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Vincenzo Zaglio

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I benefici dello storage unificato negli ambienti Windows

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Questo white paper in italiano, stilato da Wikibon per conto di NetApp, illustra in concreto i vantaggi economici dell’adozione di un modello di storage unificato in contrapposizione ai tradizionali modelli di storage diretto (DAS) e SAN.

Wikibon è una comunità mondiale di professionisti, tecnici e consulenti che intendono migliorare l’adozione di sistemi tecnologici e di business attraverso una condivizione “open source” della libera conoscenza tecnica e delle best practice consolidate.

Il business case illustrato nel documento è stato realizzato da Wikibon con interviste a un campione di aziende con installazioni di ambienti Microsoft Windows. Si tratta di uno studio appositamente riveduto e corretto per tenere conto delle esigenze, dei budget di investimento e delle expertise presenti all’interno delle comuni organizzazioni di medie dimensioni.

Una guida utile, a disposizione di tutte le PMI che intendono “toccare con mano” i benefici dello storage unificato facendo leva sulle esperienze di alcune realtà che lo hanno già implementato.

In concreto, il documento approfondisce i seguenti argomenti: 

° Confronto fra lo storage tradizionale (DAS e SAN) e lo storage unificato
° Vantaggi tecnici dello storage unificato
° Vantaggi economici dello storage unificato
° Metriche finanziarie per l’implementazione dello storage unificato













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Hacktivism, ovvero Internet come mezzo di espressione politica

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Negli ultimi tempi sentiamo sempre più spesso parlare di attacchi ai sistemi informativi aziendali operati da hacktivisti. Ma chi sono questi attivisti del web e cosa è l’hacktivism? Quali sono i pericoli concreti per le aziende? A questa e altre domande risponde questo white paper in italiano.

Fare ordine tra Anonymous, occupanti ed eserciti informatici può rendere complicato comprendere i protagonisti e le loro motivazioni. Così come alcuni attivisti entrano illegalmente in impianti nucleari e altre proprietà private, gli attivisti informatici entrano in aree digitali private.

Bloccate dalla loro mancanza di struttura, le operazioni di alcuni attivisti rimangono confinate a scherzi di cattivo gusto, mentre altre possono essere collegate ad attività illecite (come il furto di dati bancari). Il valore di queste violazioni è spesso discutibile e difficile da comprendere.

L’hacktivism è oggigiorno un fenomeno di rilievo. Come i criminali dieci anni fa hanno compreso che Internet poteva diventare uno dei loro campi d’azione preferiti, molti utenti Internet hanno scoperto nel 2010 che il web potrebbe diventare una piattaforma di protesta collettiva.

Questo documento fa il punto sui più recenti attacchi DDoS (Distributed Denial of Service) perpetrati ai danni di aziende ed enti. Nessuna organizzazione è, infatti, intoccabile a priori, anche perché le motivazioni che spingono questi cyberattivisti ad agire non sono sempre chiare.

Il white paper, in italiano, creato da McAfee, approfondisce in particolare questi aspetti:

• Il movimento Anonymous
• Megaupload
• Social network e siti web
• Strumenti DDoS

 











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Hacktivism, ovvero Internet come mezzo di espressione politica

Negli ultimi tempi sentiamo sempre più spesso parlare di attacchi ai sistemi informativi aziendali operati da hacktivisti. Ma chi sono questi attivisti del web e cosa è l’hacktivism? Quali sono i pericoli concreti per le aziende? A questa e altre domande risponde questo white paper in italiano.

Fare ordine tra Anonymous, occupanti ed eserciti informatici può rendere complicato comprendere i protagonisti e le loro motivazioni. Così come alcuni attivisti entrano illegalmente in impianti nucleari e altre proprietà private, gli attivisti informatici entrano in aree digitali private.

Bloccate dalla loro mancanza di struttura, le operazioni di alcuni attivisti rimangono confinate a scherzi di cattivo gusto, mentre altre possono essere collegate ad attività illecite (come il furto di dati bancari). Il valore di queste violazioni è spesso discutibile e difficile da comprendere.

L’hacktivism è oggigiorno un fenomeno di rilievo. Come i criminali dieci anni fa hanno compreso che Internet poteva diventare uno dei loro campi d’azione preferiti, molti utenti Internet hanno scoperto nel 2010 che il web potrebbe diventare una piattaforma di protesta collettiva.

Questo documento fa il punto sui più recenti attacchi DDoS (Distributed Denial of Service) perpetrati ai danni di aziende ed enti. Nessuna organizzazione è, infatti, intoccabile a priori, anche perché le motivazioni che spingono questi cyberattivisti ad agire non sono sempre chiare.

Il white paper, in italiano, creato da McAfee, approfondisce in particolare questi aspetti:

• Il movimento Anonymous
• Megaupload
• Social network e siti web
• Strumenti DDoS

 











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Perché utilizzare i servizi di protezione dati da remoto e storage offsite

Secondo una recente indagine, sei aziende su dieci tra quelle che subiscono una perdita di dati dovuta ad attacchi informatici, disservizi dei sistemi o altre cause chiudono entro sei mesi.

La prospettiva non è certo incoraggiante, specie se si tiene conto del fatto che anche le realtà che non operano in settori soggetti a normative rigide in materia di tutela dei dati hanno la necessità di assicurarsi la continuità operativa.

Obiettivo di questo white paper è fare chiarezza sulle tecnologie, le opportunità e i costi dei servizi di storage offsite (vaulting) e backup incrementale online.
Una guida in italiano, facile da consultare.

Ecco, nel dettaglio, gli argomenti trattati:

° Adempimenti normativi e obblighi di ripristino
° Protezione dati in remoto
° I vantaggi del backup online
° Storage offsite
° I costi

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La flessibilità IT secondo HP: una guida alla gestione del ciclo di vita delle applicazioni

Per favorire il cambiamento aziendale, i manager IT devono riesaminare il proprio approccio alla pianificazione, allo sviluppo, all’implementazione e all’utilizzo delle applicazioni software.

Riconoscere la supremazia della flessibilità applicativa è un aspetto cruciale, che consente alle organizzazioni IT di ricoprire un ruolo fondamentale nel determinare il modo in cui le persone, i processi e le tecnologie modificano il modo di produrre e fornire applicazioni.

Il passaggio di base consiste nel ridefinire il ruolo delle applicazioni, facendole evolvere da software statici a sistemi compositi, quelli che in gergo si definiscono “sistemi di sistemi”.

Tutto quello che concerne le applicazioni si è evoluto, dalle fondamenta ai metodi utilizzati per assemblarle. In questo ambiente sempre più accelerato e complesso, i team di sviluppo necessitano di strumenti moderni e integrati che consentano loro di lavorare realmente come team e non come singole entità distinte.

Una volta comprese le sfide, le azioni che le organizzazioni IT devono intraprendere sono, essenzialmente, due. Da un lato, occorre ristabilire i principi fondamentali delle metodologie di rilascio, per affrontare le sfide del mercato moderno. Dall’altro, è necessario gestire completamente il ciclo di vita delle applicazioni, per migliorare le prestazioni e i risultati aziendali.

Facendo evolvere l’approccio alla gestione del ciclo di vita delle applicazioni sarà possibile migliorare la qualità, la prevedibilità e la flessibilità delle iniziative applicative, garantendo al contempo il conseguimento di migliori risultati aziendali.

Questo business paper in italiano di 8 pagine, realizzato da HP, ci suggerisce come procedere per adottare un approccio di ALM (Application Lifecycle Management) coerente e flessibile.

Il documento, in particolare, affronta queste tematiche:

• Supporto per ambienti e modelli di rilascio eterogenei
• Affrontare il ciclo di vita completo delle applicazioni
• Gestione e automazione integrate
• Accelerazione del time-to-value
• Attenzione alla qualità delle applicazioni

 











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Apple iOS 5.1 risolve 81 vulnerabilità

Il più recente aggiornamento della piattaforma Apple iOS (iOS versione 5.1) include le patch per oltre 81 bug.

La maggior parte di questi bug si trova nel framework iOS WebKit. Le vulnerabilità vengono descritte da Apple come “problemi di danneggiamento della memoria”. Apple ha rilasciato identificativi CVE per tutti questi “buchi”.
L’attuale iterazione della piattaforma iOS (iOS 5.0) funziona su iPhone 3GS, 4, 4S, iPad, iPad 2 e la terza generazione di iPod Touch.

In totale, sono stati risolti 69 bug nel framework WebKit, tra questi 62 bug di corruzione della memoria, cinque bug multipli cross-origin e due bug cross-origin relativi al drag-and-drop dei contenuti, nonché alcuni cookie.
Altri fix includono patch per la VPN integrata (che risolve una vulnerabilità format string che potrebbe causare l’esecuzione arbitraria di codice), così come gli aggiornamenti a Safari, Siri e al kernel iOS.
Affrontati anche diversi problemi di bypass del codice di blocco all’interno di iOS 5.0, mitigando un problema che potrebbe consentire a una persona con accesso fisico al dispositivo di bypassare il blocco dello schermo.
Patchati anche i problemi in libresolv, nella manipolazione dei file di catalogo HFS e nei moduli CFNetwork che, secondo Apple, potrebbero condurre alla “divulgazione di informazioni riservate attraverso un sito Web creato appositamente per compiere attività malevole”.

Una lista completa dei cambiamenti può essere trovata a questo advisory di sicurezza di Apple.

L’aggiornamento è disponibile via iTunes, che è stato anche aggiornato alla versione 10.6 per immunizzarlo contro gli scenari di attacco del tipo man-in-the-middle mentre si accede all’App Store. Il man-in-the-middle, va ricordato, è un tipo di minaccia nella quale l’attaccante è in grado di leggere, inserire o modificare a piacere messaggi tra due parti senza che nessuna delle due sia in grado di sapere se il collegamento che le unisce reciprocamente sia stato effettivamente compromesso. L’aggiornamento iOS 5.1 può essere trovato qui mentre qui si possono ottenere informazioni su come aggiornare ciascuno specifico dispositivo Apple.

La sicurezza delle Google Apps

La sicurezza dei servizi online è un aspetto sempre più importante per le aziende. La diffusione di diversi sistemi e definizioni di cloud computing ha sollevato interrogativi non solo sul trattamento e la sicurezza dei dati, ma anche sul modo in cui i vari fornitori cloud realizzano e implementano i propri servizi.

Questo white paper di 14 pagine in italiano illustra i metodi utilizzati da Google per garantire la sicurezza dei propri prodotti Google Apps per la messaggistica e la collaborazione, trattando argomenti come la protezione dei dati, la sicurezza fisica e la sicurezza di funzionamento.

In particolare il white paper analizzerà, fra gli altri, i seguenti temi:

  • Criteri per la sicurezza aziendale di Google
  • Classificazione e controllo degli asset
  • Sicurezza (dell’organizzazione, di funzionamento, fisica e ambientale)
  • Ripristino di emergenza e continuità del servizio
  • Conformità alle norme

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Una guida all’architettura di storage a più livelli

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Obiettivo di questo white paper è fornire un’introduzione al concetto di storage a più livelli: quando serve un’architettura di questo genere? Quali sono i vantaggi? Come vengono organizzati i dati in un’architettura a più livelli?

Il presente documento di 15 pagine in italiano, realizzato da Oracle, illustra come risolvere il problema della crescita delle informazioni, valorizzando nel contempo i dati in grado di influenzare il risultato finale.

Perchè “memorizzare le infomazioni è una cosa, accedervi è un’altra“. Ecco nel dettaglio gli argomenti trattati nel white paper:

  • Esigenze aziendali di memorizzazione delle informazioni
  • Caratteristiche dei dati nell’ambito delle piattaforme di storage a più livelli 
  • Architettura di storage a livelli
  • Architettura e funzionalità SAM (Storage Archive Manager)
  • Modalità di utilizzo delle SAM

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I consigli per realizzare un cloud privato

Per chi si occupa di IT, il cloud computing è un oggetto difficile da maneggiare: tutti ne parlano, i fornitori ne magnificano le potenzialità, gli analisti ne tratteggiano il contesto. Ma siamo sicuri di parlare tutti la stessa lingua?

Questo white paper di 20 pagine, realizzato da Oracle, guida il lettore all’implementazione di un cloud privato in un’ottica Paas (Platform as a Service), prendendo ad esempio la piattaforma Oracle Fusion Middleware.

Di seguito il sommario degli argomenti trattati nel white paper:

  • Overview: il cloud computing e le imprese
  • Come smembrare un’impostazione a sylos 
  • Le tipologie di cloud computing (IaaS, PaaS, SaaS)
  • Cloud privato vs cloud pubblico
  • Implementare un cloud privato in ottica PaaS
  • Le funzionalità di Oracle Fusion Middleware per il private cloud PaaS
  • Alcuni esempi di implementazione
  • Il futuro

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Una guida pratica all’Application Grid

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Il white paper di 13 pagine illustra i concetti che stanno alla base dell’Application Grid, e spiega come si pone l’Application Grid rispetto al Grid Computing e come può essere usato nell’ottica del consolidamento IT, con un impatto positivo su prestazioni e affidabilità.

Di seguito il sommario degli argomenti trattati in questo documento in inglese, realizzato da Oracle:

  • Introduzione all’Application Grid
  • Come l’Application Grid risulta di ausilio all’IT Consolidation 
  • Le caratteristiche di funzionamento di Oracle Fusion Middleware
  • Case study: come Sony Pictures ha semplificato la gestione dell’IT

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Il successore del worm Stuxnet

Stuxnet tornano a far parlare di sé. Il malware destò molto scalpore circa un anno fa per le sue abilità tese ad infettare i personal computer Windows utilizzati per il controllo dei sistemi industriali. L’attacco sferrato da Stuxnet, infatti, prendeva di mira i programmi di monitoraggio e controllo industriale SCADA/WinCC e PCS 7 impazzando soprattutto in Iran.

I tecnici di Symantec, stando a quanto riportato in queste ore, avrebbero rilevato il ritorno di Stuxnet. Un malware che sembra ricollegabile agli stessi autori si sta già diffondendo sui sistemi di diverse imprese europee. Anche in questo caso, la minaccia sembra concentrarsi sui sistemi di controllo impiegati a livello industriale offrendo così degli indizi circa le mire degli sviluppatori: sottrarre segreti aziendali con l’intento di sferrare, successivamente, attacchi nei confronti di singole società.

Secondo l’analisi resa pubblica da Symantec, il nuovo worm – battezzato Duqu – sarebbe simile a Stuxnet per molti aspetti. Ciò suggerisce il fatto che gli sviluppatori abbiano avuto accesso al codice sorgente di Stuxnet oppure che Duqu sia stato realizzato dallo stesso team di criminali informatici.
Tuttavia, mentre Stuxnet era stato progettato con l’intento di alterare direttamente il funzionamento dei sistemi industriali, Duqu sembra un più tradizionale spyware concepito con lo scopo di rubare dati sensibili. “Potrebbe trattarsi del precursore del prossimo Stuxnet“, si ipotizza da Symantec.

Come i trojan più moderni (i.e. ZeuS), Duqu comunica, in forma crittografata, con un server attraverso il quale gli autori del malware possono controllare il suo comportamento. Le macchine infette trasmettono a tale server le informazioni raccolte e restano in attesa di nuove istruzioni.

I tecnici di Symantec hanno riscontrato come Duqu attenda 15 minuti prima di attivarsi, una volta insediatosi sul sistema. Tale comportamento è stato scelto, molto probabilmente, per nascondere il malware durante l’esecuzione all’interno di un ambiente di sandboxing.

Non è dato sapere in che modo Duqu ami diffondersi. Il dato interessante, però, è che nel momento in cui è stato scoperto, Duqu era firmato con un certificato digitale (indicato come valido fino al mese di agosto 2012) e concesso ad un’azienda di Taipei (Taiwan). Secondo gli esperti di Symantec, gli autori di Duqu avrebero rubato la chiave privata in modo da poter firmare digitalmente la loro “creatura”. Il cerificato, emesso da Verisign, è stato revocato lo scorso 14 ottobre, non appena fu scoperta l’esistenza di Duqu.

SaaS, le aziende ci credono

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Oltre il 95% delle imprese
prevede di mantenere o aumentare gli investimenti in SaaS (Software as a
Service).

È quanto sostiene Gartner che
ha contattato 525 organizzazioni in 9
paesi appartenenti a 12 settori merceologici differenti. I risultati sono stati pubblicati nel
report “User Survey Analysis:
Software as a Service, Enterprise Application and Vertical Software Markets,
Worldwide, 2011

Fra i motivi che spingono all’adozione
del SaaS, gli intervistati hanno sottolineato il rapporto costi/benefici e la
velocità e facilità di deployment.

Molte delle soluzioni Saas
adottate riguardano sostituzioni di applicazioni on premise se non soluzioni
completamente nuove partite da zero. Si tratta di un cambiamento importante
rispetto alla precedente survey, dove la maggior parte dei progetti SaaS
riguardava estensioni delle applicazioni on premise.

Oltre il 70% delle organizzazioni
sta usando soluzioni Saas da meno di 3 anni, il che testimonia un settore
ancora in profonda evoluzione. Non a caso, sono sempre di più le aziende che
stanno rinegoziando i contratti : sia per aggiungere nuove funzionalità o aumentare
la base utenti, sia per sfruttare una continua diminuzione dei prezzi in un
settore che vede sempre più competizione.

Non è tutto facile, comunque.
Oltre il 30% degli intervistati ha
lamentato diversi problemi nel deployment di una soluzione SaaS: fra i più
citati, la scarsa integrazione con i sistemi esistenti, l’instabilità della
rete e una previsione troppo ottimistica dei tempi di implementazione.

Inoltre, mancano policy
definite per valutare correttamente l’uso di una soluzione SaaS. L’importanza
dei processi di governante crescerà sempre di più nel futuro.

Rispetto alla survey del 2008
e del 2010, si nota un maggior coinvolgimento degli executive nelle decisioni che
riguardano il SaaS. Sembra insomma che ora il processo decisionale tenga sempre
più conto delle istanze che arrivano dal business.

Per quanto riguarda i settori
merceologici, le comunicazioni, le utility e le banche sono i mercati dove le
soluzioni SaaS sono più diffuse con una percentuale intorno al 50% di
penetrazione.

Il countdown di XP spinge alla virtualizzazione

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Forrester Consulting ha effettuato uno studio per conto di Dimension Data sul mercato della virtualizzazione desktop, sondando gli umori di 546 aziende. Il dato interessante è che la migrazione a Windows 7 è oramai un dato di fatto: circa la metà (46%) ha affermato di aver intrapreso una strategia aggressiva di migrazione a Seven, mentre un ulteriore 17% ha pianificato di farlo nel corso del prossimo anno.

Chi ha già completato la migrazione in tutta l’organizzazione (13% del campione), ha fatto coincidere nella maggior parte dei casi il passaggio a Windows 7 con il ciclo di rinnovamento dei pc aziendali.

Non sono poche però le aziende (21%) che hanno dato priorità alla virtualizzazione di applicazioni desktop rispetto all’aggiornamento del sistema operativo. E il 29% ha deciso di far coincidere gli investimenti in Seven con la virtualizzazione del desktop.

Del resto XP è ancora molto diffuso: gli intervistati affermano che il 47,3% degli utenti usa XP, contro il 9,1% di Vista e il 31% di Windows 7.


Molte sono le applicazioni che girano su XP e in questo senso la virtualizzazione può dare una grossa mano.


Ma gli analisti di Forrester mettono in guardia le aziende dal ritenere che la virtualizzazione desktop sia la soluzione di tutte le problematiche: prima di definire la roadmap verso i nuovi desktop, vanno analizzati i driver del proprio specifico business, le esigenze dei dipendenti e l’ecosistema delle applicazioni.

Sicurezza a rischio per gli smartphone HTC

C’è non poca preoccupazione per la scoperta di una pericolosa falla
di sicurezza che coinvolgerebbe alcuni terminali a marchio HTC, dotati del sistema
operativo Google Android. Tre ricercatori – Justin Case, Artem Russakovskii
e Trevor Eckhart – avrebbero infatti rilevato una lacuna in alcuni telefoni
piuttosto noti commercializzati dal produttore taiwanese: EVO 3D, EVO 4G, Thunderbolt
ed altri modelli.

In alcuni prodotti, HTC ha recentemente inserito un software – sviluppato
autonomamente – che raccoglie un gran numero di informazioni sul dispositivo
e sulle attività espletate. Conosciuto con l’appellativo di htclogger,
il software sarebbe stato pensato per aiutare gli sviluppatori nell’individuazione
e nella risoluzione dei bug.

Secondo i tre ricercatori, però, l’utilizzo di un’applicazione come
htclogger, in grado di “tracciare” una vasta mole di dati, andrebbe
permesso solo all’utente oppure essere resa disponibile solo a determinati servizi
dotati dei privilegi più elevati.

Invece, può accadere che qualunque applicazione installata sul dispositivo
che richieda semplicemente il permesso android.permission.INTERNET
ossia il diritto di accedere ad Internet (si tratta del comune permesso indispensabile
per garantire il funzionamento di qualunque programma necessiti di colloquiare
con un server remoto), possa “mettere le mani” sulla lista degli account
utente (compresi indirizzi e-mail e stato della sincronizzazione), sull’ultima
rete di comunicazioni utilizzata, sulle più recenti coordinate GPS, sugli
SMS (compresi numeri di telefono e testi codificati) nonché sui log di
sistema.

Non solo. Stando a quanto dichiarato da Russakovskii ponendo sotto la lente
il comportamento di un suo HTC EVO 3D, i dati accessibili includerebbero molte
altre informazioni in più.

Tra di esse, i testi relativi ai messaggi di notifica via a via visualizzati,
le caratteristiche della rete e gli indirizzi IP, l’elenco dei processi in esecuzione,
la lista delle applicazioni installate, dei fornitori di contenuti, delle variabili
e delle proprietà di sistema e così via.

Il software htclogger dispone di una vera e propria interfaccia che non è
protetta nemmeno con un’accoppiata nome utente – password: il semplice comando
:help:, spiega Russakovskii, consente di ottenere una lista completa delle funzioni
disponibili.

I tre ricercatori auspicano un tempestivo intervento da parte di HTC per risolvere
una problematica che potrebbe rivelarsi estremamente pericolosa per gli utenti:
la semplicità con cui un’applicazione “malevola” può
sottrarre informazioni personali è infatti disarmante.

La pubblicità malevola su Facebook

Con una nota, Trend Micro ha voluto informare gli utenti circa la scoperta
di una campagna malware che sembra trovare terreno fertile su Facebook. Stando
a quanto
dichiarato da Brooks Li
,, uno degli esperti di Trend Micro, alcuni aggressori
avrebbero messo in pratica un attacco drive-by download facendo leva su alcuni
annunci pubblicitari “malevoli”.

Secondo Brooks Li, gli utenti verrebbero condotti, a partire da una pagina
Facebook, verso degli host remoti che ospitano alcune tipologie di minacce.
Abbiamo monitorato la correlazione tra alcuni siti di advertising
e Facebook stabilendo che c’è una relazione con un’applicazione ospitata
sul social network
“.

Facebook ha dovuto più volte misurarsi con queste tipologie d’aggressione
che, in questo caso, sfruttano vulnerabilità dei sistemi client per insediare
sul sistema dei malcapitati dei componenti dannosi.

Nello specifico, spiega Trend Micro, il browser degli utenti – in questa circostanza
– viene reindirizzato verso pagina maligne che cercano di sfruttare due vulnerabilità:
la prima riguarda la gestione dei controlli ActiveX da parte di Internet Explorer
(è stata risolta, mediante il rilascio di una patch, nel 2006) mentre
l’altra prende di mira una vulnerabilità del “Java Runtime Environment”
datata 2010.

Al solito, il consiglio è quello di assicurarsi di mantenere sempre
aggiornate, attraverso l’installazione degli aggiornamenti di sicurezza, tutte
le applicazioni installate sul personal computer, in particolare quelle usate
per inviare e ricevere dati in Rete.

Come organizzare al meglio le applicazioni strategiche

Da tempo l’economia business-to-business è governata dalle applicazioni:
dietro ogni interazione B2B, dalla gestione della catena logistica
agli scambi commerciali e così via, esiste un’applicazione.

Applicazione che deve essere studiata, analizzata, implementata, gestita ed
eventualmente archiviata e chiusa.

Questo white
paper gratuito in italiano
, realizzato da Serena Software, illustra alcuni
concetti per organizzare al meglio le applicazioni strategiche,
partendo dal concetto base di ALM (Application Lifecycle Management).

Di seguito gli argomenti trattati nel white paper:

  • Natura “globale” delle applicazioni
  • Processo alla base dell’organizzazione delle applicazioni (D2D, Demand
    to Deploy)
  • Controllo e costo di conformità
  • Da dove cominciare?

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il white paper completo

Countdown per Xp: è ora di virtualizzare

Forrester Consulting ha effettuato uno studio per conto di Dimension Data sul mercato della virtualizzazione desktop, sondando gli umori di 546 aziende. Il dato interessante è che la migrazione a Windows 7 è oramai un dato di fatto: circa la metà (46%) ha affermato di aver intrapreso una strategia aggressiva di migrazione a Seven, mentre un ulteriore 17% ha pianificato di farlo nel corso del prossimo anno.

Chi ha già completato la migrazione in tutta l’organizzazione (13% del campione), ha fatto coincidere nella maggior parte dei casi il passaggio a Windows 7 con il ciclo di rinnovamento dei pc aziendali.

Non sono poche però le aziende (21%) che hanno dato priorità alla virtualizzazione di applicazioni desktop rispetto all’aggiornamento del sistema operativo. E il 29% ha deciso di far coincidere gli investimenti in Seven con la virtualizzazione del desktop.

Del resto XP è ancora molto diffuso: gli intervistati affermano che il 47,3% degli utenti usa XP, contro il 9,1% di Vista e il 31% di Windows 7.


Molte sono le applicazioni che girano su XP e in questo senso la virtualizzazione può dare una grossa mano.


Ma gli analisti di Forrester mettono in guardia le aziende dal ritenere che la virtualizzazione desktop sia la soluzione di tutte le problematiche: prima di definire la roadmap verso i nuovi desktop, vanno analizzati i driver del proprio specifico business, le esigenze dei dipendenti e l’ecosistema delle applicazioni.

Il Software as a service è arrivato al cuore delle aziende

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Oltre il 95% delle imprese
prevede di mantenere o aumentare gli investimenti in SaaS (Software as a
Service).

È quanto sostiene Gartner che
ha contattato 525 organizzazioni in 9
paesi appartenenti a 12 settori merceologici differenti. I risultati sono stati pubblicati nel
report “User Survey Analysis:
Software as a Service, Enterprise Application and Vertical Software Markets,
Worldwide, 2011

Fra i motivi che spingono all’adozione
del SaaS, gli intervistati hanno sottolineato il rapporto costi/benefici e la
velocità e facilità di deployment.

Molte delle soluzioni Saas
adottate riguardano sostituzioni di applicazioni on premise se non soluzioni
completamente nuove partite da zero. Si tratta di un cambiamento importante
rispetto alla precedente survey, dove la maggior parte dei progetti SaaS
riguardava estensioni delle applicazioni on premise.

Oltre il 70% delle organizzazioni
sta usando soluzioni Saas da meno di 3 anni, il che testimonia un settore
ancora in profonda evoluzione. Non a caso, sono sempre di più le aziende che
stanno rinegoziando i contratti : sia per aggiungere nuove funzionalità o aumentare
la base utenti, sia per sfruttare una continua diminuzione dei prezzi in un
settore che vede sempre più competizione.

Non è tutto facile, comunque.
Oltre il 30% degli intervistati ha
lamentato diversi problemi nel deployment di una soluzione SaaS: fra i più
citati, la scarsa integrazione con i sistemi esistenti, l’instabilità della
rete e una previsione troppo ottimistica dei tempi di implementazione.

Inoltre, mancano policy
definite per valutare correttamente l’uso di una soluzione SaaS. L’importanza
dei processi di governante crescerà sempre di più nel futuro.

Rispetto alla survey del 2008
e del 2010, si nota un maggior coinvolgimento degli executive nelle decisioni che
riguardano il SaaS. Sembra insomma che ora il processo decisionale tenga sempre
più conto delle istanze che arrivano dal business.

Per quanto riguarda i settori
merceologici, le comunicazioni, le utility e le banche sono i mercati dove le
soluzioni SaaS sono più diffuse con una percentuale intorno al 50% di
penetrazione.

Un attacco contro MySQL, ecco cosa è accaduto

Come viene confermato da parte degli esperti dell’Internet Storm Center (ISC)
di SANS, il sito web mysql.com è stato oggetto di un’aggressione, condotta
in porto, al momento, da parte di sconosciuti due giorni fa.

Il malintenzionato è riuscito a fare in modo che il sito web ufficiale
del RDBMS MySQL, dal 2010 di proprietà di Oracle, dopo l’acquisizione
di Sun Microsystems, proponesse automaticamente – ai client di volta in volta
collegati – il download di un componente dannoso.

I ricercatori di Armorize – i primi ad accorgersi del problema – hanno spiegato
che il codice JavaScript maligno, inserito su mysql.com, sfruttava tutta una
serie di vulnerabilità conosciute dei pacchetti Adobe Flash, di Adobe
Reader, delle runtime Java e del sistema operativo Windows per installare ed
eseguire un pericoloso malware. Gli utenti che si sono collegati al sito di
MySQL utilizzando versioni obsolete di Flash, Reader, Java è quindi probabile
possano aver subìto l’infezione.

Secondo il CEO di Armorize, Wayne Huang, il problema sarebbe stato risolto
nel giro di qualche ora tanto che il codice maligno potrebbe essere rimasto
sul sito web per meno di una giornata.

Molto interessante è l’analisi che i tecnici di Armorize hanno pubblicato
a questo indirizzo.

Per comprendere immediatamente i passi utilizzati per infettare i personal
computer degli utenti collegati, è stato impiegato l’ottimo software
Fiddler.

Autobattezzatosi "web debugger", Fiddler è un’applicazione
capace di monitorare l’intero flusso dei dati verificando, passo dopo passo,
quali oggetti vengono scaricati attraverso i protocolli HTTP e HTTPS. Il programma
è in grado di estrarre singoli blocchi di dati e permettere, a colpo
d’occhio, di capire il dialogo in corso tra client e server (e viceversa).

I siti web ad elevato traffico sono spesso prede particolarmente ambite da
chi sviluppa malware. Nelle scorse settimana la stessa Linux Foundation è
stata obbligata a bloccare l’accesso a diversi suoi siti web – inclusi i più
famosi kernel.org e linux.com – con lo scopo di investigare sulle cause dell’incidente.
Ad oggi i siti web non sono stati ancora riaperti.

Stando a quanto dichiarato da alcuni ricercatori, l’autore dell’attacco sferrato
a mysql.com avrebbe già fatto sentire la sua "voce" offrendo
l’accesso root ai server di MySQL per la somma di 3.000 dollari.

La gestione dello storage in un mondo virtuale

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La crescita e l’utilizzo delle informazioni in azienda hanno
profondamente cambiato il concetto di storage d’impresa.

Nell’affannosa rincorsa di fornire maggiori capacità di memorizzazione,
sono cresciute a dismisura le soluzioni di storage management, SAN, NAS. Si
sono così creati dei silos e delle piattaforme di storage legacy
difficili da amministrare.

Con la virtualizzazione e il cloud molti
di questi problemi possono essere risolti, ma per far questo è necessario
che anche lo storage venga gestito “on demand”. Alla stregua di un
servizio di pubblica utilità, anche per lo storage deve valere il concetto
di “pago per quanto lo uso”.

Questo white paper di 19 pagine, realizzato da HP, illustra
come le soluzioni di utility storage 3PAR possano aiutare i senior IT nella
gestione nello storage in ambienti virtuali e cloud.

In particolare, il white paper vuole rispondere a queste domande:

  • Cos’è un utility storage?
  • Come si possono ridurre i CAPEX?
  • Come si può risparmiare sugli OPEX?
  • Quali sono gli impatti sul ROI?

Scarica il white paper completo

Un tool per violare i cookie SSL in dieci minuti?

Due noti ricercatori nel campo della sicurezza informatica – Juliano Rizzo
e Thai Duong – hanno anticipato che in occasione della conferenza "Ekoparty"
(si terrà venerdì prossimo a Buenos Aires), presenteranno uno
strumento software di loro progettazione, battezzato "BEAST" (Browser
Exploit Against SSL/TLS).

Il programma consente ad un aggressore in grado di connettersi "fisicamente"
alla rete oggetto d’attacco, di intercettare in tempo reale e decifrare il contenuto
dei cookie generati attraverso una connessione dati HTTPS.

Non si parla più, quindi, di una semplice attività di "sniffing"
dei pacchetti dati veicolati "in chiaro" ma ci si concentra, questa
volta, sui dati che sono trasmessi in forma cifrata utilizzando il protocollo
SSL/TLS.

Secondo quanto anticipato da Rizzo e Duong, l’attaccante dovrebbe fare in modo
che il browser invii alcuni dati verso il server remoto attraverso il canale
cifrato. Analizzando i dati ricevuti, il malintenzionato può stabilire
il livello di entropia impiegato e ridurre in modo significativo il tempo necessario
per decifrare un messaggio. I due esperti sostengono di essere riusciti a decrittografare
un cookie di PayPal nel giro di appena dieci minuti.

Negli attacchi rivolti nei confronti degli schemi di cifratura, le tipologie
di aggressione che possono essere messe in campo sono molteplici: l’obiettivo
è comunque quello di risalire al “plaintext” (il messaggio
"in chiaro") a partire dal “ciphertext” (il testo cifrato)
o comunque stabilire la chiave crittografica impiegata.

Ad essere potenzialmente vulnerabili sarebbero, secondo Rizzo-Duong, tutte
le comunicazioni effettuate attraverso il protocollo TLS 1.0 mentre nel caso
delle versioni 1.1 e 1.2 l’attacco non andrebbe in porto. Va sottolineato, però,
come le più recenti versioni del protocollo TLS non siano supportate,
all’atto pratico, quasi da nessun sito web.

Trevor Perrin, un altro ricercatore indipendente, ha commentato il lavoro di
Rizzo e Duong spiegando che "qualora dovesse essere confermato che l’attacco
riuscisse ad avere successo in modo così rapido come descritto, sarebbe
una minaccia piuttosto grave". E continua: "BEAST è una sorta
di trojan horse che agisce sul protocollo crittografico.

Un malintenzionato deve semplicemente far eseguire del codice JavaScript al
browser dell’utente-vittima. Tale codice s’interfaccerà con un network
sniffer per carpire le informazioni in transito sulla connessione HTTPS".

Skype, scoperta una vulnerabilità XSS nella versione per iOS

C’è un bug di sicurezza nella versione di Skype destinata ai dispositivi
iPhone ed iPad di Apple.

Il bug, da poco venuto alla luce, consentirebbe ad un aggressore di sferrare
un attacco XSS (cross-site scripting) che, in combinazione con un’impostazione
scorretta di WebKit, permetterebbe l’indebito accesso ai file memorizzati sui
device della Mela.

La vulnerabilità XSS scaturisce, di per sé, da un’imperfetta
elaborazione del campo relativo al nome completo del chiamante. In forza della
lacuna da poco venuta a galla, infatti, un aggressore potrebbe riuscire ad inserirvi
addirittura del codice JavaScript che verrebbe così mandato in esecuzione.

Problematiche di questo genere derivano da una mancata validazione del contenuto
dei campi dati che dovrebbero essere epurati da qualunque riferimento a tag,
codice JavaScript ed altri riferimenti non permessi.

Un aggressore potrebbe avere gioco facile anche grazie al particolare approccio
utilizzato da Skype per interagire con il motore WebKit: grazie all’impiego
dell’URI file://, un aggressore potrebbe così riuscire a mettere le mani
sul contenuto di qualunque file il cui accesso sia permesso dalla sandbox di
iOS.

Un elemento che ogni applicazione iOS è autorizzato ad usare è
il database AddressBook in formato SQLite (tale archivio contiene la rubrica
dell’utente).

Il ricercatore Phil Purviance ha comunicato di aver informato i tecnici di
Skype il 24 agosto e che il team di sviluppo aveva promesso il rilascio di un
aggiornamento risolutivo entro i primi giorni di settembre.

Google consentirà la rimozione dei dati Wi-Fi

Dalle pagine del blog ufficiale "European Public Policy", Google
ha spiegato di aver intenzione di pubblicare a breve un meccanismo che consentirà,
ai gestori di access point Wi-Fi, di rimuovere le informazioni circa la posizione
geografica dei propri device.

Come noto, sia Google che altre società utilizzano i dati relativi
alla dislocazione sul territorio delle reti wireless per stabilire la posizione
dell’utente quando il modulo GPS sia assente, non risultati attivo o non sia
temporaneamente utilizzabile.

La società di Mountain View ha più volte rimarcato di conservare
solo i MAC address degli hot spot Wi-Fi insieme con le coordinate geografiche
in corrispondenza delle quali essi sono stati rilevati.

Gli smartphone sprovvisti di funzionalità GPS che siano dotati, però,
di connettività Wi-Fi possono attingere al database mantenuto aggiornato
da Google per stimare la posizione dell’utente sul globo terrestre (oltre ai
dati relativi alle reti wireless, possono essere utilizzati quelli trasmessi
dalle celle di telefonia mobile anche se, come chiarito da Google, essi – di
per sé stessi – sono considerati scarsamente accurati).

Per rispondere alle obiezioni sollevate da alcune autorità europee circa
la raccolta di dati messa in piedi da Google, l’azienda ha così deciso
di introdurre un sistema affinché qualunque informazione relativa ad
un access point wireless possa essere rimossa in qualunque momento.

Il meccanismo dovrebbe debuttare alla fine della stagione autunnale sebbene
non se ne conoscano ancora i dettagli.

Parte Free ItaliaWiFi: il Wi-Fi libero diventa nazionale

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Un’iniziativa della quale non si può non dare conto quella promossa
dalla Provincia di Roma, Regione Autonoma della Sardegna e Comune di Venezia.

Free ItaliaWiFi è un ambizioso progetto che mira ad offrire ai cittadini
l’accesso gratuito alla rete Internet, previa una semplice registrazione, attraverso
la modalità wireless.

La principale prerogativa di Free ItaliaWiFi è la possibilità,
per l’utente, di “navigare” in Rete non soltanto utilizzando gli hot
spot Wi-Fi dislocati nella propria città ma anche quelli installati in
altre località di tutta Italia, inserendo sempre i medesimi dati di autenticazione
personali.

Con Free ItaliaWiFi si vuole creare una sorta di rete wireless a valenza nazionale
che possa consentire ad uno stesso utente di balzare in Internet da qualunque
dispositivo (sia esso un notebook, uno smartphone, un tablet od un desktop)
ricorrendo sempre ai medesimi dati d’accesso (nome utente e password).

Si cerca di voltar pagina, insomma, dopo le restrizioni (decreto Pisanu) che
il Wi-Fi ha dovuto subire per troppo tempo e che ne hanno pesantemente ridotto
e reso difficoltosa la diffusione su scala nazionale.

Il progetto, seppur inizialmente promosso da soli tre enti, è aperto
a tutte le pubbliche amministrazioni: e tanti comuni e province hanno approvato
l’iniziativa, pronte per scendere in campo.

Free ItaliaWiFi ha ufficialmente preso il via venerdì 9 settembre: da
qualche giorno, quindi, usando le medesime credenziali, è possibile entrare
in Rete attraverso gli hot spot wireless della Provincia di Roma, della Regione
Autonoma della Sardegna, del Comune di Venezia, della Provincia di Prato, della
Provincia di Grosseto, del Comune di Genova, del Comune di Torino e della Provincia
di Gorizia.

In questa
pagina
, che sarà via a via aggiornata, sono indicati gli SSID delle
reti aderenti.

Nella pagina di autenticazione, si debbono utilizzare le proprie credenziali
aggiungendo al nome utente il simbolo “@” e il dominio della rete
alla quale si appartiene (mantenendo la password invariata).

Le altre amministrazioni che parteciperanno al progetto sono indicate qui:
tra di esse, il Comune di Bra, il Comune di Cesena, la Provincia di Cosenza,
il Comune di Montevago (Agrigento), la Provincia di Pesaro e Urbino, la Provincia
di Pistoia, la Provincia di Potenza, il Comune di Saronno, il Comune di Tortorici
(Messina) e la Provincia Regionale di Trapani (in alcuni casi, la rete Wi-Fi
è ancora in via di realizzazione).

Attualmente, le “reti federate” sono otto per un totale di 1.109
hot spot Wi-Fi attivi e quasi 216.000 utenti registrati al servizio.

Il progetto Free ItaliaWiFi è aperto ai comuni, alle province ed alle
regioni che, se dotati di una propria rete pubblica Wi-Fi, possono parteciparvi
sottoscrivendo un accordo di collaborazione.

Alle pubbliche amministrazioni che ne fanno richiesta, Free ItaliaWiFi fornirà
un kit per allestire rapidamente nuovi punti d’accesso nei punti più
importanti della città.

Il malware che infetta il BIOS del PC

Una società cinese produttrice di soluzioni antivirus ha comunicato di
aver individuato un nuovo malware, da poco apparso sulla scena internazionale,
che sarebbe in grado di infettare il BIOS del personal computer garantendosi la
possibilità, da un lato, di avviarsi ad ogni accensione del sistema e dall’altro
di passare inosservato all’azione dei principali software per la sicurezza.

L’idea di inserire del codice dannoso all’interno del BIOS (insieme di routine
software, generalmente scritte su ROM, FLASH od altra memoria non volatile,
che fornisce una serie di funzioni di base per l’accesso all’hardware e alle
periferiche integrate nella scheda madre da parte del sistema operativo) non
è nuova.

Nel 1998, il virus CIH aveva come peculiarità proprio quella di tentare
la modifica del contenuto del BIOS: tale malware, tuttavia, aveva però
soltanto un effetto distruttivo. Il BIOS, infatti, veniva in quel caso completamente
sovrascritto ed il computer non era così più in grado di avviarsi
normalmente.

Il comportamento di Mebromi
Diverso l’approccio utilizzato dalla minaccia da poco rilevata in Rete. “Mebromi”,
questo il nome del malware, una volta andato in esecuzione sul sistema dell’utente-vittima,
provvede innanzi tutto a controllare che sul computer sia utilizzato un Award
BIOS.

In caso affermativo, ricorre al comando CBROM per “estendere” le
funzionalità del BIOS agganciandovi delle routine maligne.

Non appena il personal computer verrà riavviato, il codice malevolo
inserito all’interno del BIOS provvederà a modificare il contenuto del
“Master Boot Record” (MBR) del disco fisso in modo tale da infettare
alcuni processi necessari per il funzionamento di Windows 2000, Windows XP e
Windows Server 2003.

Al successivo riavvio di Windows, il malware scaricherà un componente
rootkit per prevenire il ripristino del corretto contenuto del master boot record
da parte, ad esempio, di un software antivirus.

“Mebromi”, però, sopravviverà anche se il disco fisso
del sistema infetto venisse completamente ripulito attraverso l’eliminazione
del rootkit, il ripristino dei file di Windows e del contenuto del MBR.

Il malware, infatti, riesce a garantirsi una puntuale esecuzione ad ogni avvio
del sistema proprio grazie al fatto di essersi insediato all’interno del BIOS.
Per lo stesso motivo, “Mebromi riuscirebbe a riattivarsi anche nel caso
di sostituzione del disco fisso.

L’opinione degli esperti
Marco Giuliani, Threat Research Analyst di Webroot, afferma di essere già
in possesso di un campione del malware.

Al momento “Mebromi” non sarebbe in grado di infettare i sistemi
a 64 bit né di compiere alcuna “nefandezza” da account utente
non dotati dei diritti amministrativi. Per guadagnare l’accesso al BIOS, spiega
Giuliani, “Mebromi” deve essere eseguito in modalità kernel
in modo che possa essere così in grado di gestire la memoria fisica piuttosto
che quella virtuale.

Senza andare a scomodare il virus CIH/Chernobyl del 1998, Giuliani ricorda
che anche nel 2007 il rootkit IceLord aveva presentato un approccio, per l’infezione
del BIOS, che ricorda estremamente da vicino quello impiegato dagli autori di
“Mebromi”.

“Lo sviluppo di un software antivirus in grado di esaminare il contenuto
del BIOS ed eventualmente ripulirlo è una scommessa”, aggiunge l’esperto.
Un prodotto in grado di compiere un intervento del genere, dovrebbe
essere sicuro di operare senza la benché minima possibilità d’errore.
Diversamente, rischierebbe di rendere il personal computer dell’utente assolutamente
inavviabile
“.

Giuliani ritiene che il problema debba essere seriamente trattato, invece,
dai produttori delle schede madri.

Il ricercatore di Webroot ritiene
comunque che una minaccia come “Mebromi” possa difficilmente diffondersi
su larga scala: un rootkit capace di insediarsi sul BIOS dovrebbe essere “pienamente
compatibile” con una vasta gamma di BIOS (Award, Phoenix, AMI,…).

Gli autori dei malware, insomma, potrebbero non aver la necessità di
spingersi così in avanti: malware come TDL, Rustock e ZeroAccess sono
minacce, purtroppo, estremamente ricorrenti che non hanno avuto bisogno di arrivare
a tanto.

Connettersi in sicurezza con hot spot Wi-Fi pubblici

DD-WRT è un firmware personalizzato in grado di supportare decine di
router differenti, delle marche più disparate. Il software viene rilasciato
sotto licenza GNU GPLv2 ed è quindi utilizzabile senza problemi in qualunque
contesto d’impiego, sia in ambienti domestici che commerciali.

Il firmware di un dispositivo qual è un router può essere pensato
come un “programma” integrato capace di interagire con i vari componenti
hardware. In apparati di media complessità quali sono i router, il termine
firmware ha un significato più ampio stando ad indicare anche il vero
e proprio sistema operativo preinstallato nel dispositivo.

Tutti i moderni router dispongono di una comoda interfaccia web che, accessibile
semplicemente ricorrendo al browser, permette di gestire in modo agevole la
configurazione del device e regolare in profondità il suo comportamento.

Quando si acquista un router, di qualunque marca, questo utilizza di default
un firmware (da mantenere possibilmente aggiornato nel corso del tempo attraverso
l’applicazione degli update ufficiali) sviluppato dai tecnici dell’azienda produttrice.

Talvolta, però, alcune interessanti funzionalità non sono implementate
direttamente all’interno del firmware ufficiale: un prodotto a costo zero quale
DD-WRT consente di abilitare caratteristiche di grande interesse
per gli utenti più esperti (routing statico, gestione di reti VPN, esecuzione
di operazione su base programmatica e così via).

Se si dispone di un router ormai fuori garanzia e si volessero saggiare i
vantaggi derivanti dall’impiego di DD-WRT, è sufficiente fare riferimento
al sito web ufficiale del progetto per ottenere tutte le informazioni del caso.

In particolare, la prima operazione da effettuare, consiste nel cercare il
modello del proprio router all’interno del database di DD-WRT (ved. questa pagina).
Digitando il modello del dispositivo di cui si è in possesso, è
possibile stabilire immediatamente se tale router sia o meno supportato da DD-WRT.
Alcuni router, ad esempio quelli equipaggiati con il chipset Marvell, non supportano
in nessun modo l’installazione del firmware DD-WRT.

Attenzione! L’installazione di DD-WRT effettuata “con
leggerezza” e senza seguire attentamente tutti i passaggi raccomandati
potrebbe condurre al cosiddetto “bricking” del dispositivo ovvero
all’impossibilità di accedervi. Suggeriamo quindi di agire con la massima
cautela tenendo presente che qualunque modifica apportata al funzionamento del
router viene effettuata sotto la vostra piena ed esclusiva responsabilità.
In questo articolo vogliamo fornire solamente alcuni indicazioni a valore generale
che però dovranno essere approfondite consultando il sito ufficiale di
DD-WRT e le pagine di supporto per ciascun modello di router.

Hard reset del route
Prima di installare il firmware DD-WRT è sempre necessario effettuare
un hard reset del router. Così facendo si perderanno tutte le configurazioni
personalizzate precedentemente applicate al dispositivo. L’operazione di hard
reset si concretizza nella cosiddetta procedura 30/30/30.

Illustrata dettagliatamente a questo
indirizzo
, può essere riassunta in tre passi: il primo, consiste
nella pressione del pulsante “reset” del router per un periodo di
tempo pari a 30 secondi; in seconda battuta – sempre tendendo premuto
il pulsante “reset” del router – si dovrà scollegare
il dispositivo per 30 secondi; infine, come ultimo passo, si dovrà ricollegare
il device alla rete elettrica continuando a mantenere premuto il tasto di “reset”
per ulteriori 30 secondi.

La medesima prassi deve essere applicata prima e dopo qualunque upgrade o
downgrade del firmware. Infine, non si debbono mai usare file di backup della
configurazione del browser che siano stati generati con differenti versioni
del firmware adottato.

Come attivare un canale di comunicazione cifrato con SSH e DD-WRT
Tra le innumerevoli funzionalità addizionali introducibili mediante l’installazione
del firmware DD-WRT, vi sono gli strumenti che consentono di allestire agevolmente
un server SSH.

Quando ci si collega ad un access point Wi-Fi che non sia sufficientemente
protetto o, peggio, sia gestito da sconosciuti, i dati che si inviano e si ricevono
via Internet potrebbero cadere nelle mani di utenti malintenzionati.

Le informazioni in transito che non vengano in qualche modo crittografate,
infatti, possono essere agevolmente “spiate” da un aggressore che
non dovrebbe far altro che servirsi di un potente software quale Wireshark.

A tal proposito, si pensi anche al clamore sollevato a suo tempo dalla pubblicazione
di Firesheep, un plugin per il browser Mozilla Firefox capace di “rubare”
i dati di autenticazione degli utenti che usano Facebook, Twitter ed altri servizi
online (quando collegati alla medesima rete locale dell’aggressore e quando
non è attivato l’impiego del protocollo HTTPS).

Utilizzando il protocollo SSH ed il server impostato sul router DD-WRT si potrà
predisporre un accesso remoto che consenta di far riferimento alla rete locale
domestica od aziendale per la navigazione in Rete, anche se ci si sta connettendo
ad Internet dall’altro capo del mondo.

Il “benefit” aggiuntivo consiste nel disporre di un canale di comunicazione
(un “tunnel”) cifrato posto in essere tra il router e la locazione
remota dalla quale si accede alla Rete.

Chi dispone di un router già aggiornato con successo a DD-WRT non dovrebbe
incontrare alcuna difficoltà nel predisporre un impianto del genere.

Generazione delle chiavi
Prima di configurare il server SSH sul router aggiornato a DD-WRT, il primo
passo consiste nel generare una coppia di chiavi da utilizzare per crittografare
il canale di comunicazione.

Allo scopo, è possibile utilizzare PuTTY, nella versione completa prelevabile
facendo riferimento a questo
link
.

Dopo aver estratto il contenuto dell’archivio compresso in una cartella di
propria scelta, sul disco fisso, si potrà avviare l’eseguibile puttygen.exe
(PuTTY Key Generator).

Cliccando sul menù Key, Generate key pair, si dovrà muovere ripetutamente,
ed in modo casuale, il puntatore del mouse all’interno della finestra principale
di PuTTY Key Generator sintanto che la barra di avanzamento non sarà
completa. Si otterrà una schermata simile alla seguente:

Nelle caselle Key passphrase e Confirm passphrase si dovrà digitare
una password di propria scelta che sia sufficientemente lunga e complessa.

Facendo clic sul pulsante Save private key verrà memorizzata
sul disco la chiave privata (estensione .PPK).

Per quanto riguarda la chiave pubblica (mostrata nel riquadro Public key
for pasting into…
), si potrà temporaneamente salvarla, almeno
per il momento, in un normale file di testo.

Se si prevede di collegare col il server SSH su DD-WRT più dispositivi
diversi (notebook, smartphone, tablet,…), si dovrà aver cura di generare
una coppia di chiavi per ciascun device. Suggeriamo di annotare ogni chiave
pubblica prodotta all’interno del medesimo file di testo.

Configurazione del server SSH di DD-WRT
Il fatto che DD-WRT integri già, in modo predefinito, un server SSH,
salva l’utente dal dover effettuare ulteriori noiose operazioni di configurazione
(collegamento via telnet al router ed installazione manuale di un server SSH).

Un grandissimo vantaggio che deriva dall’aver a disposizione un server SSH
direttamente sul proprio router consiste nella possibilità di connettersi
a tale dispositivo senza che nessun altro sistema della LAN sia acceso. L’unico
device che deve essere mantenuto collegato alla rete Internet oltre che, ovviamente,
alla rete elettrica è appunto il router aggiornato a DD-WRT.

Utilizzando l’interfaccia web di DD-WRT, ci si dovrà collegare al pannello
di amministrazione del dispositivo (digitando, generalmente http://192.168.1.1
nel browser). Portandosi nella tabella Administration/Services, si
dovrà poi accedere alla sottosezione Services attivando la voce
SSHd.

La chiave pubblica precedentemente annotata, dovrà essere “incollata”
in corrispondenza del riquadro “Authorized key” (sezione
SSHd).

La prima parte delle chiavi pubbliche (ssh-rsa) è comunque molto importante
e deve essere sempre incollata. In mancanza di tale intestazione, il server
SSH di DD-WRT non riconoscerà la chiave come valida (altre informazioni
sono reperibili in questa pagina).

Impostare il computer per l’accesso remoto attraverso il tunnel cifrato
Per completare l’opera, è necessario estrarre il contenuto dell’archivio
di PuTTY sul sistema remoto che dovrà poi poter accedere in modo sicuro
al server SSH di DD-WRT. In prima battuta, sul personal computer remoto, si
dovrà avviare PuTTY facendo doppio clic sul file putty.exe.

Nella sezione “Session” si dovrà innanzi tutto indicare
l’IP remoto assegnato al router (si tratta dell’indirizzo, statico o dinamico,
attribuito dal provider Internet al momento della connessione) verificando che
la porta indicata sia quella riportata, lato server, su DD-WRT.

Come tipologia di connessione, è indispensabile optare per SSH.

Nella casella Saved sessions, si potrà assegnare un nome al
collegamento procedendo poi alla sua memorizzazione mediante la pressione del
pulsante Save.

E’ il momento di impostare la chiave privata generata in precedenza (file .PPK)
cliccando sulla voce Connection, su SSH quindi su Auth.
In corrispondenza della casella Private key file for authentication
si dovrà cliccare su Browse quindi scegliere il file .PPK prodotto
precedentemente con PuTTY Key Generator:

Dopo aver cliccato sulla voce Tunnels, collocata sempre nella colonna
di sinistra di PuTTY, si dovranno spuntare entrambe le caselle del riquadro
Port forwarding mentre poco più sotto si dovrà inserire
80 in Source port, specificare l’IP del router remoto nel
campo Destination, attivare Dynamic ed Auto quindi
cliccare su Add.

A questo punto, non bisognerà dimenticare di tornare alla scheda Sessions
e cliccare sul pulsante Save.

Cliccando sul pulsante Open verrà tentata la connessione al
server SSH remoto. Nel caso in cui dovesse apparire un messaggio d’allerta,
si potrà comunque confermare senza timori il collegamento.

Alla comparsa della finestra del terminale di PuTTY (a sfondo nero), l’unica
operazione da compiere consiste nel digitare root in corrispondenza dell’indicazione
Login as
.

Non appena apparirà la richiesta della passphrase, si dovrà digitare
quella definita in precedenza mediante PuTTY Key Generator. Si sarà così
creata una connessione sicura tra il client PuTTY ed il router installato nei
propri locali.

Fare in modo che il browser web si connetta al server SSH
Per concludere, è necessario impostare il browser affinché si
connetta a PuTTY ogniqualvolta dovesse essere richiesta la visita di una qualunque
pagina web.

Il traffico di rete originato dal sistema in uso non transiterà mai
attraverso PuTTY e non utilizzerà il tunnel cifrato a meno che non venga
collegato al server SOCKS del programma. Qualunque applicazione può essere
connesse al proxy server di PuTTY e scambiare dati attraverso il canale di comunicazione
sicuro appena allestito.

Nel caso di Mozilla Firefox (ma la configurazione è valida per qualunque
browser), basta accedere al menù Strumenti, Opzioni,
cliccare su Avanzate, sulla scheda Rete quindi sul pulsante
Impostazioni (“determina come Firefox si collega a Internet“).

Si dovrà quindi scegliere Configurazione manuale del proxy
ed, in corrispondenza di Host SOCKS, digitare 127.0.0.1 specificando
80 nella casella Porta.

Per chi vuole “esagerare”, c’è un’altra impostazione che si
rivela molto utile. Per il momento, infatti, abbiamo provveduto a reindirizzare
il traffico HTTP, sulla porta 80, verso il tunnel sicuro.

Le richieste DNS, tuttavia, non vengono trasmesse al server SSH remoto ma
continuano ad essere veicolate sulla connessione insicura alla quale si è
connessi.

Un malintenzionato potrebbe comunque riuscire, analizzando i pacchetti dati
in transito, a rilevare le richieste di connessione ai vari URL (ad esempio,
www.ilsoftware.it, www.facebook.com, www.google.it, e così via).

Affinché anche il traffico DNS venga reindirizzato sul tunnel cifrato,
nel caso di Mozilla Firefox, è necessario digitare about:config
nella barra degli indirizzi, e cerca la direttiva network.proxy.socks_remote_dns.
Impostandola a “true” (basta un semplice doppio clic), anche
le richieste DNS saranno trasmesse sul canale di comunicazione cifrato.

A questo punto, aprendo un sito web come DNSStuff, l’IP dal quale si apparirà
connessi (ved. l’indicazione posta in alto a sinistra, nella pagina di DNSStuff)
sarà proprio quello assegnato al router DD-WRT remoto.

Velocizzare i contenuti Web con OpenDNS e Google

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La domanda di contenuti multimediali, da parte degli utenti, è sempre
più elevata e non è semplice garantire un buon livello di performance,
ad esempio, quando si visualizza un video su YouTube.

Il progetto "A faster Internet", dal sottotitolo "The Global
Internet Speedup", è stato promosso da OpenDNS e Google con l’intento
di velocizzare la veicolazione dei contenuti via a via richiesti da ciascun
utente della Rete.

L’intento delle due società è quello di creare un nuovo standard
che permetta di inviare all’utente i contenuti richiesti attingendo ai server
più vicini alla sua posizione geografica.

Secondo quanto dichiarato dai promotori dell’iniziativa, il nuovo approccio
permetterebbe di "diminuire la latenza durante la tramissione di contenuti
che occupano un notevole quantitativo di banda (ad esempio i video) permettendo,
allo stesso tempo, un impiego più ragionato della "capacità"
della rete Internet a livello mondiale".

Il DNS gioca ancora una volta un ruolo centrale nell’impianto proposto da OpenDNS
e Google permettendo di individuare le risorse richieste, attingendo alla locazione
più corretta.

Il meccanismo che regola il funzionamento del DNS è ormai noto: dato
un indirizzo mnemonico (ad esempio www.searchcio.it) questo viene automaticamente
tradotto in un IP verso il quale saranno poi instradate le richieste dell’utente.

"Ma cosa accade quando, consultando le pagine gialle si rileva che
usa stessa società ha 50 differenti filiali?
", si legge sul
sito del progetto "A faster Internet". "Probabilmente si
vorrà raggiungere quella più vicina. Allo stesso modo, allorquando
ci si volesse collegare con un sito web il cui funzionamento viene spalmato
su 50 locazioni geografiche, in tutto il mondo, è auspicabile – anche
qui – di poter raggiungere sempre quella più vicina
".

Sino ad oggi, il funzionamento del sistema DNS non permette che venga effettuata
una scelta automatica, ponderata, sulla più corretta locazione verso
la quale instradare le richieste dell’utente.

Per adesso, solo chi utilizza i server DNS di Google o quelli di OpenDNS può
fruire di una simile caratteristica.

In questo caso, infatti, alla canonica richiesta DNS, viene abbinata anche
una versione troncata dell’indirizzo IP della macchina client.

Tale informazione sarà utilizzata dal servizio remoto (ad esempio YouTube)
o dalla rete CDN (Content Delivery Network; si tratta di un termine usato per
descrivere un sistema di computer connessi in Rete che collaborano in modo trasparente
per la distribuzione dei contenuti) per elaborare una risposta che sia più
adeguata possibile (mettendo, quindi, in comunicazione il cliente dell’utente
col server ottimale in termini di velocità di trasferimento dei dati).

Si tratta, insomma, di un "routing intelligente", secondo Google
che dovrebbe essere universalmente adottato.

Per questo motivo, OpenDNS e Google hanno inviato all’IETF ("Internet
Engineering Task Force") una richiesta di approvazione come standard della
specifica edns-client-subnet-00.

Tra le società che hanno subito aderito all’iniziativa promossa dal
duo OpenDNS-Google, vi sono nomi quali EdgeCast, CDNetworks, BitGravity, Comodo
e CloudFlare.

L’aggiunta del riferimento ad una porzione dell’indirizzo IP dell’utente all’interno
della richiesta DNS potrà avere qualche impatto in termini di privacy:
nelle richieste DNS tradizionali, infatti, tale dato è completamente
assente.

IBM al lavoro sulle tecnologie di storage del futuro

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I tecnici di IBM hanno confermato di essere al lavoro per sviluppare una nuova
tecnologia per la memorizzazione dei dati che dovrebbe essere proposta alle
imprese prima della fine del decennio in corso.

Le moli di dati con cui le aziende sono costrette oggi a misurarsi impongono
l’adozione di nuovi strumenti per lo storage delle informazioni. Gli esperti
di IBM, in occasione di una conferenza tenuta dall’azienda a San Francisco,
hanno citato due tecnologie del futuro sulle quali i tecnici della società
stanno riponendo molti sforzi.

In primis, si è nuovamente parlato di "Racetrack"
(alcuni dettagli erano già emersi negli ultimi mesi dello scorso anno),
una tipologia di memoria che coniuga le prestazioni elevate e l’affidabilità
delle flash all’elevata capacità ed ai costi più contenuti dei
dischi fissi di tipo tradizionale.

I dati, si spiega da IBM, vengono memorizzati in diverse regioni del supporto
magnetico viaggiando attraverso dei nanoconduttori, dalle dimensioni ridottissime.
Un riproduttore multimediale portatile, secondo "Big Blue", potrebbe
così arrivare ad ospitare qualcosa come 500.000 brani musicali.

In ambito business, lo spazio fisico e l’energia richiesti per la memorizzazione
di grandi quantitativi di dati potrebbero decrescere in modo significativo entro
il 2020. IBM ritiene che il contenuto di 1.250 hard disk installati in altrettanti
rack possa essere spostato in un solo rack, in futuro, con un risparmio enorme
anche in termini di consumo energetico.

Secondo Bruce Hillsberg, direttore della ricerca per quanto concerne i sistemi
di storage in IBM, ha previsto che la tecnologia "Racetrack" potrebbe
essere pronta per sbarcare sul mercato nel giro di 5-7 anni.

Se "Racetrack" permetterà di accedere molto più rapidamente
ai dati, rispetto agli standard odierni, entro tre anni, invece, IBM avrebbe
in programma il rilascio di una tecnologia capace di rendere possibile la memorizzazione
di un petabyte (un milione di gigabyte o 1.000 terabyte) di dati all’interno
di un singolo rack 1U.

DNS sotto attacco, oltre 200 i siti coinvolti

Qualche giorno fa, chi ha tentato di visitare alcuni siti web di aziende dai
nomi altisonanti (tra i quali Vodafone, UPS, Acer, The Telegraph, National Geographic
e The Register), si è visto reindirizzare il browser web verso una pagina
web allestita da un hacker turco.

Secondo le prime stime, potrebbero essere circa 200 i siti web bersagliati
dall’attacco turco (l’elenco completo è disponibile a questo indirizzo).

L’aggressione si è evidentemente concentrata sui server DNS autoritativi
che i siti web presi di mira utilizzano per indicare la corrispondenza tra l’indirizzo
"mnemonico" e l’IP del server o delle macchine ove sono collocate
le rispettive pagine.

Gli amministratori di alcuni siti si sono immediatamente attivati per risolvere
il problema che dovrebbe così rientrare entro 72 ore, non appena i DNS
corretti si saranno nuovamente propagati.

I dettagli circa l’incidente occorso non sono ancora noti (non è dato
sapere se sia stata sfruttata una vulnerabilità non sanata lato provider
Internet): l’unico legame tra i vari domini, tuttavia, è il fatto di
essere stati registrati rivolgendosi alla medesima società danese.

Una volta che l’aggressore riesce ad attaccare con successo un DNS autoritativo,
questi diviene automaticamente in grado di dirottare tutti i visitatori verso
un sito web di propria scelta.

Si tratta di "scorribande" solitamente non semplici da mettere in
pratica ma che in genere sono possibili a causa di una qualche "debolezza"
nella configurazione tecnica utilizzata dalle società che registrano
i nomi a dominio ("registrar").

La distribuzione delle patch in azienda si fa più semplice

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Secunia ha presentato la quinta versione di “Corporate Software Inspector”
(CSI), un software pensato espressamente per le realtà d’impresa che
si occupa di verificare lo stato degli aggiornamenti delle applicazioni installate
nell’intera infrastruttura aziendale.

Ancora oggi, le applicazioni sviluppate da terze parti non sono spesso, purtroppo,
percepite come uno dei vettori d’attacco preferiti da parte dei malintenzionati.
Vulnerabilità irrisolte nei vari programmi che si impiegano a cadenza
giornaliera restano il “tallone d’Achille” che può esporre
sia il professionista sia la grande azienda a rischi d’infezione.

Se agli utenti finali Secunia propone “Personal Software Inspector”,
CSI 5.0 si propone come un prodotto più evoluto destinato alle imprese.
Con il varo della quinta versione dell’applicazione, Secunia ha introdotto un
inedito meccanismo che permette d’integrare CSI con WSUS (“Windows Server
Update Services”), la piattaforma Microsoft per la distribuzione e l’installazione
degli aggiornamenti prodotti dal colosso di Redmond.

Integrandosi con WSUS, CSI 5.0 – secondo quanto dichiarato – sarà in
grado di semplificare la distribuzione di patch ed aggiornamenti relativi ad
applicazioni realizzate da oltre 2.000 sviluppatori. Da un unico pannello di
controllo centralizzato, si potrà avere un resoconto globale circa il
livello di sicurezza all’interno della rete locale, sulle varie workstation
collegate, siano esse macchine Windows oppure Mac OS X.

Secunia afferma che con CSI 5.0 ci si è voluto concentrare sulle esigenze
delle imprese proponendo un software flessibile e personalizzabile, capace di
adattarsi all’approccio utilizzato per la gestione e la distribuzione delle
patch.

Smartphone, ecco le applicazioni a rischio privacy

Alcune applicazioni sviluppate per tablet e smartphone conserverebbero informazioni
sulle carte di credito, su password e nomi utente in forma non crittografata
all’interno della memoria del dispositivo.

Lo hanno affermato i tecnici di viaForensics, una società statunitense
specializzata nell’analisi forense del contenuto dei device mobili, che ha stilato
un elenco
delle applicazioni analizzate.

Per ciascuna di esse, è riportato un giudizio che indica se il programma,
attualmente, memorizzi i dati in forma cifrata oppure in chiaro (prima della
pubblicazione dei risultati del test, viaForensics ha provveduto a contattare
ciascun produttore esposto nell’elenco: in alcuni casi, quindi, è assai
probabile che sia stata rilasciata una versione aggiornata esente da problemi).

Secondo viaForensics, applicazioni con nomi altisonanti quali Android Mail
per Exchange e Hotmail, Foursquare e Groupon, conserverebbero – sotto forma
di testo in chiaro – le credenziali d’accesso dell’utente e parte delle informazioni
che si sono consultate.

Per un malintenzionato che disponesse dell’accesso “fisico” al dispositivo
della vittima, si spiega da viaForensics, non sarebbe difficoltoso individuare
le informazioni annotate in chiaro nella memoria del dispositivo e sottrarle
illecitamente.

Anche l’accesso remoto ad un dispositivo mobile sta divenendo uno scenario
sempre più comune: ciò in forza dei malware che gli aggressori
stanno via a via congegnando per i device Android e delle operazioni di “sblocco”
(jailbreaking) dei dispositivi a marchio Apple.

Gli esperti ricordano come la memorizzazione della “cronologia” degli
spostamenti dell’utente, funzionalità di tracciamento scoperta in primavera
negli iPhone (poi corretta), abbia sollevato un vespaio di polemiche.

Per viaForensics, però, tale problematica non sarebbe nulla se paragonata
alla memorizzazione in chiaro di dati personali quali password, nomi utente,
dettagli delle carte di credito e messaggi scambiati con colleghi e collaboratori.

La fibra ottica di Google sfreccia a 150 Mb/s

All’inizio dello scorso anno, Google aveva pubblicamente annunciato l’intenzione di portare la fibra ottica in alcune località selezionate degli Stati Uniti.

Il progetto FTTH (“Fiber-to-the-home”) del colosso di Redmond – conosciuto con l’appellativo di “Google Fiber” – ha posto oggi la sua prima pietra miliare: dopo 18 mesi, infatti, viene tracciato il primo bilancio delle installazioni che si sono sin qui portate a termine.

Secondo quanto riportato dai primi fortunati che hanno potuto attivare una connessione “Google Fiber”, nella zona di Palo Alto (California), la banda disponibile in downstream sarebbe risultata essere superiore a 150 Mbit/s mentre in upload il valore si sarebbe attestato intorno ai 93 Mbit/s.

Si tratta di risultati eccellenti, verificati eseguendo il noto Speedtest, che proclamano la soluzione di connettività targata Google migliore rispetto al 99% delle connessioni in uso negli States.

L’impiego delle super-connessioni in fibra sarà per il momento gratuito, sintanto che non si concluderanno i test del servizio.

Il progetto sul quale si stanno impegnando i tecnici di Google pone sicuramente importanti interrogativi. Da un lato, un nuovo campanello d’allarme per il nostro Paese che si conferma sempre più indietro, nella classifica mondiale, per ciò che riguarda la disponibilità della fibra ottica (basta verificare il ranking sul sito dell’FTTH Council).

Dall’altro lato, gli analisti americani ricordano che se Google dovesse riuscire a portare la fibra ad un vasto numero di clienti potrebbe non soltanto ampliare ulteriormente il suo business ma anche elaborare dati statistici – estremamente preziosi per le sue attività – a partire dalle informazioni in transito.

Craig Labovitz, di Arbor Networks, aveva dichiarato ad aprile: “Se fosse un ISP, Google sarebbe la realtà in più forte crescita del settore ed il terzo carrier globale in assoluto”.

A differenza della maggioranza dei carrier globali (i cosiddetti “tier-1”), aveva spiegato Labovitz, la dorsale di Google non distribuisce traffico per conto di milioni di abbonati né di migliaia di reti regionali e grandi aziende: l’infrastruttura di Google supporta unicamente Google stessa. Con il varo ufficiale di Google Fiber lo scenario potrebbe essere destinato a mutare.

Tutte le problematiche di sicurezza di HTML5

L’ENISA, acronimo di "European Network and Information Security Agency",
è l’"agenzia europea per la sicurezza delle reti e dell’informazione".
Con sede a Creta (Grecia), l’organismo europeo ha come obiettivo primario quello
di contribuire allo sviluppo della cultura della sicurezza delle informazioni
e delle reti in modo che a trarne beneficio possano essere tutte le parti sociali
(cittadini, consumatori, imprese e settore pubblico).

Gli esperti dell’ENISA, che – tra i vari compiti – ha anche quello di assistere
la Commissione Europea nelle sue decisioni, hanno comunicato di aver posto sotto
attenta analisi le nuove specifiche di HTML5 evidenziando 51 problematiche di
sicurezza che permarrebbero nell’ultima bozza del linguaggio di markup.

"E’ la prima volta che qualcuno si è preso la briga di analizzare
le nuove specifiche dal punto di vista della sicurezza", ha commentato
Giles Hogben, uno dei manager che "militano" nelle fila dell’agenzia
europea. Secondo l’esperto, alcune delle "falle" di HTML5 possono
essere mitigate semplicemente apportando delle modifiche alle applicazioni che
si servono di HTML5 mentre altre introducono minacce "inedite" alle
quali potrebbero esposti gli utenti dei vari browser web.

Il documento PDF di 61 pagine chiarisce tutte le eccezioni sollevate dai tecnici
dell’ENISA. I punti deboli che meriterebbero attenzione sarebbero molteplici
dal momento che in alcuni casi si potrebbe arrivare alla sottrazione di informazioni
personali e ad attacchi cross-site.

L’ENISA ricorda quanto rivesta un’importanza a dir poco fondamentale l’impiego
di un browser web che garantisca la gestione delle sessioni di lavoro in modalità
"sandboxed" ossia completamente isolata dal resto del sistema operativo.

Senza l’impiego delle "sandbox", un malware potrebbe riuscire ad
"evadere" dal browser e ad apportare modifiche potenzialmente dannose
alla configurazione del sistema.

Mozilla BrowserID, basta password da ricordare

Quando si accede ad un qualunque web application, sia essa un’applicazione per la gestione della posta elettronica, per l’elaborazione di documenti o fotografie digitali online, per l’hosting di file e video, è sempre necessario attivare un account personale indicando il nome utente preferito ed una password, con tutti i problemi e le lungaggini ben note a tutti.

Gli sviluppatori di Mozilla sono quindi da questa considerazione di base: esiste un altro modo che non obblighi a digitare ogni volta le credenziali d’accesso per effettuare il login sui vari account?

Da qui nasce l’idea di BrowserID, una tecnologia che, previa verifica dell’indirizzo email specificato, permette dieffettuare il login su qualunque sito web supporti tale tecnologia.

Non appena l’utente cliccherà sul pulsante BrowserID, esposto sui siti web che permetteranno il login utilizzando la tecnologia Mozilla, apparirà una finestra pop-up con la richiesta di specificare l’indirizzo e-mail da usare per l’autenticazione semplificata. Non c’è più bisogno di digitare alcuna password.

I responsabili di Mozilla ricordano i benefici che possono derivare dall’impiego di Browser ID: si ha a che fare con un meccanismo di semplice utilizzo, sicuro (la crittografia a chiave pubblica viene sfruttata per la verifica che l’utente sia effettivamente possessore dell’account di posta specificato), cross-browser, decentralizzato, che guarda al futuro e che è rispettoso della privacy (non espone ai server alcuna informazione circa i siti web visitati).

BrowserID (di cui è disponibile un video dove vengono illustrate le principali caratteristiche) è un progetto al momento in fase di sperimentazione: Mozilla ha comunque già anticipato l’intenzione di integrare il supporto per la tecnologia in una delle prossime versioni di Firefox.

Un tool gratuito per le funzioni Telnet

Utilizzo abitualmente Telnet per il login da remoto. Ci sono tool, possibilmente gratuiti, che svolgano le stesse funzioni?

Un tool di comunicazione interessante per sessioni Telnet è PuTTY. Si tratta di un software sviluppato dal programmatore Simon Tatham che svolge le medesime funzioni di Telnet ed integra anche un client SSH. Proprio recentemente è stato aggiornato alla versione 0.61, dopo una pausa di oltre 4 anni.

Il funzionamento è semplicissimo: basta lanciare PuTTY sulla macchina Windows/Unix, aprire una finestra per connettersi al sistema remoto, inserire nome utente e password, e poi si lavora esattamente come si farebbe sulla console del sistema remoto.

Nell’ultima versione di PuTTY è stato aggiunto il supporto per l’autenticazione SSH-2 ricorrendo a GSSAP e per i file contenenti le chiavi private, crittografate con l’algoritmo AES, di OpenSSH.

Ricordiamo che è un protocollo di rete SSH permette di stabilire una sessione remota cifrata attraverso l’utilizzo di un’interfaccia a riga di comando collegandosi ad un altro host di rete. Grazie all’impiego di SSH, diventa possibile amministrare una macchina in modalità remota senza che i dati in transito possano essere intercettati da un aggressore.

Fatturazione elettronica, i vantaggi e i metodi per portarla in azienda

Secondo la società di ricerca Quocirca, il costo per la gestione di una fattura cartacea può andare dagli 8 ai 10 euro.

E nonostante le inefficienze che derivano dai processi basati su documenti cartacei siano note alle aziende, la maggior parte delle fatture viene ancora gestito in formato cartaceo: nel 2010 in Europa solo il 10% del totale delle fatture (30 miliardi) è stato inviato in formato elettronico .

Le aziende sono consce delle inefficienze dei processi basati sui documenti cartacei, eppure  -secondo il Process Efficiency Index  pubblicato da Ricoh – solo nel 22% delle aziende del campione vengono implementati workflow  automatizzati.

L’Index ha messo in evidenza come i dipendenti responsabili dei processi documentali critici impieghino ogni anno per la loro gestione circa 362 milioni di ore del loro tempo, il che corrisponde a un costo complessivo pari a 147 miliardi di euro. Cifre importanti che devono far riflettere.

I vantaggi della fatturazione elettronica
I benefici dell’e-invoicing sono legati all’eliminazione dei costi diretti per la spedizione delle fatture (carta, stampa, spese postali) e alla riduzione di quelli connessi al trattamento delle stesse (ricezione, gestione, approvazione). 

Secondo Quocirca, la fatturazione elettronica permetterebbe di ridurre i ridurre i costi di gestione fino al 70% .

Non solo, l’e-invoicing velocizza i tempi di riconciliazione delle fatture, consente di tracciare i processi (solo il 39% del campione della ricerca è in grado di farlo) e di eliminare le attività manuali a basso valore aggiunto.

Senza contare, l’aumento della sicurezza delle informazioni e gli impatti positivi sull’ambiente.

Un possibile approccio all’e-invoicing
Dal momento che l’e-invoicing richiede l’adozione di soluzioni da parte di tutta la supply-chain un approccio “big-bang” non è pensabile.

Secondo Ricoh, per le aziende è opportuno migrare alla fatturazione elettronica in maniera graduale, mantenendo in un primo momento un approccio ibrido in cui convivono fatture elettroniche e fatture cartacee.

I service provider in questo ambito si occupano della gestione dell’intero processo, dall’acquisizione delle fatture passive in qualsiasi formato e da qualsiasi fonte (cartaceo, XML, EDI, e-mai e via dicendo), all’invio delle fatture attive dal formato richiesto dal cliente.

 Il software viene sviluppato, aggiornato e mantenuto dal provider e il cliente paga in modalità pay-per-use.

Ricoh ha realizzato un progetto del genere per conto di un produttore di abbigliamento sportivo. La società produceva 4,5 milioni di fatture cartacee all’anno che diventeranno interamente elettroniche entro i prossimi tre anni.

L’azienda ha scelto di migrare al digitale in maniera graduale per cui le fatture vengono caricate su un portale per la visualizzazione on line da parte del cliente oppure stampate e inviate mediante i mezzi tradizionali.

In base a quanto comunicato, il numero delle fatture cartacee gestite da Ricoh sarà ridotto a 3,6 milioni all’anno con un risparmio di 3 milioni di euro.

Cos’è la cifratura “on-the-fly”?

Facendo una ricerca su software di crittografia, ho visto che si parla in alcuni casi di cifratura "on-the-fly". Che cosa si intende esattamente?

Nella cifratura “on-the-fly” (“al volo”, in italiano) i dati vengono automaticamente crittografati e decifrati prima di essere caricati o memorizzati, senza alcun intervento aggiuntivo da parte dell’utente. Un esempio importante di software che usano un approccio on-the-fly è TrueCrypt.

Per capire il procedimento, supponiamo di avere a che fare con un corposo file .avi memorizzato in un volume crittografato appunto con TrueCrypt.

Come primo passo, l’utente, fornendo la password corretta (e/o il “keyfile” appropriato) accederà al contenuto del volume cifrato. A questo punto, il volume sarà “montato” ovvero reso visibile al sistema operativo.

Facendo doppio clic sul file .avi contenuto nell’unità crittografata, il sistema operativo lancerà l’applicazione configurata per l’apertura del formato di file (in questo caso, presumibilmente, il riproduttore multimediale).

Il riproduttore multimediale inizierà a leggere una piccola porzione di dati dal volume cifrato per porla in RAM.

Durante l’operazione di lettura, TrueCrypt si farà carico di decifrare la porzione di dati al momento richiesta in modo che poi possa essere riprodotta dal programma.
Questo processo si chiama appunto “on-the fly encryption/decryption” e funziona per qualunque genere di file, non solo per i file video.

In altre parole, ogni file viene automaticamente decifrato in memoria RAM allorquando si avvii un’operazione di lettura o di copia dal volume crittografato.

TrueCrypt non memorizza mai dati in forma decifrata sul disco fisso ma provvede solo a memorizzarli temporaneamente in RAM: anche quando il volume crittografato risulta “montato”, tutte le informazioni in esso contenute sono sempre cifrate.

Al riavvio del sistema operativo od allo spegnimento del personal computer, il volume sarà “smontato” ed i file da esso conservati resi nuovamente inaccessibili da parte delle persone non autorizzate.

La rotta di Dell verso il cloud

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Un viaggio verso il cloud. Dell ha sperimentato su se stessa i nuovi paradigmi del computing sulla nuvola  e a consuntivo un dato è sicuramente interessante: la spesa dedicata alla manutenzione dei sistemi legacy è passata dall’80% al 48% del budget. Specularmente gli investimenti dedicati ai nuovi progetti e all’innovazione sono passati dal 20% al 52%.

Le quattro fasi per arrivare al cloud
Un viaggio che la società ha logicamente suddiviso in 4 tappe: “il primo è la standardizzazione – ha spiegato Antonio Apollonio, Services Sales Executive di Dell -. Dei 60 miliardi di dollari di fatturato globale di Dell, il 97% si basa su sistemi x86. Pochissime isole sono rimaste su sistemi proprietari”.

La standardizzazione permette di passare al secondo punto: la semplificazione. “Semplificare vuol dire consolidare” commenta Apollonio. “Abbiamo ridotto il numero di applicazioni del 66%, sostituito i sistemi periferici con singole istanze globali e virtualizzato il più possibile. In questo modo sono stati ridotti i sistemi da monitorare”.

Secondo i dati forniti, con la virtualizzazione Dell è riuscita a eliminare 6.000 server. “Abbiamo ribaltato il ragionamento: non ci chiediamo se un’applicazione fisica possa essere virtualizzata. Le applicazione sono tutte virtualizzate e solo se assolutamente necessario rimangono fisiche”.

Quando i punti da monitorare sono pochi è più facile introdurre meccanismi di automazione e qui arriviamo al terzo punto. “L’ambiente eterogeneo è per sua natura un freno all’automazione. Al contrario se ho pochi oggetti e per giunta standardizzati, si può spingere l’automazione ai massimi livelli. In Dell per esempio abbiamo una sola immagine client per 130.000 posti di lavoro. Il deployment di un server si fa in poche ore, non in giorni”.

Il quarto e ultimo passo è il cloud vero e proprio. “Giusto per dare un esempio, ci sono 30.000 sales professional Dell che usano il sistema Crm SalesForce in modalità cloud. Il Crm è ovviamente integrato con le altre applicazioni Dell, ma la sua fruizione avviene totalmente dalla nuvola”.

Ovviamente la strada non è esente da ostacoli. “Il cloud – bisogna essere onesti e trasparenti – non è la soluzione a tutti problemi It” continua Apollonio. La sicurezza e la disponibilità sono questioni fondamentali da affrontare con un atteggiamento pragmatico e step by step.

Due approcci: evolutivo e rivoluzionario
Dell propone due tipi di percorsi verso il cloud: uno di tipo evolutivo che è la naturale conseguenza della virtualizzazione, il secondo più “rivoluzionario”. “Nel primo caso – spiega Fabrizio Garrone, Solution Manager di Dell – ci si sposta verso il cloud mantenendo le proprie applicazioni tradizionali in un’ottica di virtualizzazione. Le applicazioni avranno un proprio ciclo di vita e la virtualizzazione all’interno di un cloud privato permetterà di misurarne l’utilizzo e di ridistribuire i costi fra le varie divisioni”.

Se in questo caso si riusano le applicazioni che si hanno giàin casa , nell’approccio rivoluzionario si parte sostanzialmente da zero. L’idea è che le aziende possano già pensare e disegnare le nuove applicazioni in un contesto cloud.

L’offerta hardware e di servizi
Come?  Dal punto di vista dell’offerta hardware,  la novità di Dell si chiama Vstart. Si tratta di un rack che comprende server, storage e network, proposto in un unico pacchetto. Viene offerto in due taglie: per ospitare 100 o per 200 machine virtuali VmWare. “Poco importa dove risiede questo sistema – commenta Garrone -. Può stare presso il cliente o presso l’outsourcer. E’ un pacchetto autoconsistente che ha solo bisogno del “bocchettone” per la connessione alla rete aziendale”.

Oltre che sull’hardware, che ha fatto la storia di Dell, la società punta ora molto anche sui servizi, soprattutto quelli che riguardano l’It Management. L’obiettivo è fornire soluzioni di virtual desktop o software as a service (e-mail sicurezza, online backup e via dicendo).

Gli obiettivi sono ambiziosi: Dell ha messo sul piatto 1 miliardo di dollari da investire in 10 nuovi data center in tutto il mondo (3 in Europa: 1 a Dublino già inaugurato e gli altri due a Parigi e Francoforte).

Parallelamente, la società continua nella politica di acquisizione iniziata nel 2008 e che prevede 8-9 acquisti nel corso dell’anno.

Si tratta di acquisizione mirate che vogliono portare nuove competenze all’interno dell’azienda: gli esempi più eclatanti sono SecureWorks, specializzata nella security e risk consulting e Boomi, focalizzata sui tool di integrazione.

Quanto è pericoloso quel sito? Te lo dice AceInsight

WebSense ha presentato ACEInsight.com, un sito web attraverso il quale chiunque può verificare la “bontà” di un sito web.

Il servizio consente, una volta digitato l’URL da controllare, di effettuare un’analisi approfondita del contenuto delle pagine indicate alla ricerca di eventuali minacce.

Le categorie di giudizio
Il giudizio viene espresso suddividendo i vari dati in dieci categorie:

  • dettagli del sito,
  • categoria d’appartenza,
  • presenza di problematiche di sicurezza,
  • popolarità,
  • reputazione,
  • geolocalizzazione,
  • controllo circa la presenza di malware,
  • “deoffuscamento” automatico del codice JavaScript,
  • presenza di reindirizzamenti automatici,
  • dettagli Twitter.

Alla base del funzionamento di ACEInsight c’è lo stesso motore di scansione utilizzato nella soluzione TRITON di Websense, prodotto destinato in particolare a professionisti ed imprese che integra una serie di prodotti complementari per la protezione della posta elettronica, della “navigazione” sul web e per prevenire le perdite di dati.

Secondo i dati diffusi da Websense, ACEInsight analizzerebbe, ogni ora, circa 40 milioni di siti, 10 milioni di messaggi di posta assegnando un livello di reputazione a due milioni di domini, reti, IP ed host.

La valutazione complessiva espressa dal servizio viene composta attingendo alle informazioni prodotte da circa 50 milioni di sistemi per la classificazione dei contenuti.

Secondo i tecnici di Websense addirittura il 70% dei primi cento siti web più conosciuti al mondo avrebbe ospitato almeno una pagina contenente una minaccia. L’85% dei messaggi di spam conterrebbe riferimenti a siti web dannosi e quasi il 40% degli attacchi sarebbe sferrato con il preciso scopo di sottrarre dati personali altrui.

Il servizio ACEInsight in pratica
Per avere accesso a tutte le analisi effettuate dal servizio targato Websense, è necessario effettuare una registrazione gratuita.

Abbiamo provato ad inviare ad ACEInsight alcuni degli indirizzi, riportati come dannosi, pubblicati sul sito malwaredomainlist.com (non visitate mai gli URL riportati su tale sito web perché contengono codice in grado di danneggiare il sistema).

Verificando quanto riportato nelle varie sottocategorie, si hanno degli importanti indizi sulla pericolosità delle pagine web.

Tuttavia, nel caso in cui vi siano buone probabilità che l’URL indicato sia nocivo, ACEInsight dovrebbe, secondo noi, meglio evidenziare il giudizio negativo.

Scoperta una vulnerabilità su Skype, ecco i dettagli

Un consulente esperto in materia di sicurezza informatica ha notificato a Skype la scoperta di una vulnerabilità cross-site scripting che, se sfruttata da parte di un aggressore, potrebbe consentire la modifica della password scelta dall’utente a protezione del suo account.

Autore dello studio è il tedesco Levent Kayan, che sul suo blog ha pubblicato i dettagli circa la falla che interessa il client VoIP recentemente acquisito da Microsoft.

Secondo Kayan il problema risiederebbe nelle modalità con cui vengono gestiti i dati inseriti nel campo all’interno del quale è possibile inserire il proprio numero di telefono cellulare. Il ricercatore, infatti, ha sviluppato del codice JavaScript che, se inserito nel campo citato, permetterà di sferrare l’attacco.

Non appena uno dei contatti Skype si collegherà, riceverà automaticamente il profilo aggiornato dell’aggressore ed il codice JavaScript sarà eseguito. Secondo Kayan, un malintenzionato potrebbe “spiare” le comunicazioni dell’utente-vittima od addirittura, nei casi più gravi, prendere il controllo del suo sistema.

Rischi limitati
Ovviamente ci sono dei fattori che “mitigano” i rischi connessi alla vulnerabilità appena venuta a galla. L’aggressore, ad esempio, deve essere necessariamente nella lista di contatto della vittima.

Inoltre, l’esecuzione del codice nocivo potrebbe non verificarsi nell’esatto momento in cui l’altro utente si collega al network di Skype. Potrebbero essere quindi necessari più login dell’utente preso di mira affinché l’attacco vada a buon fine.

La lacuna di sicurezza dovrebbe essere di semplice risoluzione dal momento che dovrebbe bastare introdurre un controllo sulla tipologia di informazioni che vengono inserite nel campo relativo ai numeri di telefoni mobili.

Skype dovrebbe rilasciare un aggiornamento nel corso della prossima settimana e, diversamente da quanto dichiarato da Kayan, la falla è stata ritenuta non particolarmente pericolosa. Ad essere interessate dal problema sono la versione 5.3.0.120 e precedenti di Skype per Windows e Mac OS X.

Due software per verificare le porte aperte sugli host

Una delle problematiche di sicurezza che è bene tenere sotto controllo è l’apertura non autorizzata di determinate porte di comunicazione all’interno della rete locale.

Le porte di comunicazione sono una sorta di punti d’accesso attraverso i quali viene stabilita una connessione in entrata od in uscita con ciascun sistema.

Le porte a disposizione
Una connessione di rete è effettuabile utilizzando una delle 65.535 porte disponibili: alle prime 1.024 porte (“well known ports“) sono associati specifici servizi previsti dalla IANA (Internet Assigned Numbers Authority).

Per convenzione, quindi, le porte 20 e 21 sono utilizzate ad esempio dal protocollo FTP per il trasferimento di file; la 25 dal protocollo SMTP; la 80 da HTTP; la 110 da POP3; la 443 da HTTPS e così via (sul sito di IANA è disponibile un elenco completo).

A ben guardare, non esiste una pericolosità intrinseca nell’utilizzo di porte specifiche: il problema si può semmai presentare nel momento in cui sul sistema in uso vi siano componenti server in ascolto, ovvero in grado di rispondere alle richieste di connessione provenienti dall’esterno.

Se si configura un server web sulla propria macchina è normale che debba accettare il traffico di rete in arrivo sulla porta 80. L’importante è che le richieste siano gestite correttamente e che il server non abbia vulnerabilità intrinseche che debbono essere sempre tempestivamente mediante l’applicazione delle patch di sicurezza rilasciate dai vari produttori software.

Se, di contro, sul sistema riuscisse ad insediarsi un componente trojan in grado di mettersi in ascolto su una porta specifica, ecco che qualora l’antivirus non fosse in grado di rilevarne la presenza (assenza o disattivazioni di un firewall in grado di segnalare all’utente e bloccare i tentativi di connessione provenienti dall’esterno), si correrebbero enormi rischi.

Ogni “personal firewall” consente di specificare anche se un programma debba operare solamente in modalità client oppure se possa accettare anche le connessioni provenienti dalla Rete (modalità server).

Su un sistema che non debba fornire ad altri utenti dei servizi, sono solitamente ben poche le componenti server che vengono avviate, a meno che non si installino web server, file server, ftp server, print server o software per il file sharing.

I malware che si mettono in ascolto su una o più porte integrano una componente server, che permette connessioni non autorizzate da parte di aggressori remoti.

CloseTheDoor
Sebbene Windows integri un’utilità, basata su riga di comando, che consente di ottenere l’elenco delle comunicazioni avviate e delle porte aperte (vedere l’articolo dedicato a Netstat), CloseTheDoor è un software open source che si pone un gradino più in alto.

Tale applicazione è stata sviluppata in modo tale da restituire su quali porte TCP ed UDP vi siano dei componenti software in ascolto, sia utilizzando il protocollo IPv4 che IPv6.

Chi ha progettato CloseTheDoor afferma di aver messo a punto l’applicazione con lo scopo di prevenire la sottrazione di informazioni da parte di terzi.

Il programma, una volta avviato, mostra tutte le comunicazioni in corso indicando i processi che hanno richiesto ciascuna operazione. CloseTheDoor, facendo clic su ciascuna riga, permette di arrestare immediatamente un processo consentendo la disattivazione o la disinstallazione nel caso in cui si trattasse di un servizio.
Una serie di link aggiuntivi permettono di raccogliere, online, maggiori informazioni sull’identità di processi e porte:

La voce “Port authority database” consente di accedere al database mantenuto da Grc.com e controllare per quali attività vengono generalmente utilizzate le varie porte.

Per controllare quanti host, (endpoint), stanno effettuando comunicazioni sulle varie interfacce di rete (reali o virtuali), è possibile cliccare sul menù File quindi scegliere il comando Display a summary.

PortScan
Per verificare quali porte sono aperte sulle singole workstation collegate alla rete locale, è possibile orientarsi su un software come PortScan. Accanto all’elenco delle porte, PortScan mostra il MAC address di ciascuna scheda di rete, il nome dell’host corrispondente ed altre informazioni accessorie.

Per utilizzare PortAddress, è sufficiente fare doppio clic sul suo eseguibile quindi digitare l’indirizzo IP a partire dal quale iniziare la scansione. Nel campo End IP address, va specificato l’indirizzo IP raggiunto il quale la scansione deve essere completata. Al posto degli IP possono essere digitati, in alternativa, i nomi degli host.

Lasciando attivata la casella Scan common ports, il programma si limiterà ad effettuare una scansione delle porte di più frequente utilizzo.

Diversamente, per ciascun host, saranno oggetto di test tutte le 65.535 porte. PortScan riporta anche l’elenco delle risorse condivise in rete locale ed evidenzia quei sistemi ove non fossero utilizzate password a protezione degli account utente.

Cliccando sul pulsante Save, PortScan salverà il risultato dell’analisi in formato XML.

Applicazioni come CloseTheDoor e PortScan potrebbero talvolta generare “falsi positivi” (errori compiuti dai vari motori di scansione antivirus). Al momento, analizzando i due programmi con VirusTotal, nessun motore antivirus, tra quelli più noti, cade in errore.

Hotmail contro le password “deboli”

Microsoft ha deciso per il giro di vite nei confronti delle password “deboli”: chi utilizza password molto semplici per proteggere il suo account di posta elettronica Hotmail non potrà farlo ancora per molto.

La società di Redmond introdurrà due nuove funzionalità per ridurre drasticamente il numero degli utenti che hanno subìto un attacco o che comunque sono esposti a rischi di aggressione.

La prima funzionalità, conosciuta con l’appellativo “My friend has been hacked!“, è già stata varata mentre la seconda, attraverso la quale Microsoft impedirà l’impiego di “password deboli”, vedrà ben presto la luce.

Di solito è piuttosto facile stabilire se l’account di un amico o di un conoscente sia stato violato: in tali spiacevoli situazioni, infatti, esso viene utilizzato per inviare messaggi di posta indesiderati. Attraverso un massiccio invio di spam, i malintenzionati possono tendere trappole per sottrarre denaro o per indurre all’installazione di componenti dannosi.

Il nuovo meccanismo presentato da Microsoft permetterà di evitare che un account violato possa essere usato come testa di ponte per infettare altri utenti. “Non appena un utente segnelerà che un account di un amico sembra essere stato compromesso, Hotmail prenderà in carico tale segnalazione e la unirà ai report prodotti da uno speciale motore di scansione“, ha dichiarato Dick Craddock, group program manager di Hotmail. “In questo modo, si stabilirà se un account sia stato davvero attaccato“.

Non appena un account sarà marcato come compromesso, esso verrà immediatamente disabilitato. Il legittimo proprietario potrà eventualmente riattivarlo seguendo una procedura complessa. Microsoft invierà notifiche agli altri provider di posta per informarli circa l’utilizzo indebito di un indirizzo di posta.

Inoltre, coloro che stanno utilizzando una “password debole” potrebbero essere invitati, nel prossimo futuro, a cambiarla.

Le best practice per migrare alla comunicazione unificata

Quando i dipendenti e i collaboratori dispongono di strumenti facili da usare e che consentono l’interazione on-demand, si vedono due importanti vantaggi nelle organizzazioni:

  • L’azienda è in grado di “percepire e reagire” più velocemente
  • Migliora la “qualità” complessiva delle decisioni aziendali

Questo white paper in italiano di 13 pagine illustra se e quando possa essere conveniente implementare la unified communication (UC) suggerendo anche come redigere un business case e quali best practice adottare. In particolare verranno analizzati i seguenti scenari:

  • Riduzione dei costi di gestione dei dipendenti
  • Riduzione degli spostamenti
  • Collaborazione e formazione
  • Collaborazione e assunzioni
  • Collaborazione e gestione dei progetti

Scarica
il white paper completo

 

Cosa si intende per GRC?

Cosa si intende esattamente per GRC?

GRC è l’acronimo di Governance, Risk and Compliance. La GRC riguarda tutte le attività in azienda che hanno a che fare con la gestione dei rischi nell’organizzazione e con la definizione e implementazione di un opportuno framework per soddisfare i requisiti di governance.

In genere i processi GRC riguardano non solo l’IT, ma anche le divisioni operations, finanza e legale.

  • IT GRC. Queste attività riguardano l’area informatica. Vi rientrano ad esempio firewall, sistemi di gestione della sicurezza IT, controllo degli accessi, tool per la gestione delle vulnerabilità, sistemi di identity e access management (IAM), piani di disaster recovery (DR).
  • Operations GRC. Comprendono la gestione delle attività core dell’organizzazione. Tipici esempi sono la definizione e aggiornamento dei processi fra diverse aree (produzione, risorse umane, procurement, acquisti e via dicendo).
  • GRC finanziaria. Riguarda tutti i controlli finanziari. Tipico esempio sono le autorizzazioni per le spese e gli investimenti
  • GRC legale. Riguarda tutta la parte contrattuale, legale, privacy, affari societari sia interna che esterna all’organizzaziaone.

Il fatto che molteplici aree siano coinvolte nelle attività di GRC crea non pochi problemi a livello organizzativo. Spesso la collaborazione e la cooperazione fra le varie divisioni è insufficiente e gli esperti dicono che i silos sono il nemico principale di un programma GRC efficiente.

Un esempio tipico è la protezione della privacy e dei dati. Oggi, le responsabilità di gestione della privacy sono tipicamente divise tra funzioni IT e legali. Mentre il dipartimento legale gioca complessivamente un ruolo dominante sulla privacy, l’IT detiene ancora la responsabilità dell’implementazione dei controlli, delle soluzioni, delle tecnologie per indirizzare le normative della privacy.

E’ facile quindi capire perché i team IT e quelli legali abbiano bisogno di parlare la stessa lingua e collaborare per ridurre i rischi aziendali

Recentemente Ponemon Institute ha pubblicato uno studio, sponsorizzato da RSA, sul ruolo della Governance, Risk Management & Compliance nelle organizzazioni che illustra bene le problematiche in gioco.

Basta visitare una pagina Web per sbloccare l’iPhone

Il copione sembra molto simile a quello già visto in passato. Poco meno di un anno fa erano venute alla luce delle vulnerabilità nel sistema operativo Apple iOS che permettevano di effettuare il jailbreaking dei dispositivi della Mela semplicemente collegandosi ad una pagina web.

Gli autori di JailbreakMe 3.0 assicurano che collegandosi ad una pagina web allestita allo scopo, si potrà “sbloccare” completamente il proprio iPhone od iPad senza l’utilizzo, quindi, di alcun cavo USB e senza doversi appoggiare ad un sistema Mac o Windows.

Com’è accaduto in passato, per rendere possibile il “jailbreaking” facilitato da una normale pagina web, è stata sfruttata una vulnerabilità individuata nella versione mobile del browser Safari. In particolare, gli sviluppatori di JailbreakMe 3.0 hanno fatto leva su una lacuna nella gestione dei documenti in formato PDF.

Ovviamente, la vulnerabilità sfruttata dalle “menti” di JailbreakMe 3.0 potrebbe essere utilizzata da parte di malintenzionati per eseguire codice nocivo sui dispositivi iPhone ed iPad. E’ assai probabile, quindi, che Apple si attivi nel breve termine per mettere una pezza sulla falla appena venuta alla luce.

Al momento, JailbreakMe 3.0 funziona su tutte le versioni di iOS, fino alla 4.3.3 compresa mentre non sono supportate le “beta” di iOS 5.0.

Apple ha sempre combattuto strenuamente la pratica del “jailbreaking” invitando gli utenti a non metterla in pratica ed informandoli sulle possibile problematiche di sicurezza che potrebbero presentarsi. Lo “sblocco” degli “appledevice” è stato comunque definito “legale” dal Copyright Office statunitense.

Abbandonare Windows XP? Con (molta) calma

Secondo NetApplications, Windows XP deterebbe ancora il 51,13% delle quote di mercato; Windows 7, al secondo posto, è accreditato di un 27,13% mentre Windows Vista, terzo, è al 9,52%. Mac OS X 10.6, sempre secondo NetApplications, sarebbe al 3,78% (dati aggiornati a fine giugno).

E sono sempre le imprese le più riluttanti ad abbandonare Windows XP: in campo business il marketshare del sistema operativo è valutato intorno al 60%.

Tanto che Microsoft ha definito una campagna avente come obiettivo proprio quello di spronare l’utenza a migrare verso Windows 7.

Gli aggiornamenti di sicurezza per XP terminano l’8 aprile 2014

E’ tempo di aggiornarsi” ha dichiarato Stephen Rose, IT community manager per il team commerciale di Windows ricordando che tra meno di 1.000 giorni Microsoft non rilascerà più alcun aggiornamento di sicurezza per Windows XP.

Microsoft ha infatti promesso di aggiornare Windows XP sino all’8 aprile 2014: allora, il sistema operativo avrà quasi tredici anni, un’era geologica nel campo dell’informatica.

Da qual momento in poi, rammenta Rose, i sistemi Windows XP potranno essere oggetto di attacchi e resteranno vulnerabili alle più recenti minacce. “Inoltre, molti sviluppatori non prevedono di continuare con il supporto per Windows XP. Risultato? Maggiore complessità, più rischi in termini di sicurezza e maggiori costi“, ha dichiarato il responsabile di Redmond.

Se il trend di crescita di Windows 7 continuasse con lo stesso ritmo, il sistema operativo potrebbe sorpassare Windows XP nel corso del secondo trimestre 2012.

Requisiti minimi invariati per Windows 8
Parallelamente, Microsoft ha comunicato che requisiti minimi per installare Windows 8 saranno uguali, se non addirittura inferiori, rispetto all’attuale Windows 7.

Lo sostiene Microsoft Tami Reller, vice presidente corporate della divisione Windows: “abbiamo più volte parlato della nostra intenzione di continuare il trend introdotto con Windows 7; continueremo cioè a mantenere costanti le richieste minime in termini di requisiti hardware oppure pensiamo di ridurle nel corso del tempo“.

Windows 8 sarà insomma in grado di funzionare su tutti quei sistemi che ancora oggi utilizzano Windows Vista, non solo sulle macchine che poggiano sul più recente e maturo Windows 7.

Il nuovo sistema operativo, stando a quanto dichiarato da Reller, sarà comunque in grado di rilevare la potenza di calcolo della macchina ed adattarsi ad essa ottimizzando le sue prestazioni nei vari contesti di utilizzo. “Sia che effettuiate un aggiornamento di un personal computer sia che ne acquistiate uno nuovo, Windows 8 sarà all’altezza della situazione adattandosi alla maggior parte dell’hardware in commercio“, ha aggiunto Reller.

Installare automaticamente le applicazioni in una LAN

La corretta gestione delle applicazioni sulle workstation che compongono la rete locale è da sempre un problema che causa non pochi mal di testa a molteplici amministratori.

Il mercato offre numerose applicazioni in grado di facilitare ed automatizzare la gestione dei programmi installati sui sistemi client. Se non si volessero affrontare costi aggiuntivi, è possibile orientarsi sulle funzionalità di base offerte da Windows Server.

Abbiamo già spiegato ad esempio come allestire una macchina Windows Server 2008 R2 presentando anche un link per il download della versione di prova, in inglese, del sistema operativo.Abbiamo visto come configurare i “ruoli” del sistema Windows Server e come accedere al dominio dai client Windows XP e Windows 7.

Questa volta presentiamo una semplice metodologia per automatizzare l’installazione dei pacchetti software sui vari sistemi collegati in LAN.

I presupposti e le limitazioni
La procedura si riassume, semplicemente, nell’impostazione di una speciale policy di gruppo attraverso la quale si potrà richiedere l’installazione di un programma oppure la disinstallazione forzata dello stesso.

Ricorrendo alla finestra Group Policy Management di Windows Server 2008 R2, si possono stabilire le applicazioni che debbono essere automaticamente installate sui sistemi connessi alla rete locale.

Una delle principali limitazioni, tuttavia, consiste nel fatto che le applicazioni da distribuire in LAN debbono essere memorizzate, obbligatoriamente, nel formato MSI (pacchetto Microsoft Windows Installer) oppure come .MST (Microsoft Transform Files) o .MSP (Microsoft Patch Files).

Nonostante Windows non integri uno strumento per generare file MSI a partire da un semplice eseguibile, esistono comunque delle applicazioni che permettono di raggiungere l’obiettivo desiderato.

La differenza fra pubblicazione e assegnazione di un software
Il secondo punto da chiarire prima di iniziare a lavorare con il Group Policy Management di Windows Server 2008 R2 è la differenza tra “pubblicazione” ed “assegnazione” di un pacchetto software.

Nel primo caso, si utilizzerà il Group Policy Management solo per rendere disponibile ai sistemi della rete locale l’applicazione indicata (gli utenti potranno decidere se installarla o meno dalla finestra Installazione applicazioni o Programmi e funzionalità di Windows). Le applicazioni, inoltre, possono essere “pubblicate” rendendole disponibili a singoli utenti o gruppi di essi ma non ai computer.

Diversamente, la procedura di “assegnazione” forza un’installazione obbligatoria del programma specificato.

In alcuni casi, però, l’installazione dell’applicazione viene comunque conclusa non appena l’utente del sistema client cercherà di avviare il programma. Ciò avviene, ad esempio, quando un pacchetto software è “assegnato” ad un utente o ad un gruppo di essi. Quando l'”assegnazione” riguarda i computer, l’installazione viene subito portata a conclusione.

L’esempio di installazione di Adobe Reader
Nel nostro caso, a titolo esemplificativo, proveremo a distribuire – all’interno della rete locale – il software Adobe Reader 9.4.

Innanzi tutto, nel caso di Adobe Reader, è necessario prelevare il file d’installazione dal sito di Adobe e memorizzarlo sul server (ad esempio nella cartella c:\software\adobereader).

Dal prompt dei comandi di Windows Server 2008 R2 (Start, cmd), ci si dovrà poi portare nella cartella c:\software\adobereader (cd\software\adobereader) e digitare quanto segue:

adberdr940_it_IT -nos_o"." -nos_ne

Così facendo, il contenuto del file eseguibile di Adobe Reader sarà estratto nella cartella corrente:

Il file AdbeRdr940_it_IT.exe potrà poi essere cancellato.

Facendo clic col tasto destro del mouse sulla cartella c:\software si dovrà quindi condividerla in rete locale assicurandosi che gli utenti delle macchine client possano accedervi in sola lettura.

Configurazione della policy per l’installazione dei pacchetti software
Dalla finestra Administrative tools del Pannello di controllo di Windows Sever 2008 R2, si dovrà accedere alla sezione Group Policy Management, fare clic sul nome del dominio creato in precedenza (nel nostro caso, ilswoffice.net; ved. quest’articolo) con il tasto destro del mouse e scegliere il comando Create a GPO in this domain, and Link it here.

Alla nuova policy è possibile assegnare, ad esempio, il nome Distribuzione software:

A questo punto, è necessario cliccare col tasto destro del mouse sulla policy Distribuzione software appena aggiunta quindi scegliere Edit.

Apparirà così il Group Policy Management Editor mediante il quale si potrà definire l’applicazione da distribuire in rete.

Si provi a cliccare su Computer Configuration, Policies, Software settings. Cliccando col tasto destro del mouse sulla voce Software installation, si dovranno selezionare New quindi Package…:

Il passo seguente consiste nell’individuare il file AcroRead.msi contenuto nella directory c:\software\adobereader. Alla comparsa della finestra seguente, si potrà selezionare Assigned:

In questo modo, Adobe Reader sarà automaticamente installato su tutte le workstation della rete locale appartenenti al dominio.

Dal momento che le policy di gruppo vengono verificate, dai sistemi della LAN, ogni 30-180 minuti, potrebbe essere utile aprire il prompt dei comandi e digitare quanto segue per “forzare” l’aggiornamento delle policies:

gpupdate /force

Successivamente il comando gpresult /H res.html consentirà di produrre, nella medesima cartella, un report – in formato HTML (file res.html) – con i risultati dell’operazione di distribuzione delle applicazioni.

A questo punto, al primo riavvio delle macchine client, Adobe Reader verrà automaticamente installato grazie alla policy imposta. Ecco la schermata che appare agli utenti di Windows XP:

Per evitare che il software venga distribuito anche sul server (ad esempio nel caso dell’utente Administrator), è possibile accedere alla finestra Group Policy Management di Windows Server 2008 R2, cliccare sulla policy Distribuzione software, sulla scheda Delegation, premere il pulsante Add, cliccare su Object types, spuntare la casella Computers quindi digitare il nome della macchina server (nel nostro caso, WIN2008R2):

Dalla scheda Delegation, si dovrà cliccare sul pulsante Advanced, selezionare WIN2008R2$ e spuntare la casella Deny in corrispondenza di Apply policy settings:

La stessa policy può essere poi “personalizzata” specificando l’installazione automatica di altre applicazioni in formato .MSI.

Windows 8 avrà gli stessi requisiti hardware minimi di Seven

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I requisiti minimi per installare Windows 8 saranno uguali, se non addirittura inferiori, rispetto all’attuale Windows 7. Lo sostiene Microsoft stessa che attraverso le parole di Tami Reller, vice presidente corporate della divisione Windows, non poteva essere più chiara: “abbiamo più volte parlato della nostra intenzione di continuare il trend introdotto con Windows 7; continueremo cioè a mantenere costanti le richieste minime in termini di requisiti hardware oppure pensiamo di ridurle nel corso del tempo“.

Windows 8 sarà insomma in grado di funzionare su tutti quei sistemi che ancora oggi utilizzano Windows Vista, non solo sulle macchine che poggiano sul più recente e maturo Windows 7.

Il nuovo sistema operativo, stando a quanto dichiarato da Reller, sarà comunque in grado di rilevare la potenza di calcolo della macchina ed adattarsi ad essa ottimizzando le sue prestazioni nei vari contesti di utilizzo. “Sia che effettuiate un aggiornamento di un personal computer sia che ne acquistiate uno nuovo, Windows 8 sarà all’altezza della situazione adattandosi alla maggior parte dell’hardware in commercio“, ha aggiunto Reller.

Windows XP ancora in salute
Ma non si parla solo del Windows che verrà. Windows XP, il sistema operativo che sembra ancora molto lontano dall’essere definitivamente accantonato, diventa oggetto di una campagna Microsoft avente come obiettivo proprio quello di spronare l’utenza a migrare verso Windows 7.

E’ tempo di aggiornarsi” ha dichiarato Stephen Rose, IT community manager per il team commerciale di Windows ricordando che tra meno di 1.000 giorni Microsoft non rilascerà più alcun aggiornamento di sicurezza per Windows XP. Microsoft ha infatti promesso di aggiornare Windows XP sino all’8 aprile 2014: allora, il sistema operativo avrà quasi tredici anni, un’era geologica nel campo dell’informatica.

Da qual momento in poi, rammenta Rose, i sistemi Windows XP potranno essere oggetto di attacchi e resteranno vulnerabili alle più recenti minacce. “Inoltre, molti sviluppatori non prevedono di continuare con il supporto per Windows XP. Risultato? Maggiore complessità, più rischi in termini di sicurezza e maggiori costi“, ha dichiarato il responsabile di Redmond.

Secondo NetApplications, Windows XP deterebbe ancora il 51,13% delle quote di mercato; Windows 7, al secondo posto, è accreditato di un 27,13% mentre Windows Vista, terzo, è al 9,52%. Mac OS X 10.6, sempre secondo NetApplications, sarebbe al 3,78% (dati aggiornati a fine giugno).

Se il trend di crescita di Windows 7 continuasse con lo stesso ritmo, il sistema operativo potrebbe sorpassare Windows XP nel corso del secondo trimestre 2012.
Solo sempre le imprese le più riluttanti ad abbandonare Windows XP: in campo business il marketshare del sistema operativo è valutato intorno al 60%.

Un software gratuito per l’informatica forense

OSForensics è uno strumento software gratuito che può essere utilizzato per estrarre, da qualunque sistema Windows, tutta una serie di informazioni di particolare rilevanza per la cosiddetta informatica forense.

L’informatica forense studia l’individuazione, la conservazione, la protezione, l’estrazione, la documentazione e ogni altra forma di trattamento del dato informatico al fine di essere valutato in un processo giuridico.

E’ una disciplina relativamente nuova che viene da molti considerata come una branca della “computer security“.

Al momento il programma è disponibile a titolo completamente non oneroso: è altamente probabile che l’applicazione diventi presto a pagamento e che resti disponibile, sotto forma di prodotto freeware, un programma dalle abilità ridotte.

E’ quindi bene che gli interessati provvedano a scaricare subito il software mettendolo nella propria “cassetta degli attrezzi” informatica.

Le caratteristiche di OSForensics

Dopo aver avviato il software, innanzi tutto, è possibile creare un nuovo “caso” (icona Create case) in modo tale da memorizzare, in un’unica locazione, tutte le informazioni raccolte analizzando il contenuto di uno specifico personal computer Windows.

La “scheda” così generata potrà essere salvata sul sistema locale (Default location) oppure conservata in un’altra unità disco (ad esempio, all’interno di un supporto rimovibile; opzione Custom location).

Tra le possibilità offerte da OSForensics c’è anche il recupero dati: la raccomandazione, quando si desidera ripristinare file e cartelle già cancellati, è sempre la stessa. Non si deve mai installare OSForensics, così come qualunque altro software di recupero dati, nella stessa unità disco oggetto d’intervento.

Non seguendo questa semplice regola, infatti, si rischierebbe di compromettere irrimediabilmente il recupero di alcune informazioni vanificando del tutto il proprio lavoro.

Se si prevede di dover intentare un ripristino dei dati precedentemente memorizzati sul disco fisso, OSForensics deve essere necessariamente avviato da un supporto esterno (ad esempio, una normale chiavetta USB).

Per procedere, si deve dapprima installare il programma su un sistema non oggetto d’indagine, avviarlo quindi cliccare sulla voce Install to USB.

Basterà quindi indicare la lettera identificativa associata all’unità rimovibile e fare clic sul pulsante Install.

Potenti le funzionalità di ricerca tra file e cartelle: cliccando su File name search, l’applicazione consente di individuare qualunque elemento sulla base del suo nome o di una porzione di esso.

Cliccando su Create index, invece, si potrà richiedere la generazione di un database-indice contenente le informazioni su tutti i file presenti sul disco fisso. Una volta concluso tale procedimento, OSForensics permetterà di effettuare ricerche istantanee sul contenuto di qualunque tipologia di file.

Addirittura, oltre ad esaminare il contenuto degli archivi di posta elettronica e di qualunque tipo di file, OSForensics dà modo di investigare sul contenuto dello spazio non allocato (Unallocated sectors) così da rilevare informazioni specifiche (ad esempio delle stringhe di caratteri) eventualmente presenti in file già rimossi.

Cliccando sul pulsante Advanced options, gli utenti più evoluti possono personalizzare in profondità ogni preferenza di ricerca ed attivare addirittura il cosiddetto stemming (ricerca di parole che presentano somiglianze con quelle indicate).

Terminata la generazione dell’indice, si potrà fare riferimento alla sezione Search index per avviare un’operazione di ricerca.

Uno dei fiori all’occhiello di OSForensics è la possibilità di effettuare più operazioni contemporaneamente: le attività ancora da concludere vengono evidenziate mediante l’esposizione di un’icona di colore verde.

In figura è possibile notare come, durante la generazione dell’indice, sia stata avviata una ricerca limitata al nome dei soli file e delle cartelle.

Con un clic su Recent activity quindi su Scan, OSForensics raccoglie informazioni sulle attività recentemente espletate dall’utente (lista degli ultimi file aperti, cookie ricevuti, elenco delle applicazioni eseguite e così via).

Come facilmente intuibile Deleted files search permette invece di cercare i file già cancellati dal disco e tentarne un eventuale recupero (ricorrendo alla casella Filter string si può limitare il contenuto della lista ai soli oggetti d’interesse):

Un doppio clic del mouse mostra il contenuto dell’elemento selezionato, prima ancora di avviarne il ripristino e, nel caso in cui si trattasse di un’immagine, ne viene visualizzata un’anteprima:

La funzione Mismatch file search focalizza la sua attenzione sull’individuazione di tutti quei file la cui estensione non corrisponde alla tipologia di informazioni effettivamente memorizzate (si pensi, ad esempio, ad un file compresso Zip “mascherato” da immagine in formato JPEG utilizzando l’estensione .JPG).

OSForensics mette a disposizione anche alcune funzionalità per il recupero delle password memorizzate nei browser web e la decifratura di file protetti. Il programma consente di risalire ad una parola chiave allorquando si conosca l’hash della stessa.

Le password, infatti, non sono ovviamente conservate come testo in chiaro ma viene conservato l’output di una funzione crittografica (hash). Gli hash sono il risultato di una funzione matematica non reversibile, almeno in teoria.

Conoscendo l’hash di una password ci sono due metodologie per tentare di risalire alla stessa.

Il primo, è il classico attacco “brute force” (si provano tutte le password possibili sino ad indovinare quella corretta) che però può rivelarsi molto lento e spesso non efficace. In alternativa, si possono sfruttare le cosiddette “rainbow tables” (tabelle di hash pre-compilate).

Le “rainbow tables” falliscono quando le password sono cifrate utilizzando un algoritmo non noto, quando siano più lunghe di 12 caratteri od allorquando dovesse essere aggiunto un passaggio sconosciuto prima dell’hashing finale.

Sul sito di OSForensics sono presenti delle rainbow tables già impostate che consentono di risalire a password alfanumeriche della lunghezza massima di 7 caratteri allorquando siano stati usati routine quali MD5, LM e SHA1.

Il contenuto dei file Zip deve essere estratto nella cartella RainbowTables di OSForensic (C:\ProgramData\PassMark\OSForensics\RainbowTables in Windows Vista, Windows 7 e Windows Server 2008; C:\Documents and Settings\All Users\Application Data\PassMark\OSForensics\RainbowTables in Windows XP e Windows Server 2003).

Il comando Create drive image può essere utilizzato per creare l’immagine del contenuto del disco fisso (partizioni od intere unità). Lo stesso potrà poi essere dinamicamente “montato” utilizzando la funzionalità Mount drive image.

css.php