel fronte anche per il 2006. In primo piano anche la mobility, che diventa mainstream. Il terzo focus è dato dalle iniziative, che si moltiplicheranno in direzione della compliance, con l’avvio di nuove sinergie con le istituzioni, e dalla competition, che si combatte facendo leva su offerte proattive, che puntano su semplicità ed efficacia delle soluzioni.

css.php